Al primo rischiararsi del cielo, i due vecchi genitori s'eran levati e vestiti con quella lieta pressa dei fanciulli che si apprestano a una bella passeggiata in campagna; e s'eran messi a girar per la casa a passi frettolosi, spalancando porte e finestre, battendo forte le mani al capezzale dei dormienti, e vociando: animo, giù dal letto, ragazzi. I dormienti, destati così all'improvviso, spalancavano gli occhi e la bocca e giravano intorno uno sguardo pieno di sonno e facevano quella cera imbroncita e stizzosa di chi è sturbato nella pigrizia; ma, non appena riavutisi dal sonno, ed afferrata col pensiero la ragione di quell'improvviso gridìo, s'animavano tosto di una grande letizia, mescolavano allegramente le loro voci a quelle dei parenti, balzavano anch'essi dal letto, si vestivano in furia, e via per la casa, e per l'aia, per la via, e per gli orti, a sbrigare con inconsueta sollecitudine le usate faccende, sorridendosi l'un l'altro ad ogni incontro e facendosi dei cenni faceti da lontano e incitandosi a vicenda colla voce a far presto. Poco dopo giungeva ansando la giovinetta, la sposa promessa, la quale stava di casa là presso; giungeva di corsa, accompagnata da due amiche, vestita a festa, con un mazzolino di fiori nei capelli, tutta rossa nel viso; incontrò subito la madre, sorrise, arrossì, le si gettò nelle braccia, e poi scioltasene di repente e fattosi due e tre volte schermo col gomito da chi volea guardarla nel viso per dirle una cortesia, si pose in giro anch'essa per quella casa, che era come sua; e tutte assieme cominciarono ad assestare e spolverare arredi e masserizie, a lavorar di granata in ogni angolo più riposto, a rimuovere letti dalle pareti, a smuovere sacconi, a bilicar cavalletti, a scuotere fuor delle finestre lenzuola e coperte, a trar dagli armadi certi candelieri d'ottone tenuti in serbo per le grandi occasioni, e sulle rastrelliere, e nelle inferriate delle finestre, e attorno ai quadretti, e al di sopra delle porte, a disporre e a legar frasche e mazzetti di fiori campestri. Così che al primo apparir del sole, quella casa era netta, nitida e odorosa come un giardino; l'aia liscia e pulita come una lastra di marmo; non una foglia o un fuscello, chi lo avesse cercato un'ora.—E non si poteva far di meno, via, per ricevere come si deve un soldato che torna dalla guerra, e torna ferito!—Così, poichè ebbero finito di lavorare, diceva la buona vecchia all'altre donne, passando di stanza in stanza, ed indicando loro con compiacenza il bell'ordine e la nettezza di tutte le cose.—Sicuro!—risposero l'altre.
E uscirono sull'aia. La madre restò; chiamò per nome la fanciulla, che accorse tosto salterellando; la prese per una mano, la condusse nella sua stanza, e quivi, sospingendola dolcemente dinanzi a uno specchietto:—guardati,—le disse,—ti si è sciupata la divisa.—Dio mio!—esclamò la giovinetta facendo un viso tutto crucciato,—o come mai?—Spenzolano frasche da tutte le parti,—rispose la vecchia,—e tu corri di qua e di là come una pazzerella senza badare a chinar la testa.... Siediti.—E la giovinetta sedette, e la mamma le si fece dietro, e le sciolse le trecce, e le ravviò i capelli, e poi stringendoglieli tutti con una mano per tenerli ben tesi e potervi segnare coll'altra la dirizzatura, le faceva scherzosamente chinar la testa all'indietro abbassando il pugno a grado a grado, e le serrava fra il pollice e l'indice il mento o stuzzicavale con un dito la fontanella della gola, per cui ella si scontorcea sulla seggiola con quel riso convulso dei ragazzi solleticati. Le rifece le trecce, vi riappuntò le forcine, le fe' scorrere due o tre volte sui capelli le mani aperte e tese perchè riuscissero ben lisci e lucidi, e poi, posatele le mani sulle spalle e guardatala in volto, le die' un bacio e si allontanò dicendole:—Andiamo.—La fanciulla si alzò e la seguì tenendo la faccia rivolta verso lo specchio fin ch'entrò nella stanza vicina. Quivi, lasciata uscir la madre, sollevò leggermente un piede da terra, e, fatto perno del calcagno dell'altro, die' un doppio giro intorno a se stessa, e si accoccolò d'un tratto volgendo indietro la testa a rimirar con vezzosa curiosità le gonnelle gonfiate dal vento che parevano una veste co' cerchi. Subito dopo accorse anch'essa sull'aia.
