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E rividi anche il cavalier Bicchierino, miracolo! non nella solita via Garibaldi, ma sulla linea dei Viali, più rotondo e più lustro che mai. Doveva fruire d'una breve licenza estiva e far quella corsa per ricreazione, perchè non l'avevo visto mai in un atteggiamento di così placido riposo, così chiaro nel viso, così palesemente libero da ogni pensiero del “cancello„. Egli spaziava con lo sguardo sui corsi e sulle piazze, osservava i lunghi filari d'alberi, le botti inaffiatrici che passavano, gli operai occupati a sparger ghiaia e a piantare nuove acacie, e dalla sua serietà abituale trapelava l'alterezza del vecchio torinese innamorato della sua Mecca, il godimento della linea retta, l'ammirazione della simmetria, la compiacenza per il buon andamento dei servizi municipali, la soddisfazione di vedere tutti i passanti che andavan verso il Po tenere la destra, e tutti quelli che venivan su, il lato opposto, come si deve fare in mia città civile, e come non si fa, dioumlo pura (diciamolo pure) che a Torino. Ma in vicinanza del Teatro Torinese la sua quiete fu turbata. Il fattorino esclamò; — Ah, eccole qui quelle dello sciopero! — e vedemmo venire dal ponte delle Benne una lunga processione di donne d'ogni età, che ingombravano tutta la strada, levando polvere come un armento, e mandavano fino a noi un mormorio sordo e confuso come d'un fiume rotto tra i sassi. Erano le operaie di non so che opificio del Parco, scioperanti da due giorni, che andavano alla Prefettura. Il cavaliere si voltò bruscamente a guardarle, ed io vidi sul suo viso un mutamento istantaneo, maraviglioso, come d'uno a cui si attorcano tutt'a un tratto le viscere. Non avrei meglio compreso quello che passava nell'animo suo se si fosse sfogato con un discorso. Compresi che quel fatto d'uno sciopero, per sè solo, astratta ogni idea di ragione o di torto che gli scioperanti potessero avere e di condotta pacifica o tumultuosa a cui fossero per attenersi, urtava violentemente tutti i suoi sentimenti e i suoi principî, offendeva in modo intollerabile tutti i suoi istinti, gli faceva l'effetto d'un abuso enorme, d'una violazione temeraria di tutte le leggi, d'una perturbazione criminosa dell'ordine sociale e naturale, come se avesse visto le case e gli alberi del corso rompere le file e ballare la tarantella. Il tranvai lasciò presto la processione a distanza; ma egli continuò a guardarla, voltato indietro in una positura incomoda, con una fronte così rimbrunita, con gli occhi così dilatati e torbidi, che mi fece pietà; tanto si vedeva che soffriva, che non poteva sopportare lo spettacolo di quell'“anomalia„ in quel corso così diritto, fra quelle case tutte d'un'altezza, in quella sua Torino dove tutti camminavano con quel bell'ordine per viali così ben tenuti. Povero cavalier Bicchierino! Se la vedeva così, non era già per cattivo cuore; il suo viso diceva che era uomo da comprendere e da sentire le miserie umane, da dar ragione ai deboli quando chiedevano il giusto e l'onesto. Ma occorreva che la pietà, il sentimento della giustizia e tante altre belle cose gli entrassero senza urtare quelle quattro idee piantate ai quattro canti della sua mente come i quattro soldati intorno al monumento di Carlo Alberto, ossia, che gli scioperanti scioperassero senza cessar dal lavoro, e andassero alla Prefettura a tempo avanzato, a uno a uno, in punta di piedi, per trecento strade diverse, con un bel foglio alla mano, in cui tutto fosse esposto e spiegato in ben conteste frasi d'ufficio. Senza cuore il cavalier Bicchierino! Ma per pensarlo converrebbe non sapere che di tutti i teatri d'Italia sono i torinesi quelli in cui i drammi commoventi strappano dalle tasche un maggior numero di pezzuole e dai petti i bravo più somiglianti a un singhiozzo! E lo vidi alla prova in quella stessa corsa, allo svolto di via Vanchiglia, dinanzi al caso, non raro, d'una famiglia che dava l'ultimo addio, sul predellino del tranvai, a una persona cara, diretta alla Stazione di Porta Nuova. Era una ragazza che partiva; il suo vecchio padre e una sorella sciancata l'abbracciarono; la mamma le chinò il capo sul seno, piangendo dirottamente; il fattorino e il cocchiere non osavano di lagnarsi del ritardo; tutti le guardavano commossi. Ma il primo a prendere l'involto della ragazza fu lui, Bicchierino, e con un atto così rispettoso, con un viso così compassionevole, con un: — Ca permetta! — così tremolo e così buono, che lì per lì feci giuramento di non dargli mai più un dispiacere. — No, povero Travet, ancora così mal conosciuto in Italia anche dopo la gran commedia che t'ha dato il nome, non dirò mai più che è stretta via Garibaldi, non taglierò mai più il Popolo con le dita, e se avrò un giorno la fortuna di conoscerti, farò uno sforzo per parlarti il più puro piemontese che sia mai risonato sul palcoscenico del Teatro Rossini, e non urterò alcuna delle quattro idee guardiane del tuo cervello, anche a costo di mettere al laccio le mie....
