La compagnia commossa dallo schietto e affettuoso linguaggio del capitano rispose ad una sola voce:
—Nessuno!
—Nemmen'uno?—e tenne d'occhio tutti i volti.
—Nessuno!—ripeterono tutti, e l'accento del grido e l'espressione degli occhi affermavano la spontaneità di quell'atto.
—Bravi!—esclamò vivamente il capitano.—Domattina andrò al municipio e dirò a quei signori che la 9a compagnia del 57º reggimento offre cento lire di elemosina ai poveri di Licata.
Uscì, e quando fu nella via sentì i canti e le grida allegre dei soldati che, terminato l'appello, avevan rotte le righe, e si disponevano ad andare a dormire. Alzò gli occhi in su alle finestre illuminate della Caserma e gli venne detto forte, proprio come se parlasse a qualcuno:—Che buoni figliuoli!—
E quel che han fatto a Licata han fatto in Aosta, a Scansano, a Genova, e in molti altri luoghi, che non giova citare per non riempir le pagine di nomi. Ma non posso tacere di te, o bravo Zamela, zappatore del genio, che avendo saputo le sventure ond'era afflitta la tua povera Messina, mandasti trenta lire al sindaco scrivendogli: «Me le han date perchè ho assistito colerosi del mio reggimento; non ho altro; ma questo poco lo do ben di cuore pei poveri del mio paese.»
Le opere di beneficenza sono sempre stimabili e lodabili, anche se il primo degli impulsi che ci movono a farle, sia il desiderio della gratitudine e dell'affetto dei beneficati. Ma quando da quest'opere non si raccoglie neanco il frutto della gratitudine, chè anzi, chi ci dovrebbe amare e benedire, ricambia coll'odio la nostra carità, e nell'offerta sospetta l'insidia, e nel benefizio il delitto; e ciò malgrado si persiste coraggiosamente a far del bene, amando, perdonando, senz'altro movente che la pietà, senz'altro conforto che la coscienza, allora s'ha diritto ben più che alla stima e alla lode che alle virtù comuni si suol dare. Voglio dire delle opere generose dei soldati in que' paesi dove si credeva ch'essi spargessero il veleno per mandato del governo, e il popolo li odiava e li malediva. E questi paesi furono i più.
Da ultimo, poi che s'era visto che anche i soldati morivano, che non tutti coloro ch'essi portavano agli ospedali ne rimanevano avvelenati, che anzi i superstiti non finivan mai di lodare la sollecitudine e l'affetto con cui erano stati assistiti e curati, l'insensata superstizione era sparita. Ma che i soldati avvelenassero il popolo, in sulle prime, era una credenza universale, un convincimento profondo, un fatto su cui non sarebbe stato lecito ad alcuno di muovere un dubbio. Non v'era chi, occorrendo, non n'avrebbe fatto giuramento con sincerissima fede. Ognuno teneva tenacemente per fermo, pur non avendo visto mai nulla, che ci fossero mille indizi, mille prove irrefragabili di quella orrenda congiura. E una di queste prove, una delle più efficaci, il volgo la vedeva in quella stessa sollecitudine dei soldati, in quel loro volersi ficcar dappertutto, e di tutto immischiarsi, non chiamati, non costretti, sotto colore di esercitare una carità, che non si poteva credere sentita da gente, com'eran essi, pagata dal governo, sostenitrice del governo, e però necessariamente nemica del popolo. Quella carità non poteva essere che una maschera; quelle opere di beneficenza non potevano essere che un pretesto, un mezzo di un secondo fine; non si poteva spiegare perchè il soldato, istrumento d'un governo nemico, stendesse una mano pietosa al povero e all'infermo, se non con questo ch'ei gli preparasse la morte coll'altra. In conseguenza di questa convinzione e di questa paura è facile immaginare come il volgo si portasse coi soldati.
Una delle città in cui più generalmente si dette fede al veneficio, fu Catania, ov'era di presidio il 9º reggimento di fanteria. Varrà il suo esempio per tutti gli altri paesi.