Ebbi un altro momento, di quelli che non si scordano, sulla linea della Crocetta, uno di quegli incontri inaspettati che ci lasciano stupefatti e pensierosi come se avessero il significato recondito d'un avvertimento del destino. Allo svolto da Piazza Carlo Felice in via Sacchi salì sul tranvai un controllore sui cinquant'anni, piccolo e pingue, con due enormi baffi rossicci brizzolati, che gli mascheravano mezzo il viso; e incominciò il suo giro sulle pedane per chiedere i biglietti. Dalla cautela con cui s'aggrappava alle colonnine e posava i piedi per non cascare, argomentai che fosse nuovo al proprio ufficio, al quale anche si prestava male la sua corpulenza. Quando mi fu vicino sulla piattaforma, ancora parato ai miei occhi da due persone interposte, gl'intesi dir forte al fattorino: — È al numero 136; — e quella voce risvegliò qualche cosa nella mia memoria, ma così lontano e confuso, che subito disparve, come l'ombra d'un uccello che passi. Essendo vuota l'ultima panca, il controllore s'infilò tra questa e quella accanto, per prendere i biglietti dei passeggieri ch'erano in piedi. Quando fu davanti a me, mi disse, toccandosi il berretto con una mano: — Il biglietto, signore.... — e restò con la bocca aperta e la mano per aria, fissandomi in viso. Ci fissammo così a vicenda, per qualche secondo, in atto interrogativo, e poi, nello stesso punto, uscì dalla sua bocca il mio nome e il suo dalla mia. Un intimo impulso gli fece sporgere il viso, ma si tirò indietro; io mi spinsi innanzi e gli baciai la guancia; egli mi rese il bacio, e volle dir qualcosa; ma non potè. Sorridemmo tutti e due, col respiro un po' oppresso. E un'onda di memorie attraversò la mia mente in un lampo: la Scuola di Modena, il suo lettuccio di ferro in un angolo del camerone della quarta squadra, una discussione sull'utilità dell'“ordine sparso„ sotto un albero del giardino ducale, il cappotto bigio chiaro ch'egli aveva portato dal Collegio militare d'Asti, e un nostro breve incontro per le vie di Piadena durante la guerra del 66. Da trent'anni non c'eravamo più visti, e non avevo più avuto notizie di lui. — Ebbene?... — Ebbene?... — Ma la conversazione s'arrestò lì; c'era gente intorno; vidi che gli tremavan le labbra; non si poteva proseguire. Fece un cenno con la mano, come per dirmi: — A più tardi, — e riprese il suo giro. Controllore! Dopo trent'anni! Lui! Per che vicende era passato? E ricordai i suoi bei disegni topografici con un tratteggio di montagna che gl'invidiavo, il suo costante buon umore, la rassegnazione di buon figliuolo con cui una volta era andato alla cella di rigore, estratto a sorte per un tumulto della compagnia, al quale non aveva preso parte. Poi, rifrugando nella mia memoria, mi parve di ricordarmi d'aver inteso dire molti anni innanzi ch'era andato in America, dove faceva il maestro elementare. E aspettai con impazienza che i vicini scendessero per interrogarlo e per dirgli la buona memoria che avevo sempre serbata di lui. Ma, tutt'a un tratto, egli discese. Dalla strada mi fece ancora un saluto con la mano, sorridendo, ma con una leggiera espressione di tristezza; poi voltò le spalle e s'avviò verso il Corso. Aveva ancora quell'andatura, tal quale, con quell'atteggiamento del capo, con quelle spalle curve, da cui scappavano le cinghie dello zaino. E lo seguitai con gli occhi fin che potei, con un senso di stupore misto di sgomento, pensando che un giorno solo, un caso, un punto della mia vita avrebbe potuto far sì che un altro mio amico, in quello stesso giorno, ritrovasse me su quel tranvai, con quel berretto gallonato sul capo, in atto di dire a lui: — Signore, il biglietto.... — Dopo quel giorno non lo vidi più.

