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È quella una corsa che deve fare, il giorno dei Santi, chi cerca lo spettacolo, non frequente a Torino, d'una grande moltitudine. Per il corso Margherita, per tutte le strade che vanno dal centro alla riva della Dora, sui ponti, sui viali del Regio Parco e per i sentieri a traverso i prati, s'allungavano cento processioni umane dirette al cimitero, cento torrenti e rigagnoli neri, che travolgevano nelle loro onde lente una profusione mirabile di fiori, come se avessero spogliato nel loro corso tutti i giardini della campagna di Torino. Il tranvai spezzava in due, a ogni tratto, delle grandi frotte di gente, così fitte e restìe a separarsi da parere stuoli enormi tutti di parenti e d'amici; famiglie numerose come tribù, dal nonno curvo ai nipotini condotti per mano, precedute dall'uomo più robusto, portante una grande corona; file di uomini e di donne, con corone piccole fra le mani, che facevano ala per un momento al nostro passaggio, mostrando una varietà infinita di visi pensierosi, spensierati, tristi, sereni, alcuni improntati d'un dolore recente, i più di indifferenza o di noia; e in quella grande moltitudine un grande silenzio, come in un esercito disarmato e prigioniero. Sulla giardiniera c'era un carico di corone e di ghirlande, adagiate o tenute ritte sulle ginocchia da signore e da donne del popolo; alcune di viole del pensiero e di rose bellissime; e forse ci sedeva già vicino e le adocchiava il ladro mortuario che ne avrebbe rubato il nastro la notte. O carrozza di tutti, piccolo panorama del mondo a dieci centesimi! Stando ritto in fondo, vedevo dentro il vano d'una gran corona di mirto e di semprevivi le teste combaciate d'un giovane e d'una ragazza che tortoreggiavano sulla panca davanti, e quell'idillio chiuso in quella cornice funebre mi faceva pensare a quante altre parole d'amore si sarebbero scambiate quel giorno, a quanti innamorati avrebbero pedinato le belle in mezzo alle croci e alle tombe, spandendo qua e là sulle iscrizioni dolorose la gioia degli sguardi e dei sorrisi corrisposti. Una povera donna, seduta davanti a me, teneva fra le mani una piccola corona di crisantemi violetti, da pochi soldi, che doveva esser destinata a un bambino, e parlava, parlava con voce accorata, come facendo uno sfogo, al marito duro, che non rispondeva. Ah, che pietà! Da qualche parola capii che la corona le pareva troppo misera, indegna del suo caro morticino, e che rinfacciava all'uomo l'avarizia crudele o il danaro sciupato all'osteria, che le aveva tolto di comprare una corona più bella. — Pover cit, va! — diceva. — Pover cit! — con un accento di compassione e di tristezza che stringeva l'anima, e guardava e rivolgeva la corona fra le mani con l'atto d'una bambina delusa e umiliata del regalo lungamente desiderato, lanciando tratto tratto delle occhiate d'invidia triste alle altre corone grandi e ricche, che le stavano intorno. Ci son piccoli dolori che fanno più pena delle grandi sventure. Mi dovetti voltare da un'altra parte, quando la povera madre discese al ponte delle Benne; dovetti guardare verso il Corso San Maurizio, che altri tranvai risalivano, pieni anch'essi di gente e di corone, tagliando una grande processione nera riversantesi da via Rossini in via Reggio, simile anche essa a un torrente su cui galleggiassero tutti i fiori delle sue rive predate.

