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Per vari giorni non ritrovai più altri; ma in compenso, raccogliendo dei frammenti di discorsi nei carrozzoni e nelle giardiniere, feci la scoperta d'una nuova famiglia d'originali: gli sbeffatori della villeggiatura e dei villeggianti: cittadini che, trovandosi bene a Torino anche nel cuor dell'estate e preferendo il Caffè romano e le corse serali in tranvai a tutte le delizie campestri, si burlano di tutti quegli imbecilli, i quali, per ubbìe igieniche o per ostentazione di signoria, rinunciano a tutti i comodi della città e si vanno a rintanare in bicicocche solitarie, anche in rasa pianura, dove arrostiscono dal caldo e cascano a pezzi dalla noia. Giorni fa era un grosso signore sbracato che canzonava con molt'arguzia certe famiglie, le quali dalla villa tempestano di lettere supplichevoli gli amici lontani perchè vadano a sbattere con una visita la malinconia mortale delle loro giornate, e quando uno ce ne casca, lo accolgono con tale espansione di gratitudine da moverlo a compassione della loro esistenza. Avantieri era un impiegatuccio rinfichito che si rallegrava della stagione pessima pensando ai villeggianti di montagna, i quali, sorpresi dal freddo precoce, condannati alla reclusione dalla pioggia, devono covare il fuoco come in gennaio, per giornate eterne, sospirando amaramente Torino, rabbiosi di non aver il coraggio di ritornarvi. E ieri sera, da un vecchietto elegante, con la bocca tutta da una parte, intesi mettere in burletta una famiglia che, per la vanità di farsi credere in campagna, tien tutte le persiane chiuse e non esce che di notte, menando una vita miseranda e vergognosa di malfattori braccati dalla polizia. Non tutti, peraltro, sentono il bisogno feroce di condire il proprio piacere con rimmaginazione del dispetto altrui. Trovo sul tranvai delle facce ilari di giubilati che si godono l'estate con tutti i sensi, nuotando voluttuosamente nel caldo addormentatore dei loro incomodi, contenti della città meno affollata e meno rumorosa, e delle giornate lunghe che dimezzano il tormento dell'insonnia, riavuti dal sole come le biscie. Fra questi è il mio buon veterano, il quale, uscendo una mattina dal suo numero 43, sale sulla giardiniera di via Garibaldi con Ciuchetto fra le braccia, e mi rivolge la parola amichevolmente, con quell'effusione allegra e verbosa che dà ai vecchi il sentimento insolito della piena salute. E sta bene davvero, e sarebbe pienamente felice se il suo piccolo amico non avesse avuto una zampa sciupata dalla ruota d'un carretto; per cui da una settimana egli è costretto a portarlo in braccio a “prender aria.„ Povero vecchietto! Sentendosi forte, ha fatto uno sproposito: una gita ai laghi d'Avigliana, con biglietto d'andata e ritorno, tutto solo, e ne è tornato soddisfatto, niente stanco. E poi è contento dei “grandi onori„ con cui è stato ricevuto da Makonnen il Nerazzini, uomo di testa, che dà a sperar bene dei negoziati, ed esprime tutta la sua gioia di devoto monarchico per il matrimonio del principe di Napoli, e una tenerezza paternamente ammirativa per la principessa; — bella persona, bella persona. Parla di questo matrimonio come d'un avvenimento ch'egli avesse bisogno di vedere per viver tranquilli i suoi ultimi giorni e chiudere gli occhi in pace. — Se mi guarisse presto questo qui! — dice poi, accarezzando il cane, che mugola dalla gratitudine e tira a leccargli il viso. — Creda, è stato un dispiasì gross. È l'ultimo amico del povero vecchio. Già, non si scherza: son settantotto e mezzo, sa lei? Del resto, non mi lamento. Digerisco bene da un tempo in qua, e non tutti, all'età mia, possono dire altrettanto. Giusto, ci ho un vecchio camerata, che non sta punto bene. Vado ora a trovarlo. Questo tranvai mi porta proprio sull'uscio. Gran comodità, non è vero? Con queste belle giornate, in special modo. Lei scende già? Ah no, badi; non scenda fin che sia fermo. Si ha un bell'esser giovani, una disgrazia è presto accaduta. Così, grazie, e altrettanto. Buona passeggiata. Cerea. — È felice! O anima umana, mal paga del mondo, assetata dell'Infinito, e contenta di così poco!