Tutti gli altri, parte sparpagliati sull'aia, parte sur un tratto della via dinanzi alla casa, erano in continuo moto da quella a questa, da questa a quella, come se scottassero i piedi a restar fermi un momento. E in quel continuo girare, non si dava mai il caso di due persone, le quali, incontrandosi e guardandosi, non si scambiassero una lieta parola o un sorriso, però che lo sguardo dell'una rammentava all'altra la gioia comune, e glie ne rinfrescava, per così dire, il sentimento. Il fratello della fidanzata, passandole accanto, o le dava un gagliardo pizzicotto nel braccio pel maledetto gusto di strapparle un guaìto, o, sorpresala alle spalle, le afferrava ambo i gomiti e li forzava l'un verso l'altro in atto di voler ch'e' si toccassero, e quel: va via sgarbato! che gli toccava poi in castigo, accompagnato dalla minaccia d'un ceffoncino che non veniva mai, gli dava un gusto matto. Le amiche la traevano a volta a volta in disparte, e si aggruppavano intorno a lei per susurrarle nell'orecchio non so che parole, a cui soleva seguire uno scoppio di risa e un rompersi repentino del crocchio e uno sparpagliarsi di corsa. Di quando in quando il vecchio babbo, fermandosele dinanzi e facendo un visaccio serio serio, le diceva:—Non viene.—Come? perchè? chi ve l'ha detto? essa domandava concitatamente, tramutandosi in volto.—Mah!... me l'immagino—rispondeva sorridendo il vecchio.—Ah! esclamava essa mandando un sospiro e rasserenandosi ad un tratto—avete scherzato. Voleva ben dire, io! Oh stiamo a vedere perchè non avrebbe dovuto venire!
E poi volgendosi alla madre che era fuor del portone dell'aia e tendeva lo sguardo lungo la via:—Mamma,—le chiese,—vedi nessuno?
—Non vedo che un carro lontano lontano.—La fanciulla riprese a celiare col vecchio, senza darsi alcun pensiero.
Intanto il carro era giunto a poco più che trecento passi da quella casa, e nel cuore del soldato era seguìto uno strano mutamento. Pareva ch'ei non avesse più un vivo e vero sentimento del suo stato, che non sapesse più dov'era diretto e gli fosse sfuggita la memoria dei luoghi ove passava, tanto ei teneva lo sguardo stupidamente immobile sulla sua casa di cui cominciavano ad apparire distintamente le finestre e i terrazzini di legno, o lo girava lento e senza vita sui campi, sulle case e sugli orti vicini alla via. S'avvicinava a casa sua come ad un luogo sconosciuto. La sensitività del suo cuore si era, in certo modo, esaurita. Siffatta è la nostra natura, che subiamo con fredda impassibilità e con una specie di morto abbandono l'eccesso di quei dolori, che ci eran parsi insopportabili da principio. E però quel povero infelice, come se avesse smarrito affatto il presentimento della desolazione che andava a gettare nella sua famiglia, ora stava tutto intento, colla bocca aperta e gli occhi immoti, al rumore monotono del carro; ora, dato un colpo colla mano aperta sur un sacco, stava attonito a rimirar il bianco spolvero che se ne levava; ora sfibbiava e raffibbiava sbadatamente le cinghie tese fra quelle due stecche commesse al vasotto di legno in cui S'introduce la gamba monca (due stecche che stringon fra loro e tengon ferma la coscia sul suo sostegno); ora, impugnata una gruccia presso al puntale, ne andava battendo leggermente il manico sulla punta del piede.... Ma già da un po' di tempo risentiva un lieve dolore all'estremità di quella povera coscia, comunque l'avesse accuratamente ravvolta in certe pezzuole di cui gli avean riempite le tasche all'uscir dallo spedale; e però, quasi senza addarsene, sfibbiò un'ultima volta le cinghie, allungò il braccio, tolse quello sciagurato arnese, lo sollevò, e se lo pose allato. Rimasta libera la coscia, il dolore si attutì.
