I primi che rivedo, discesi freschi freschi dalla montagna col loro idoletto, sono Taddeo e Veneranda, sulla linea solita dei viali, tutti e due ingrassati ancora, con due facce che paiono il ritratto della beatitudine. Sono stati venti giorni all'Ospizio di San Giovanni d'Andorno: mi decantano il paesaggio, l'aria, l'acqua, il pane, la cortesia della gente; ma son felici sopra tutto d'aver riportato la bambina fiorente di salute. È, infatti, uno splendore, ed io assisto al suo trionfo. Ritta in mezzo a loro sull'ultima panca, vestita di rosa, coi suoi folti capelli castagni tagliati sulla fronte e sparsi sulle spalle, coi braccini nudi segnati ai polsi di due risegoli da lattante, essa tempesta padre e madre di domande, apostrofa i vicini, ride e trilla agitando le manine per aria, spande tutt'intorno la luce della sua bellezza e la musica della sua allegria. Quel visetto di Madonna, quell'esuberanza di vita richiamano a poco a poco l'attenzione di tutti. Si voltano prima dalla panca davanti due signorine, che le rivolgon la parola e le carezzano i capelli; poi dalla panca più in là si volta tutta una famiglia a guardarla e a farle dei cenni, a cui essa risponde mandando dei baci; poi altri più distanti, ragazzi, ragazzine e signore, attirati da quel continuo trillìo, si girano e le sorridono; e sotto tutti quegli sguardi ammiratori, al suono di tutti quei saluti amorevoli la piccola attrice raddoppia di vivacità, si fa più rosea e più bella, sfavilla e trionfa come un angiolo in gloria. Che diveniste allor, poveri Taddeo e Veneranda? Si danno anche nella vita dei più oscuri di queste giornate gloriose, che rimarranno nella mente loro fino agli ultimi anni, come raggi di sole. Un padre e una madre che vedessero incoronare il figliolo in Campidoglio non potrebbero dar segno d'un'ebbrezza più grande di quella che splende sulle facce rotonde di questi due buoni pacioni, ai quali brilla una lacrima negli occhi ed esce il fiato a stento dalle labbra tremanti, come se la gioia li soffocasse. E fanno uno sforzo per contenersi; ma a un certo punto la mamma non ci regge più: bisogna che si stringa al cuore quella creatura benedetta a cui deve l'ora più bella della sua vita; e Taddeo, per dissimulare la sua commozione, voltando verso di me il viso raggiante sotto al velo d'un'indifferenza forzata, mi dice con voce tremula e quasi spirante: — Pare che il tempo si sia rimesso; ma.... è difficile.... che duri.
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Il secondo che ritrovai fu il pittore, che mi saltò accanto una mattina sopra una giardiniera di via Roma, allegro come se avesse avuto il primo premio all'Esposizione triennale. — Già rinurbato? — gli domandai. — No, — rispose, — sto ancora a Perosa; ma mi rinurbo tre volte la settimana. — Tre corse a Torino la settimana, per uno che non aveva affari e che stava a due ore e mezzo di strada ferrata, mi parvero molte; e raffrontando la sua nuova allegria con l'umor nero dell'ultima volta, pensai che dovesse avere qualche forte cagione. Gli domandai in qual modo gli fosse passata quella grande avversione per la geometria di Torino, per le file dei cubi gialli, per le strade tutte pari, dove gli pareva di ritrovarsi sempre alla stessa cantonata. Mi rispose sorridendo che era passata; ma in qual modo, non disse. — È l'antipatia per le figliole di Borea, per gli angioli d'alabastro, per le signorine tutte ritagliate con un solo giro di forbici sopra un foglio ripiegato in cento? — Ah! — rispose, — era un brutto periodo per me.... Tutti ne hanno. Ma ora.... tutto è cambiato. —
— Ha dunque rinunciato alla ricerca coniugale sui tranvai? o ha già trovato?
Si mise a ridere, colorandosi un poco alla sommità delle guance, e cambiò discorso subito, affollando le parole. Aveva rinunziato definitivamente a scoprire il mistero della signora delle coincidenze. — Ah, è più forte di me! — disse. — Non ce la posso! — E mi raccontò che un giorno, incaponito, aveva voluto tenerle dietro a ogni costo. Trovatala sulla linea dei Viali, l'aveva vista scendere all'imboccatura di via Cristina e salire sul tranvai di Ponte Isabella; ed era sceso e salito anche lui; ma, arrivata in piazza Cavour, quella era scesa, e aveva preso il tran vai della barriera di Casale; e lui giù e su da capo; e lei giù per la terza volta in piazza Vittorio Emanuele, dov'era rimasta a aspettare il tranvai di Vanchiglia; e giù lui pure ad aspettare lo stesso tranvai a venti passi di distanza; ma all'arrivo di questo, vedendo ch'essa lo lasciava passare, benchè ci fosse posto, per aspettare il successivo, egli aveva finalmente desistito dall'impresa e se n'era andato via, con la curiosità in corpo, più arrabbiata di prima.
Durante una di quelle corse, appunto, le aveva visto aperto fra le mani uno di quei piccoli album da dieci centesimi, della casa di pubblicità del Massarani, nei quali sono segnate in rosso, sul tracciato delle strade, tutte le linee di Torino, ed essa l'andava sfogliando e osservando pagina per pagina, come un ufficiale di Stato Maggiore che studi la carta topografica delle grandi manovre. Chi sa che vasti piani di strategia tranviaria, che intricate combinazioni andava escogitando, di corse e di controcorse e di finte mosse e di giri viziosi, e chi sa mai con che scopo, e per forviare chi, e per riuscire dove? Mistero profondo! Era meglio non pensarci più; l'impresa era disperata.
Ma mentre diceva questo io vedevo bene che pensava ad altro, che aveva in cuore una contentezza a cui quel racconto serviva come il ventaglio alle signore per nascondere certe espressioni involontarie del viso. Tra una frase e l'altra guardava di qua e di là tutti i tranvai che passavano vicino o lontano, aguzzando gli occhi, come se in ciascuno ci potess'essere qualche persona ch'egli cercava; e il suo aspetto e i suoi modi eran quelli di chi ha un pensiero bello e felice che s'intromette in tutti i suoi pensieri, un'immagine a cui parla in segreto anche parlando ad altri d'altre cose, e che danza tra lui e tutti gli oggetti come i globi di fuoco che vediamo per aria dopo aver fissato gli occhi nel sole.
A un certo punto non mi potei più tenere e gli dissi ex abrupto: — Andiamo, a che serve fingere? Mi dica la verità. Lei ha trovato, e non mi vuol far la confidenza per timore ch'io la metta nel mio libro.
Questa volta diede in un ridere così forzato e stonato che tenni per certo d'aver colto nel segno. Sì, il timore soltanto di esser messo in stampa lo tratteneva dal farmi la confessione. E continuò a dir di no, scrollando il capo e sorridendo, e guardandosi la punta d'uno stivaletto, come se ventilasse in cuor suo se doveva persistere a negare o sfogar la sua voglia di dirmi tutto. — Ebbene.... — cominciò.
Io porsi l'orecchio per ricever la confessione.