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Peccato che non ci fosse lui.... Ma no, perchè forse, anche commovendosi, egli avrebbe visto in quella scena un esempio di confusione di classi, che poteva offendere nell'animo suo il sentimento dell'ordine sociale. Ma per me fu la scena più gentile che mi fosse occorsa mai sulla carrozza di tutti. La giardiniera s'arrestò all'angolo di via Maria Cristina e di via Baretti, dove l'aspettava un vecchio muratore, con la giacchetta sulle spalle, sostenuto per un braccio da un murator giovane, che l'aiutò a salire, facendogli qualche raccomandazione, e lo salutò, dicendogli: — In gamba! — Quello sedette a sinistra d'una bella signorina bionda, un'adolescente precoce dal viso di bimba, alla quale i capelli d'oro, le carni rosee, il vestito bianco davano come uno splendore diffuso, in cui il sorriso, ogni volta ch'ella sorrideva alla cameriera seduta alla sua destra, pareva una luce nella luce, e rivelava il pensiero ancor fanciullesco. L'operaio, si capiva, era stato colto da qualche male improvviso e costretto a lasciare il lavoro: teneva ancora il cappello di sghembo sui capelli grigi arruffati, come forse glie l'avevan messo rialzandolo da terra; stava come accartocciato, col viso smorto e col mento sul petto, e i suoi occhi esprimevano quel senso di tristezza scorata e paurosa che desta ogni malore repentino in quell'età, insidiata dalla morte. Davanti e dietro di lui c'erano signore e bambini eleganti; sulle altre panche la solita gente varia; da ogni parte uno sventolìo vivace di ventagli e di cappelline. A un tratto, mentre si sboccava sul corso Vittorio, s'intese un grido. Era la signorina bionda, a cui il muratore, preso da deliquio, aveva abbandonato il capo sulla spalla. Il suo primo senso fu di sgomento, e scattò indietro; ma si riebbe nell'atto stesso per sorreggere il vecchio che cadeva, e non potendo tenerlo con le mani, lo rialzò facendo forza con tutta la persona, lo rimise nell'atteggiamento di prima e porse la spalla al suo capo morto, che vi ricadde su pesantemente, perdendo il cappello. Tutto questo in un attimo. Ah, brava tota! Com'eran succeduti pronti sul suo bel viso d'inglesina al terrore la risoluzione e al ribrezzo la pietà, e com'era angelicamente bella, così, pallida dalla commozione, ma ferma e quasi altera, con quella fronte splendida inclinata verso quella povera testa di vecchio operaio senza vita, che s'appoggiava a lei come a una figliuola! Il tranvai si fermò; accorsero alcuni per prendere il malato; ma una boccetta d'essenza, ch'era passata di mano in mano, gli aveva già fatto riaprire gli occhi e rialzare la fronte. La signorina raccolse il cappello chiazzato di calce e glie lo rimise sul capo con garbo, sfiorando con le sue piccole mani bianche i suoi capelli grigi, gli riaggiustò la giacchetta sulle spalle, lo aiutò a discendere mettendogli le palme sotto i gomiti, lo guardò mentre s'allontanava accompagnato da due passanti, e quando il tranvai ripartì, espandendo l'animo oppresso dalle commozioni diverse, prima sorrise ai presenti che la guardavano, e poi ruppe in pianto.