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Rifeci la stessa strada il giorno dei morti; ma la gente era scarsa, e velata da una nebbia umida, in cui le file dei lontani apparivano come processioni d'ombre, che ritornassero dalla città al cimitero, dopo aver reso ai parenti la visita del giorno innanzi. Pareva una serata d'inverno. Sulla giardiniera c'eran poche persone. Tutta la mia attenzione fu attratta da una sola. Sedeva sopra una delle ultime panche, in mezzo a uno spazio vuoto, una signora di quarant'anni, vestita di seta nera sbiadita, con una miseria di cappellino nero, guernito di rose selvatiche, e una piccola corona fra le mani, di perline nere e gialle, sulla quale erano disegnate due iniziali. Quelle povere rose, benchè pallide e sciupate, parevano ancor fresche e d'un rosso vivo appetto alla pallidezza cadaverica del suo viso infossato alle guance, smunto e secco come un teschio con la pelle; nel quale brillavano d'una fiamma febbrile due occhi dilatati e fissi, esprimenti una stanchezza mortale, una tristezza infinita. Quella veste logora disegnava le forme non d'un corpo, ma d'uno scheletro, e dalla pelle delle tempie e del collo trasparivano le vene come le righe d'uno scritto dalla carta velina. La corona diceva: — Sono afflitta; — la veste: — Son povera; — il viso: — Son moribonda. — Pareva che portasse quei fiori al camposanto per sè medesima. Aveva l'aspetto d'una vecchia ragazza; era senza dubbio una signora caduta in povertà; sola al mondo, forse. Tutt'a un tratto, le prese un accesso di tosse; con un brusco movimento appoggiò un braccio sulla spalliera davanti, chinò il capo sul braccio, e si mise a tossire, riscotendosi tutta a ogni schianto, violentemente, come alle strette d'un artiglio che le frugasse le viscere, e inarcando le spalle ossute e il busto lungo, d'una eguale strettezza dalle spalle alla cintura, come un tronco d'alberella incurvato, che un colpo di vento può infrangere. E tossì, tossì, senza tregua e senza fine, in un atteggiamento d'abbandono sconsolato, facendo dondolar le rose del cappellino e tenendo la corona in là col braccio teso per non sciuparla; tossì d'una tosse fischiante, faticosa, implacabile, che quando pareva sul punto di cessare ripigliava più fitta e più aspra, come se non fosse dovuta cessare mai più, come se fosse stata un linguaggio, un'effusione di parole confuse, il racconto appassionato d'una lunga vita di miserie e d'angoscie, un'invocazione ardente, ostinata, disperata della morte. I pochi passeggieri stavano a guardarla con un'espressione mista di pietà e di ribrezzo. — Quella lì, — disse forte il fattorino, — non farà le feste di Natale. — Bruto! — gli dissi col cuore e con gli occhi. Un ragazzetto, voltato verso di lei dalla panca vicina, rideva. Finalmente, quando il tranvai fu a cento passi dal piazzale delle Benne, la disgraziata smise di tossire, e rialzato il capo, sfinita di forze, s'assicurò subito che la corona non si fosse guastata, palpandola qua e là con la sua mano di morta; poi, come ricordandosi a un tratto dello spettacolo che aveva dato di sè, girò sui vicini uno sguardo velato, umile, quasi vergognoso, come di chi chiede scusa d'un'offesa involontaria, e alzò a stento il braccio che pareva un osso, per far cenno di fermare. Quanto è male giudicare il cuore della gente incolta da una parola villana! Fu il fattorino, fu il bruto, che prima di lei saltò giù dalla carrozza e con un atto di premura rispettosa e triste le porse la mano per aiutarla a scendere. Io non avrei detto quella parola; ma non avrei fatto quell'atto. Ah, la rettorica dei cuori gentili!

