I soldati, nell'ore libere, non andavano mai soli per la città; sempre a tre a tre, a quattro a quattro, o a brigatelle anche maggiori, per esser sicuri dalle violenze, e imporre ritegno a chi avesse in animo di insultarli o di far loro del male a tradimento. Andavano quasi sempre per le vie principali, e non molto lontano dalla caserma; qualche volta, e solamente in caso di necessità, per le vie rimote; fuori di città mai, chè certo vi sarebbero stati provocati o aggrediti. Ma dovunque essi andassero, o in pochi o in molti che fossero, eran guardati bieco da tutti. Se nella via c'era un crocchio, quelli che davan loro le spalle si voltavano prontamente indietro, tutti si ritraevano d'un passo, e si susurravano qualcosa nell'orecchio.—Eccoli qui—diceva forte qualcuno. E qualcun altro:—Badatevi.—I soldati passavano, e il crocchio si ricomponeva. Molti, vedendoli da lontano venir verso di loro giù per la via, scantonavano. Altri, incontrandoli, giravan largo e si fermavan poi a guardarli quand'eran passati, con una curiosità mista di orrore e di paura. Nei quartieri della povera gente, al loro apparire alcuni chiudevan gli usci e s'affacciavano alle finestre; altri socchiudevan le imposte e guardavano per lo spiraglio; le donne chiamavano ad alta voce i bambini che giocavano in mezzo alla strada, o li andavano a prendere in braccio e li portavano in casa di corsa; i fanciulli scappavano di qua e di là volgendosi indietro a far i visacci; e a misura che i soldati andavano oltre, le porte e le finestre si riaprivano, e la gente faceva capolino con gran sospetto, interrogandosi e rassicurandosi a vicenda co' cenni. Non di rado i soldati udivano sonar nell'interno delle case urli e parole che non potevan capire, ma che dall'accento iroso o beffardo apparivano indubbiamente dirette a loro; e alzando gli occhi alle finestre vedevano spuntare adagio adagio una faccia, che, appena vedutili, si ritraeva; o non vedeano che una mano sporta fuori del davanzale e agitata in atto di minaccia, o ferma colle dita estreme distese e l'altre chiuse in atto di far le corna. Altre volte, passando, si sentivan mormorare alle spalle un aperto insulto, o una maledizione, o una parola incompresa che sonava l'una o l'altra cosa, si volgevano e vedeano una faccia volta in su a guardar le nuvole in aria distratta; domandar conto dell'insulto gli era un radunar gente e provocare un tumulto; tacevano e tiravano innanzi. Talora, invece che una parola, fischiava alle loro orecchie una pietra; tornavano addietro, cercavano chi fosse, interrogavano i presenti; nessuno sapeva nulla, nessuno aveva visto, nessuno aveva sentito.

Andando a pigliare i viveri, i carri del reggimento bisognava farli passare per certe vie, per cert'altre no; si diceva che dentro v'eran le materie velenose che ammorbavano l'aria; non si voleva lasciarli passare; si sbarrava loro la strada. Per portare il rancio ai loro compagni di guardia bisognava che i soldati facessero un lungo giro attorno a certi quartieri; guai a passarvi in mezzo; la vista delle marmitte metteva in sospetto la gente; in men d'un istante, si radunava la folla, si arrestavano i soldati, si voleva vedere che cosa portavano, si obbligavano i portatori ad assaggiare in presenza di tutti quel brodo, a lasciarne una parte per provarlo e analizzarlo poi. Un indizio, per quanto lieve, un'asserzione, per quanto assurda, una parola, un gesto qualunque d'uno della folla bastava a mutare il sospetto in certezza, la certezza in furore. Non c'era tempo e modo di consumar un delitto poichè i furori della plebe, sempre preveduti, erano sventati sempre da un soccorso preparato e sollecito; ma la violenza non s'era sempre in tempo a impedirla, nè tanto potevano andar cauti i soldati da riuscire ad evitarla ogni volta, o a non provocarla mai.—Un giorno, in una via disusata, alcune donne del volgo videro un soldato con un involto sotto il braccio entrare a passi frettolosi in una casa, dove, poco prima, una fanciulla era stata colpita dal colèra. Cominciarono a fantasticare fra loro sul perchè quel soldato fosse entrato in quella porta.—Avete notato che cosa aveva sotto il braccio?—Avete osservato come aveva la faccia torva, e come si guardava attorno con sospetto?—Tutte gli avevano veduto qualcosa di strano e di malaugurato. Andarono verso quella casa e si fermarono davanti alla porta. Era chiusa; i sospetti s'accrebbero. Picchiarono; nessuno venne ad aprire. Chiamarono ad alta voce quei di dentro; nessuno rispose. Non c'era più dubbio; in quella casa si stava consumando un delitto. Levarono alte grida, percossero furiosamente la porta, lanciaron sassi nelle finestre; in meno d'un minuto la strada fu piena di gente armata di bastoni, di scuri e di coltelli; la porta fu rovesciata, la folla si precipitò nella casa. Quand'ecco si schiude rapidamente una delle finestre del primo piano; un uomo in maniche di camicia balza in piedi sul davanzale, manda un altissimo grido, salta giù nella strada, cade, si rialza,—c'è un soldato che avvelena!—urla atterrito alla gente che gli si affolla intorno, fende la calca, divora la strada, scompare. Era il soldato istesso entrato poco prima nella casa per dare a una lavandaia un involto di biancheria del suo furiere.