E il carro andava, andava, ed egli, senza darsi altro pensiero, passava e ripassava la mano sulla coscia come per addormentare quel po' di dolore che ancor vi rimaneva, quando, levati gli occhi, si tramutò improvvisamente nel volto, giunse le mani, die' un grido e stette immobile, come una statua, in quell'atto. Aveva veduto il tabernacolo di quella sera; era ritornato in sè stesso; tutte le memorie, già da qualche tempo sopite, gli si erano, in quel punto, ridestate tumultuosamente, e il suo cuore, assalito all'improvviso da una folla di affetti violenti, gli avea dato una terribile scossa. Guardò lungamente il tabernacolo colla faccia pallida e gli occhi dilatati e le labbra tremanti; poi tese le braccia in atto supplichevole e gridò:—Oh Gigia! Oh mia Gigia!—e ricadde bocconi sul carro.
In quel punto un grido acuto gli ferì l'orecchio e gli rimescolò il sangue da capo a piedi. Levò la testa, guardò, intravide, afferrò la gamba di legno, vi cacciò dentro la coscia, adunghiò colle dita convulse le cinghie, tentò, tentò, non riusciva ad affibbiarle, Dio mio! non riusciva; e intanto tutta quella gente si avvicinava, colle braccia aperte, colla bocca preparata ad un grido di gioia che non potea mandar fuori; e oramai il poveretto non faceva più che stropicciarsi con ambe le mani la coscia come un insensato.... Ah! eccoli, eccoli presso; fu la madre la prima; gli tese le braccia con un sorriso divino sul volto, chinò gli occhi, intravide, gettò un grido, dal più profondo dell'anima, tremendamente disperato, gli si avviticchiò al collo gemendo, e stette. Tutti gli altri si copersero colle mani la faccia.
Dopo un minuto egli era a terra; le cinghie gli erano state affibbiate senza ch'ei se ne accorgesse.—Lasciarlo andare da sè, pensarono tutti ad un tempo, vederlo camminare a quel modo? Oh no! bisogna portarlo. Portarlo? No! no! si portano i moribondi, e non.... no portarlo, no!—Questo pensiero passò, come un lampo, per la mente di tutti. In quel lampo il povero mutilato s'era messo le gruccie sotto le ascelle, e per abbreviare ai suoi cari quello spettacolo doloroso, s'era diretto, a lunghi salti, verso casa. Lo guardarono! Tutti, tranne la madre e la fanciulla; esse aveano celata la faccia l'una nel seno dell'altra.
Entrò in casa pel primo; subito dopo gli furon tutti intorno, gli tolsero di mano le gruccie, lo fecero sedere presso alla tavola; egli vi incrociò sopra le braccia e abbandonò sulle braccia la testa. Ma tosto una mano tremante gli si posò sulla fronte; egli alzò il capo, si vide innanzi un seno ansante con grande violenza, conobbe di chi era senza levar gli occhi, e nascose il volto in quel seno. Intorno intorno era un profondo silenzio; non si poteva piangere ancora.