Sulla stessa linea, partendo dalla barriera del Foro boario, all'ora dell'uscita libera dei soldati, vidi la sera seguente un quadretto nuovo e bellissimo: una carrozzata d'artiglieri, con una monaca nel mezzo, di quelle addette alle prigioniere delle vicine carceri; la quale dava l'immagine di Santa Barbara, protettrice dell'arma, scortata da un drappello dei suoi guerrieri, che la conducessero in trionfo a Torino. C'era al freno il protetto di donna Chisciotta. Appena lo riconobbi, m'andai a sedere accanto a lui, per vedere se era in bernecche. Non era, o non pareva; aveva la faccia rossa, peraltro, e rannuvolata, come sempre. Mi diede un'occhiata, come a un viso noto di frequentatore di tranvai, e partì. Subito dopo attaccò un moccolo solenne. Erano state tese le catene a traverso il viale, dovendo passare il treno di Milano: c'era qualche minuto da aspettare. Ahimè! L'uomo non perdeva che il pelo: appena fermato il tranvai, saltò giù e corse verso un bancuccio vicino, dove si dava il bicchierino di “rabbiosa„.
Il fattorino gli gridò dietro: — Guardati che c'è madama!
A quel grido egli si fermò e girò intorno uno sguardo sospettoso. L'altro diede una risata, e allora egli scrollò le spalle e andò a bere. Quella madama non poteva essere che donna Chisciotta, nota ai colleghi di lui come sua protettrice, e precettrice severa e vigilante di temperanza. Ebbene, se quel guardati aveva avuto forza d'intimidirlo, voleva dir che l'uomo non era ancora perduto affatto sulla via della combustione spontanea. Risalì sul tranvai forbendosi la bocca col dorso della mano, e sferzati i cavalli appena il passaggio fu libero, principiò a dar fuori quel tanto di filosofia che s'era messa in corpo per cinque centesimi. Cadevano le foglie secche dagli alberi di Corso Oporto: egli si mise a dissertare sulle foglie, come parlando ai cavalli. E una, e due, e tre, e via senza fine: erano le annunziatrici dell'inverno. Ah, quante cose gli annunciavano: le lunghe eterne giornate con la pioggia e col vento in faccia, le nebbie fitte e gelate, la notte alle cinque pomeridiane, le corse interminabili nella neve, interrotte da lunghe fermate, da cadute di cavalli, da sviamenti, da fatiche di negri. A un tratto si rivolse a me, come a un conoscente. E quella povra fia come avrebbe passato l'inverno con quella scellerata tosse che le schiantava l'anima? Gli dicevano che le avrebbe giovato l'aria della riviera. Eh si! Ma l'insegna dell'albergo dove l'avrebbero tenuta gratis, quella non glie la dicevano. Con chi non ha di questi la morte non fa cerimonie. Sono soltanto i signori che possono pregarla d'aspettare. — E soltanto dopo questo sfogo, mi diede la notizia che aveva una figliuola unica, la quale s'era ammalata e non più rimessa dopo una certa disgrazia. Ma non disse che disgrazia fosse.
Quando il tranvai fu per attraversare il Corso Umberto, il suo sguardo si fece fisso e il suo viso s'incupì anche di più, senza ch'io ne capissi subito la cagione. Non la capii che quando vidi il Corso Oporto ingombro di sciami di ragazzi che uscivano dalla Scuola municipale di Monviso. Allora principiò per il pover'uomo una vera tortura. I ragazzi, inseguendosi in giro e strillando, passavano e ripassavano a traverso le rotaie, a pochi passi dai cavalli, come per giocare col pericolo, e il disgraziato cocchiere, mutato in viso, pregava, minacciava, sagrava invano, stringendo le briglie con le mani tremanti e volgendo intorno gli occhi dilatati e spauriti, a cui s'alzava davanti la visione del bambino travolto ed ucciso; e nel viso e in tutti i movimenti della persona mostrava un contrasto violento e doloroso tra la furia di uscir di quel passo e la ripugnanza, quasi lo sgomento di procedere, come se oltre ai ragazzi scorrazzanti qualche altro impedimento terribile, veduto da lui solo, gli sbarrasse la strada. Quando finalmente si svoltò in via Venti Settembre, tirò un lungo respiro e si asciugò il sudore della fronte.