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A questa avventura di romanzo succedette una scena di farsaccia, che vorrei non aver veduta, e che racconto soltanto per non lasciar nulla da parte di quanto può accadere sulla carrozza di tutti. Ma chi avrebbe potuto prevedere una scenata simile osservando quella giardiniera pochi minuti avanti, quando la raggiunsi in piazza dello Statuto? Era proprio una carrozzata di gente per bene, alla quale disdiceva intollerabilmente un cartello sospeso al di sopra della panca di mezzo, con su scritto in grossi caratteri: — Letame di cavallo. Trovasi in vendita a pressi convenientissimi presso la Società Belga. — Vedo ancora sulla panca in fondo un consigliere comunale e un medico militare in divisa; più in qua un generale di brigata pensionato, con la Gazzetta di Torino fra le mani; due maestre della Scuola Sclopis; signore, signorine, faccie rispettabili di grossi contribuenti e d'impiegati da tremila in su. Regnavano tra quella eletta di passeggieri la pace e il Galateo; il mormorio discreto delle conversazioni era coperto dallo scalpitìo dei cavalli lanciati al galoppo; nulla dava indizio dello scoppio che doveva avvenire. All'improvviso, dando le spalle alla compagnia, sentii il suono d'una ceffata e due grida furenti: — Baloss! — e: — Canaia!, e voltandomi, vidi alle prese nel mezzo due signori senza cappello, che con una mano si tenevano afferrati a vicenda per la cravatta e con l'altra si barattavano delle mazzate sul capo; una signora che gridava, altre che si preparavano a svenire, uomini saliti sulle panche per separare i lottatori, e poi un gruppo stretto intorno a questi, di cui non m'apparivano più che le due teste scarmigliate e i due bastoni branditi. La lotta cessò subito; ma i due nemici non s'allentarono, e rimasero in quell'atto di rappresentanti della “situazione europea„ ciascuno tenendo l'altro per la gola, come per dire: — Se non mi picchi, non picchio; se ti muovi, t'accoppo. — E quella coppia così atteggiata, su quella carrozza che correva, faceva uno strano effetto, come d'un quadro plastico, concorrente al premio, portato in giro sopra un carro di carnevale. Il cocchiere aveva appena fermato, che i due campioni si allentarono e si rimisero a sedere, improvvisamente racquetati dal pensiero del cappello volato via; e allora la corsa ripigliò. Ma non mi riuscì neanche allora di vederli in viso perchè restavano in piedi i loro vicini, intesi a sedare la contesa verbale che ricominciava; nè potei capire che cosa dicessero, perchè il cicalìo dei commentatori soverchiava la loro voce. Le notizie che arrivarono fino a me eran contradditorie. Chi diceva che fosse nata la lite dal fumo che l'uno dei due mandava in viso alla moglie dell'altro; chi diceva invece d'un piede dato nelle reni alla signora per sbadataggine; chi asseriva che non si trattasse d'un piede sbadato, ma d'una mano investigatrice. Quello in cui tutti concordavano era che alla ceffata maritale aveva dato la mossa decisiva un boric nudo e crudo opposto dall'altro ad un'osservazione vivace. Finalmente, quando i pacieri sedettero, riconobbi la triade alle facce pallide e convulse e ai due cappelli magagnati: una bella donnina col nasino all'in su, un marito col viso bitorzoluto, e un biondo secco coi baffi sovversivi, all'ultima moda. E fu il cocchiere, una faccia di ex carrettiere burlone, che, rivoltando in bocca una cicca, dedusse la morale dell'avvenimento. — S'ha un bel dire —, disse, fra due sputate nere —, bene educati, male educati.... signori e povera gente, quando c'è di mezzo la fumela, se le ammollano tutti ad un modo....

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Con quest'avventura volgare dovrei chiuder l'ottobre, se proprio la penultima sera del mese, per andare allo Sferisterio, non avessi avuto la buona ispirazione di salire sulla giardiniera della linea dei Viali, nel punto dove il Corso Oddone sbocca sul Corso Margherita. Salendo, vidi alzarsi un cappello a cencio da una testa che a tutta prima mi riuscì nuova; ma nell'atto di sedere sulla panca davanti riconobbi un muratore venuto tre anni addietro a casa mia per darmi dei ragguagli intorno al lavoro dei garzoni, quando pensavo di scrivere sulle fatiche precoci dei ragazzi; e nell'atto stesso vidi accanto a lui l'operaio della caramella, sua moglie e il piccino, seduti anch'essi sulla stessa panca. Vidi passar nell'occhio del marito, nel momento che si fissò nel mio, il ricordo di quella scena: non altro che un'ombra sfuggevole, ma che era ancora di rancor voluto, più che di rammarico, e al tempo stesso una mal celata espressione di stupore ch'io fossi conosciuto e salutato quasi amichevolmente dal suo compagno. Sedetti, voltando le spalle a lui e agli altri tre, e stetti in una vaga aspettazione, non so ben di che, inquieta, e pure piacevole, pensando che la curiosità gli avrebbe fatto domandare all'amico chi fosse lo sconosciuto ch'egli aveva offeso, e che una parola di quello sarebbe bastata a mutargli in tutt'altro senso quell'antipatia cieca, ch'era nata, come tante nascono, non dal risentimento d'un torto patito, ma dalla coscienza amara e dispettosa d'un torto fatto.