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Faccio un'altra scoperta, di natura opposta alla precedente e ristretta al solo bel sesso: quella d'uno stato d'animo che si potrebbe definire: la musoneria settembrina. Vedo sui tranvai molti visi di signore e di signorine di cattivo umore, come tormentate da un dispetto sordo e immobile, che traspare dagli occhi fissi e guizza sulle labbra strette; e ne leggo la cagione nelle occhiate oblique che, al passar vicino alle stazioni, lanciano sulle signore in abito da viaggio, a piedi e in carrozza, che vanno dal lato della partenza, con un gran corredo di cappelliere e di borse. Ah, esse non appartengono, no, alla famiglia degli sbeffatori della campagna. Sono mogli e figliuole di poveri borghesi, ai quali la professione o la borsa vietano le dolcezze del “silenzio verde„, sono condannate e non rassegnate al domicilio coatto cittadino, rabbiose contro Torino, e contro la schiavitù o la pitoccheria coniugale o paterna, e contro le amiche partite, di cui prevedono, al ritorno, gli sguardi trionfanti e le interrogazioni compassionevoli. Come s'indovina tutto quel che mulinano quelle piccole teste fiorite durante le lunghe corse delle giardiniere! È il mese dei viaggi, delle gite alpestri, delle regate sui laghi, delle feste d'addio nelle case di bagni, delle chiassose scarrozzate da villa a villa, rallegrate d'incontri inattesi e d'ardite galanterie e di dolci colloqui nell'ombra e d'una gioconda libertà spensierata che la città coi suoi mille occhi aperti e la casa con le sue mille piccole cure non consentono. Tutte queste visioni danzano davanti a quegli occhi socchiusi che guardan lontano, al di sopra delle teste ciondolanti dei cavalli, in fondo ai viali lunghissimi e bianchi, l'orizzonte velato dai vapori estivi. E dietro a quelle fronti accigliate si preparano intanto le allusioni amare, le satire coperte, le rampogne, che ricadranno all'ora di desinare e di dormire, in suono di lamento o di condanna, sulle spalle d'un infelicissimo, ridotto ad aver paura della tavola e del letto come di due macchine di tortura. In verità, vedo dei bei visetti in cui la musoneria settembrina è così dura e provocante che, quando salgono o scendono, mi scanso con timore, come si fa con quegli spadaccini attaccalite che cercano un pretesto per bucar la pelle al primo venuto. E sono alle volte molte insieme, son giardiniere cariche di rancori coniugali, di polvere da guerra domestica, nelle quali mi piglia un malessere come a viaggiare in un treno che porti delle sostanze esplosive. E toccano anche a me degli sguardi ostili che dicono: — Devi essere anche tu uno di quei mariti aguzzini che fanno spasimar la moglie in città nel mese di settembre; — e se mi par qualche volta che uno di quegli sguardi s'addolcisca incontrando il mio, la mia vanità è castigata subito da uno sbadiglio mal frenato, che mi dice in faccia: — Ooooh.... non s'illuda; mi secca anche lei.