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Il principio dl novembre mi portò ancora un'altra tristezza. Pochi giorni dopo, in una mattinata piovosa e malinconica, salii in Piazza dello Statuto sul tranvai del Martinetto, dove trovai Carlin, che mi diresse subito la parola per espandere un suo caldo sentimento d'ammirazione. — Ha letto, eh? Quel Kossuth! Quelli son vecchi di polso! A quell'età, battersi in duello! Hanno un bel dire; ma non ne nasce più.... Sacrestia! Ebbene, mi fa piacere. — Aveva letto nel giornale la notizia del duello seguito a Pesth fra i deputati Kossuth e Ugron per una quistione politica, e credeva che si trattasse del padre, di cui ignorava la morte. Egli lo conosceva, il grand'uomo; glie l'avevano indicato una volta in tranvai sulla linea della barriera di Casale, e gli pareva miracoloso, giustamente, che quell'uomo facesse ancora valere le sue ragioni col saber. Quando gli dissi che il duellante era il figlio, e che il vecchio Kossuth era morto l'anno prima, rimase stupefatto. Poi, essendoglisi chiarita la memoria, per dissimulare la vergogna del granchio, voltò all'improvviso la sua ammirazione verso il Chionio, l'autore del Tempo che farà, il quale aveva predetto la pioggia appunto per quel giorno: — Un altro grand'uomo quello, una testa che fa onore a Torino. — Intanto s'era infilato via Garibaldi. Passato appena il canto di via delle Scuole, il tranvai fu arrestato da un convoglio funebre: un meschino carro di terza classe, a cui era appesa una piccola corona di edera, preceduto da una ventina di figlie verdi, e seguito da un prete e da poche altre persone, la più parte vecchi, curvi e zoppicanti sotto gli ombrelli: una cosa misera e triste quanto si può dire, sotto quell'acqua fitta, in quella strada rumorosa, dove nessuno si voltava neanche a guardare, in mezzo a quei muri tappezzati d'annunzi teatrali raggrinziti dalla pioggia. Mentre notavo che i più di quei vecchi avevano un nastro all'occhiello, vidi davanti a loro, sotto il carro, un piccolo cane tutto impillaccherato, che mi parea di riconoscere.... Eh, sì, proprio, era Ciuchetto. O mio povero buon veterano! Era lui, dunque, che portavano via! E infatti, voltatomi a guardar la porta da cui il carro s'era mosso, lessi il numero 43, la porta donde avevo visto uscir tante volte il caro vecchio, con la mano in alto, per accennare al cocchiere che fermasse. Povero mio buon veterano! L'avevo trovato l'ultima volta così contento della sua gita ai laghi d'Avigliana e del matrimonio del principe di Napoli. E anche quella mattina, all'ora solita, in quel luogo solito, egli aveva fatto fermare il suo tranvai; ma non più alzando la mano, poveretto, e non più per salire: egli era salito sopra un'altra carrozza, tutta per lui, e diretta fuor della cinta; e il suo povero Ciuchetto, il suo ultimo amico, lo accompagnava per l'ultima volta, rimasto solo al mondo, solo e senza pane, com'egli aveva tristamente previsto. Ebbene, egli aveva compiuto il suo cammino, il buon vecchio, e andava a riposare in pace; ma quel povero cane infangato, che andava in capo al corteo come il parente più prossimo, abbandonato e triste come un orfano, era più compassionevole a vedere del carro che gli portava via il suo padrone. E per un pezzo non mi potei più liberare dall'immagine di lui, che sarebbe ritornato dal cimitero solo, verso la grande città annebbiata, dove non aveva più tetto e non l'amava più alcuno....