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O benedetta carrozza di tutti!... Eppure c'è chi dice corna di te e ti vorrebbe a terra. Fu un atto d'accusa in tutte le forme, un vero stroncamento dell'istituzione quello che fece l'ultimo giorno del mese, in un carrozzone chiuso di via Lagrange, in cui m'aveva cacciato la pioggia, un grosso medico panciuto e arcigno, dai capelli rossi e dagli occhiali verdi. Egli si sfogava con un amico seduto in faccia; ma tutti gli altri ascoltavano e se la godevano, approvando, per eccitargli la vena. Aveva preso le mosse da un suo nipote, un giovanottone di diciott'anni, forte come un bufalo, che non era più buono a andar da Piazza Savoia a Piazza Venezia senza farsi tirare da due rozze. Era una vera epidemia di pigrizia, diceva, quella che i tranvai avevano portato nella cittadinanza. Tutti quelli che avevan dei soldi da buttar via non camminavano più. In verità. Egli conosceva centinaia di poltroni sani come lasche, per i quali il fare un chilometro a piedi era diventata una delle dodici fatiche d'Ercole. — Si sfibra la razza, positivamente; gli uni perdono le gambe, gli altri il cervello. Non vedete i due eccessi opposti? C'è una razza di vecchi matti che per far del moto si sciupano i polmoni e arrischian le ossa sulla bicicletta, e un esercito di giovani che non fanno più trecento passi al giorno coi propri piedi. È un incarognimento generale, mi scusino, è la vera parola; e lascio stare che se si spendesse in beneficenza la metà dei denari che si sprecano per farsi portare da una cantonata all'altra, si darebbe del pane a migliaia d'affamati. Ma certo. I tranvai! Ma sono un'istituzione funesta all'igiene, veicoli d'aria viziata, che hanno soppresso la passeggiata stimolante prima del pranzo, la passeggiata digestiva dopo cena, le camminate regolari da casa all'ufficio.... Non vedete quanta obesità gira per Torino da dieci anni a questa parte? Non c'è da ridere. Vi dico che cresce l'adipe in un modo spaventoso. Si vedon delle signore di trent'anni che paion palloni, degli uomini di quaranta che paion botti. Un incarognimento, ripeto. E chi vivrà fra cinquant'anni vedrà passare dei carrozzoni che parranno stie piene di galline faraone e di tacchini ingrassati per il Natale! — Tutti ridevano. E benchè ridessi anch'io, m'inquietò nondimeno un poco il timore di addossarmi col mio libro una parte anche minima di colpa della futura pinguedine d'Italia. E rimasi pensieroso davanti a quella visione comica d'un popolo di lune piene e di pancie enfiate. — Però, — pensai, — per il popolo italiano.... c'è tempo.
CAPITOLO NONO.
Settembre.
Il settembre porta sui tranvai un soffio di vita nuova. Vi comincio a rivedere figure note di travet, ch'erano scomparsi, rinverditi da un mese di licenza, signore imbrunite dai venti del mare, visi vivaci su cui preluce la gioia del “viaggio circolare„ o della vendemmia, e reduci dalla villeggiatura, i quali si riconoscono allo sguardo quasi di forestieri che girano su Torino, non più veduta da un pezzo, salutandola con un sorriso che rivela il gusto rinascente degli agi e degli svaghi della vita cittadina, e facce esotiche di viaggiatori di passaggio, che ad ogni crocicchio si voltano di qua e di là a guardar la fuga delle vie sconosciute. Famiglie intere in abito di campagna, tornanti dai bagni o dai monti per ripartire per la collina, ingombrano le giardiniere di valigie e di scatole, tutti eccitati dal piacere del viaggio, e spandono sulla noia dei passeggieri abituali, sonnecchianti durante le corse obbligate per le vie polverose, un alito di frescura, degli effluvi d'alghe e di boschi, che danno loro miraggi confusi di ville bianche, di valli verdi e di marine azzurre. E cresce la noia quando il tranvai riprende il suo aspetto solito per le lunghe vie solitarie, dove non s'incontrano che pochi passanti col cappello da una mano e il fazzoletto dall'altra, in mezzo alle lunghe file di finestre chiuse, che par che dai vani delle persiane versino giù il silenzio morto dei quartieri abbandonati e tenebrosi. E per i relegati nella cinta daziaria s'aggiunge alla noia il dispetto al veder quell'eterna collina e quell'Alpe eterna che appaiono ai capi opposti delle strade come un invito beffardo, come una provocazione maligna. Tra questi son io, e per giunta alla noia e al dispetto ho il rammarico di non veder più che assai raramente, fra quel succedersi continuo di facce nuove, che invadono la mia sala di studio ambulante, i cari attori della mia compagnia.
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