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Eppure, anche sul tranvai, aiutandosi un po' con la fantasia, si può goder la campagna. Io ci fo delle escursioni piacevolissime. Percorsi per la prima volta tutta la linea della barriera di Lanzo, e fu per me un vero viaggio di scoperta: l'osservatore s'ingrandisce il mondo. Passato il ponte sulla Dora e svoltato da via Ponte Mosca sul largo corso Emilia, si sente come il piacere dell'uscir da una folla: il respiro, lo sguardo, il pensiero più libero, un rasserenamento dello spirito che mette voglia di cantare. Attraversata la strada ferrata di Lanzo, non par più di essere a Torino. La città, a poco a poco, si traveste di gran signora in borghesuccia di campagna, spianando la fronte e prendendo un aspetto placido e ingenuo. Le case diradate si parano di lenzuola e di pezze di bimbi, come per il passaggio d'una processione; le botteghe sporgon fuori le insegne di cent'anni fa; le piazzette si congiungono con gli orti, le vie laterali si stringono in viottole che si perdono nel verde ai campi, e si va fra lunghi muri di cinta d'officine e di ville solitarie, fra assiti di giochi di bocce e larghi fossi, dove corre l'acqua fino agli orli, cantando la ninna nanna alla via che sonnecchia. Poi appaiono i primi terrazzini di legno, con le scale di fuori, le prime aie, i primi usci a cui è attaccata l'immagine d'un Santo da un lato e dall'altro un avviso della Prefettura; e qua e là vacche pascolanti, bimbi arsi dal sole e donne coi piedi scalzi; e in ogni parte una quiete, un silenzio, che il rumor del tranvai, dov'è con me un solo passeggiere addormentato, vi echeggia ed empie l'aria come lo strepito d'una corriera in un villaggio deserto. E là veggo scritto sopra un usciolo chiuso: Teatro Gianduja, e trovo degli annunzi in stampatello d'altri teatri sconosciuti: Teatro della barriera di Lanzo, Teatro Manzoni; nel quale si rappresenta Kean, sublime capolavoro di Alessandro Dumas. O che malinconia è questa che mi salta addosso tutt'a un tratto di venirmi a chiudere in una di quelle piccole case dormenti, pure sapendo che ci vivrei di tristezza, anzi appunto per viverci così, per sentir più profondamente la solitudine sul confine della città rumorosa? Tentazioni nere di soldato imbelle della vita! Ma questi pensieri volan via alla barriera, dove la piccola stazione della Madonna di Campagna, il sobborgo arioso che mi s'apre di fronte, e il via vai delle guardie daziarie, dei carrettieri e delle donne in mezzo ai carri e ai banchi di frutta e sull'alto cavalcavia della strada ferrata, mettono una vita, una gaiezza di movimento cittadino e di lavoro campestre, che m'entra nell'animo. Discendo per aspettare che si riparta, m'affaccio per curiosità all'uscio d'un carrozzone senza finestre, e là dentro, in un gruppo di fattorini e di cocchieri pasteggianti allegramente in mezzo alla batteria dei canestri, riconosco il giovane dantista, che sgranocchia una frittata col tegame in mano, e che, appena vedutomi, — Oh diamine — esclama; — come mai è venuto fin qua, ai confini del mondo abitato! Guardi, guardi che bella sala da pranzo....
e come il pan per fame si manduca.
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Il tranvai s'era già mosso quando lo fece fermare un operaio che veniva dalla parte di Madonna di Campagna, barcollando e brontolando, con la testa ciondoloni. Ci mise un bel pezzo a salire e si lasciò cascare sulla panca come un sacco. Allora soltanto riconobbi Desbottonass, che si doveva essere sborniato in qualche osteriaccia dì fuor di porta, impolverato da capo a piedi, coi capelli sulla fronte, una cicca in bocca e la cravatta sciolta. M'accorsi subito che in quei due mesi caldi trascorsi dopo l'ultimo nostro incontro la briachite cronica aveva fatto in lui dei guasti terribili. Mi fissò un momento con gli occhi imbambolati; ma non mi riconobbe. Si capiva dal modo come girava intorno lo sguardo irritato che aveva una gran voglia di attaccar lite. E l'occasione era bell'e pronta.
Quando il fattorino dantista sì presentò a domandargli: — Da due o da tre! — egli stette un po' pensando, e poi bofonchiò: — Mi voo a la Crocetta; — e senza dubbio s'era fissata quella meta lì per lì, senza un determinato proposito, per quella smania che hanno i briachi d'andar lontano, alla ventura, verso osterie sconosciute, per allargar l'orizzonte della sbornia.