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Fu il professore azzeccasonetti il mio primo incontro lieto del mese; lieto non per suo merito, ma in grazia del caso. Mi colse in un momento buono per lui, una sera di festa, sopra una piattaforma dov'eravamo già in sei più del numero legale, stretti, accalcati in maniera che non avrei potuto fare il minimo atto di difesa; ma, con mia gran meraviglia, non m'investì subito. Era d'un umore orrendo, coi baffi irti come penne d'istrice, furibondo contro il direttore d'un giornale letterario che aveva rifiutato i suoi versi: un asino, un cretino che avrebbe “cestinato„ un canto anonimo del Leopardi ed empiva le colonne di porcherie. — Già, ha pubblicato anche delle cose sue, — mi disse senz'ombra d'intenzione offensiva; — lei lo deve conoscere. — E mi credevo già al sicuro, quando egli aggiunse: — Senta però come l'ho conciato.... un sonetto che è un vero schiaffo di quattordici dita.... — Mi vidi perso; ma fui salvato. Salì sulla piattaforma, ridendo sonoramente, un bel fusto di ragazza rosata, scarmigliata, sfrontata, abbondante di tutto, mezza brilla e col diavolo in corpo; la quale mise lo scompiglio in quel serra serra e tagliò in bocca a lui il primo verso. Tentò d'entrare nell'uscio, non potè; si cacciò avanti e disse una facezia grassa al cocchiere; poi si rifece indietro, e poi a destra e a sinistra; in mezzo minuto scomodò tutti e rise con tutti, rigirando sopra sè stessa e cascando a ogni sobbalzo del tranvai ora addosso agli uni ora agli altri, che le scoccavano in viso degli scherzi, a cui essa ribatteva con una risata, mettendo in tutte le nari l'odore dei suoi capelli e il calore del suo fiato. E fu un bel vedere la scintillaccia che diè fuori da tutti quei visi barbuti e gravi, senza distinzione d'età nè di classe. Fu come l'effetto d'una candela accesa in mezzo a uno sciame di farfalloni assopiti. C'erano degli operai, dei padri di famiglia in cilindro, un consigliere della Corte d'Appello con una faccia che pareva il frontespizio del Codice, un vecchio impiegato dell'Intendenza di finanza, e degli studenti, che poco prima si guardavano per traverso, uggiti dal contatto reciproco, e imbronciati gli uni contro gli altri. Ed eccoli ora, quasi riconciliati e affratellati per incanto, mostrare tutti negli occhi il luccichìo d'un giolito comune e scambiarsi dei sorrisi quasi amichevoli, come gente che trinchi insieme toccando i bicchieri. Eterno femminino! E anche il poeta, attaccato dal contagio, teneva fissi gli occhi su quella capigliatura scomposta e insolente che di tratto in tratto sfiorava la bazza a lui pure, e mi pareva che il velarsi improvviso del suo sguardo accusasse ogni tanto un movimento indagatore del ginocchio; ma guizzava a un tempo sulla sua bocca l'espressione d'un altro sentimento. Era un sentimento di dispetto, un'umiliazione amara al pensare che poca cosa fosse la potenza della poesia, sua consolazione e suo orgoglio, se bastava l'apparizione d'una qualunque giovine asinella in calore, non solo a distogliere gli altri dall'ascoltarlo, ma a scompigliare nella sua mente stessa i “sudati carmi„ e a mutare in tutt'altro ardore il suo fuoco sacro. Quando la ragazza, lanciato in giro un cerea burlone che mostrava la coscienza degli effetti prodotti, discese d'un salto, egli aprì la bocca per ricominciare; ma, anch'io discendendo, non ebbe più che il tempo di vibrarmi la prima metà del primo endecasillabo, che mi restò confitto nella schiena come un dardo spezzato.

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Il secondo che ritrovai fu Desbottonass, una sera di domenica, sul corso Cairoli, in uno stato miserando. Egli salì a stento sulla piattaforma, sorretto per le ascelle da sua moglie grigia e rannuvolata come il cielo, e appena su, si aggrappò alla colonnina e resistette ostinatamente alle istanze della povera donna, che lo voleva tirar dentro, per timore d'una caduta. Rimase lì, afferrato con una mano al ferro e appoggiato con l'altra al parapetto, piegato e tentennante sulle gambe flosce, fissando stupidamente le rotaie che parevano fuggire in direzione opposta al carrozzone, come avrebbe fissato un acqua corrente, col capo ciondoloni sul petto. Era ancor molto dato giù dopo l'ultima volta che l'avevo visto sulla linea della Crocetta. Aveva il viso ingiallito e risecchito, diventato piccolo come quello d'un bambino, rigato di grinze lunghe e simmetriche come grandi gambe di ragno; la bocca cascante, come se non avesse più muscoli, in un atteggiamento tra di disprezzo e di nausea, e dei moti involontari e fitti del capo come se rispondesse continuamente di sì e di no alle domande d'un fantasma.