E per tutta la via Venti Settembre non parlò più. Stetti attento quando si passò nel punto dov'era seguita la disgrazia; ma egli non voltò il capo: tenne lo sguardo diritto davanti a sè, in fondo alla strada; con la fronte così alta, però, e con un'attenzione così fissa, da non lasciar dubbio che fosse forzata. Solo quando si sboccò sul viale Margherita, tornò a guardare le foglie che cadevano e riprese le sue considerazioni sull'inverno. — E una, e due, e via, a poco a poco, l'una dopo l'altra, vengon giù tutte; gli alberi perdono i capelli. Si sente già l'odore del giorno dei morti. Quest'inverno vuol essere anche più tristo dell'estate. Cosa ne dice? C'è mai stata un'annata pì malheureusa? Avremo una gran mortalità, certamente. Oh, per quel che è di me!... Andarsene, è tanto di guadagnato. Ma è veder andar gli altri.... Oh che brutto mondo!
Ma qui, curvandosi e cacciandosi avanti tutt'a un tratto come per gettarsi fuori del parapetto, urlò un: — Via! — sgangherato, che mi diede un rimescolo. Un ragazzo scalzo aveva attraversato le rotaie sfiorando il muso ai cavalli col capo.
— Ah! questi ragazzi! — esclamò poi con voce quasi di pianto. — Questi ragazzi mi faranno morir disperato! — e fermato il tranvai vicino al casotto di piazza Emanuele Filiberto, sbattè le redini sul parapetto con un atto di desolazione....
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Quelle ultime giornate del mese furono per le mie escursioni le più piacevoli dell'annata. Era il mio punto di partenza Porta Palazzo, donde passano o si diramano otto linee dirette ai sobborghi più lontani, e la mia linea preferita quella del Ponte Isabella; la quale percorsi l'ultima volta in una di quelle mattinate dolci e chiare di fin d'ottobre, in cui si confonde col sorriso della stagione che se ne va la malinconia di quella che viene, e si sente nell'aria come la mestizia d'un addio. Attraversato il centro della città, e percorso un gran tratto di quella interminabile via Cristina di cui sfugge il fondo allo sguardo, si svolta nel viale ridente di Raffaello, e di là si esce all'aperto, fra la fuga dei nuovi edifici universitari, ai quali i camini altissimi dalla forma di minareti danno l'aspetto d'un enorme falanstero orientale, e l'ultimo lembo del grande parco del Valentino, che si ristringe lungo la riva e va a finire con un bacio nel fiume. Qui nulla parla del passato, tutto è giovinezza e speranza, e par che non ci giunga il rumore e il fumo della battaglia della vita. Si attraversa una piccola città adolescente, tutta nomi di poeti e d'artisti, dove poche case rustiche resistono ancora all'assalto dei villini e dei palazzi, brillanti avanguardie cittadine, che da ogni parte le incalzano e le avvolgono; si arriva allo sbocco del corso Dante, di là dal quale sorge ancora un altro sobborgo bambino, che va fino al corso Galileo, ultima onda di Torino, a morire fra i campi; e si giunge sulla strada di Moncalieri, alle falde dei colli, dove il tranvai si ferma, in mezzo alla solitudine e al silenzio. E là discesi, ad aspettare che si ripartisse, ammirando il paesaggio vasto e sereno. Di qua le rive serpeggianti e solitarie del Po, ristretto e imbrunito dalle ombre dei boschetti, e la piramide del Monviso all'orizzonte, già tutta bianca; di là le acque larghe e lucide, rispecchianti il villaggio medioevale; più oltre, il castello rosso del Valentino; la mole Antonelliana nel cielo; e dietro di me la collina che cominciava a ingiallire, macchiata da un folto di pini, come una testa grigia da una ciocca nera. Tutto era terso e fresco, e l'aria odorava di vegetazione autunnale; ma pareva che vi corresse ancora un fremito della primavera e vi passasse già un brivido dell'inverno. Salì sul tranvai una coppia d'innamorati, che si tenevan per mano; di ritorno da una passeggiata romantica, forse: rosati in viso, eccitati dalla frescura e dal moto, luminosi d'amore. Il cocchiere solfeggiava un'arietta guardando le Alpi. Il grande silenzio non era rotto che dal filo di quella voce e dai picchi sonori delle lavandaie del fiume, che non si vedevano. Era uno di quei momenti in cui ci coglie come a tradimento il pensiero della vecchiezza, e ci rattrista. Guardavo i due amanti, e pensavo: — Essi sono l'Aprile, ed io.... il mese corrente. — Vedevo di là dal ponte la trattoria dell'Olimpo, appartata e chiusa, che mi ricordava dei festosi banchetti giovanili, dei cari amici, delle ardenti discussioni letterarie. Come mi pareva tutto lontano, e la casa, e gli amici, e le idee discusse! Eppure provavo un conforto vago in quella pace, come il sentimento d'una dolce rassegnazione, e il principio d'un riposo infinito. E udii con rammarico il grido brusco del fattorino: — Via! — come se mi dicesse: — Andiamo! Torniamo allo strepito della città e alle cure della vita; torniamo a lavorare.... e a invecchiare.
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