Appena seduto, in fatti, udii delle voci sommesse, da cui compresi che le teste si erano avvicinate; ma durarono pochi secondi, e la brevità del colloquio, appunto, m'accertò di quanto già l'altra volta m'aveva fatto supporre il giornale che gli avevo visto leggere: che, soltanto il mio viso essendogli sconosciuto, non gli sarebbe occorsa alcun'altra notizia o spiegazione quando avesse inteso il mio nome. Seguì un silenzio lungo, durante il quale mi parve di sentirmi entrar per la nuca e scendermi dal cervello nel cuore i suoi pensieri. L'ascoltavo, udivo le sue parole come se veramente le pronunciasse. E gli rispondevo dentro di me: — Vedi che ti sei ingannato. Ah certo, fu una trafittura al cuore che tu m'hai dato. Ma non credere, non t'ho serbato rancore. Io ho capito. Eri senza lavoro, abbandonato, infelice; eri sdegnato contro la società, e ti è parso uno scherno ch'essa porgesse un dolce al tuo bambino mentre negava il pane a te, a lui e a sua madre. Pensa se non t'ho capito e scusato! — E pensavo pure ch'egli avrebbe voluto fare un atto, dirmi una parola che m'esprimesse il suo sentimento; ma non immaginavo in qual modo si sarebbe potuto esprimere senza fare al proprio orgoglio una violenza che sapevo difficile, io che in tanti altri casi simili non ero riuscito a farla al mio. — Non farà e non dirà nulla — pensavo — mi saluterà al momento dì scendere, e sarà tutto. Ma basterà questo. Purchè io sia certo che ha mutato sentimento; che importa che me lo dichiari a parole?

Ebbene, m'ingannavo. Nel punto che si svoltava sul corso San Maurizio, udii di nuovo un rapido bisbiglio dietro di me, poi un breve silenzio, poi qualche cosa come un peso mutato di posto, e mentre mi domandavo che cosa potesse essere quell'armeggio, mi sentii prima un alito nell'orecchio, poi una piccola mano sopra la spalla, poi una bocca infantile che strisciò la mia guancia. Ah, caro bambino! Me lo porgevano. Era lui il messaggiero muto, il pegno palpitante della riconciliazione. Potete immaginare come me lo presi....

CAPITOLO UNDECIMO.

Novembre.

Quanto più s'avvicinava la fine dell'anno, tanto più sovente pensavo al giorno in cui avrei abbandonato la “carrozza di tutti„ che era da molto tempo il mio pensiero assiduo; e presentivo che sarebbe stato triste per me, come per il romanziere il separarsi dal mondo del suo romanzo; con questa differenza, ch'io non mi separavo da fantasmi, ma da gente viva. Avrei continuato a correre sui tranvai, certamente, e a vedere i miei personaggi e scene e casi curiosi; ma con la mente occupata da altri pensieri, non osservando più che per caso, non facendo più gite con quel proposito, non più tendendo l'orecchio, nè cercando o interrogando; e i miei personaggi familiari si sarebbero sbiaditi a poco a poco ai miei occhi, per rientrare poi e finir con perdersi nella folla. Sì, col novantasei si sarebbe chiuso un anno veramente singolare della mia vita, e benchè ne desiderassi la fine per riacquistare la mia libertà di spirito, pure avrei voluto insieme che si allontanasse; e per questo moltiplicai le corse, in quell'ultimo periodo, e cercai e osservai con più viva alacrità avvenimenti e persone, come per vivere più intensamente e prolungare nel mio pensiero il breve tratto di tempo che mi rimaneva. Intanto, qualche cosa essendo trapelato del mio disegno, io cominciavo a vedermi guardato da cocchieri e da fattorini con un'espressione insolita di curiosità, assai diversa negli uni e negli altri secondo il concetto che s'erano formati di quello ch'io intendessi di fare, e dello scopo del mio lavoro. Alcuni, quando li interrogavo, mi guardavano con un'aria di stupore comico, come una bestia rara, un bel capo matto, che stillasse sul loro conto qualche stramberia misteriosa, inaccessibile affatto a qualsiasi sforzo della loro immaginazione. Altri pensavano ch'io volessi dare una gran battaglia con la piuma in loro favore, e, comunque esordissi con le mie domande, tiravano subito il discorso sul servizio duro e sulla paga scarsa e su torti fatti a loro o ad altri, suggerendomi proposte dì riforme ab imis e argomenti di tirate tribunizie. Ma ne trovai anche parecchi, che, sospettando in me un ferro di polizia della Belga o della Torinese, un furbo mariuolo che, col pretesto di fabbricare un romanzo, tirasse a far cantare gl'impiegati per regola e norma delle Amministrazioni, stavano in guardia, e ad ogni mia più innocente domanda, anche lontanissima dall'argomento sospetto, s'affrettavano a rispondere: — Ah, io non potrei dir nulla; non ho da lagnarmi; faccio il mio dovere, son trattato bene.... cosicchè.... —; e il cosicchè voleva dire: — Non mordo all'amo; ne peschi un altro. — Quello che diede più vicino al segno fu Carlin; il quale, la prima sera di novembre, sul tranvai dei Viali, mi si piantò in faccia sorridendo, e con l'aria di chi ha scoperto in un amico l'intenzione di fargli un tiro burlesco: — Ah, dunque, — mi disse, — lei ci vuol metter tutti in poesia?