Pochi giorni dopo accadde qualcosa di simile a un'ordinanza, mentre dalla trattoria portava il pranzo al suo ufficiale ch'era malato in casa. Da una mano teneva una boccetta dello speziale, e dall'altra i quattro capi d'un tovagliolo con dei piatti. Attraversava una viuzza abitata da poveri. Tutti l'osservavano attentamente; qualcuno, a una certa distanza, lo seguiva; quattro o cinque donne lo fermarono e gli chiesero fieramente che cosa ci fosse in quei piatti. Ebbe la mala ispirazione di rispondere un'impertinenza. In men che non è detto, i piatti, la boccetta, il tovagliolo furono sotto i piedi d'una folla di gente sbucata come per incanto da tutti i bugigattoli delle case d'intorno. Il povero soldato appena ebbe il tempo di aprirsi la via colla baionetta alla mano, e dovette ringraziare il cielo d'esserne uscito con una graffiatura nel viso e un colpo di pietra nella schiena.

Un'altra volta, passando tre soldati dinanzi a un gruppo di case fuori della città, uno di essi si fermò a guardare un fanciullo che scavava colle mani una fossetta, gli disse:—Bel bimbo,—si chinò e gli fece una carezza. Una donna poco lontana di là vide quell'atto, si slanciò alla porta d'una di quelle case e gridò con quanta voce avea in gola:—Presto, presto! I soldati t'ammazzano il bambino!—Un grido acuto s'intese dal di dentro, apparve nello stesso punto sull'uscio un'altra donna, vide i soldati, si avventò, gettando un grido spaventevole, sopra il bambino, lo strinse fra le braccia, tornò come un fulmine in casa, chiuse la porta, si slanciò alla finestra, ansante, convulsa, cogli occhi fuor dell'orbita e la faccia smorta e stravolta; fissò lo sguardo sui soldati, e poi, accompagnando le parole con un gesto vigoroso come se scagliasse una pietra, gridò con voce soffocata:—Maledetti!—e si ritrasse. I soldati stavan là fermi, a bocca aperta, come trasognati. Ma la donna che avea dato il primo grido era corsa a chiamar gente; onde i tre poveri giovani pensarono tosto a mettersi in salvo, che non c'era tempo da perdere. Non avevano fatto ancora cinquanta passi quando apparvero davanti alla casa della madre i forieri armati della turba.

Una sera, lunge dall'abitato, un branco di contadini che andava in traccia d'avvelenatori, s'imbattè in un soldato. Appena lo vide, gli mosse incontro di corsa. Il soldato, malaccorto, volse le spalle e si diè a fuggire. Fu raggiunto, afferrato da dieci mani, tradotto dietro una casa romita, messo colle spalle al muro, minacciato di morte.—Dove tieni il veleno?—gli domandarono dieci voci in una.—Io non ho veleno...—rispose balbettando il soldato, bianco come un cadavere.—Dove tieni il veleno?—insistettero gli altri minacciosamente. E uno gli tolse il cheppì, lo esaminò e la buttò in terra; un altro gli strappò dal collo la cravatta.—Fuori questo veleno!—e uno che lo avea afferrato pel collo gli fece batter la testa nel muro.—Non ho nulla....—rispondeva con voce spenta e supplichevole il soldato.—Ah, non hai nulla, eh? Ora lo vedremo se non hai nulla! digrignavano quei feroci, e sbottonatogli il cappotto e apertagli la camicia, lo andavano frugando per tutto.—Levategli il cinturino,—disse uno.—Gli afferrarono subito il cinturino e glielo tirarono di qua e di là per levarglielo d'addosso; non ci riuscivano, strillavano, bestemmiavano.—Oh!... lasciatemelo stare..., implorava il povero soldato, lasciatemelo stare il cinturino!...—Glielo sciolsero e glielo buttaron via, lo costrinsero a svestire il cappotto, malmenandolo, percuotendolo, facendogli correre a fior di pelle le punte dei coltelli, urlandogli nell'orecchio ogni maniera di vituperi e di maledizioni. L'infelice, a cui restava appena tanta forza da reggersi in piedi, si lasciava fare ogni cosa senza resistenza, quasi fuori dei sensi, colla testa e le braccia penzoloni come una persona morta, mormorando di tratto in tratto con un filo di voce:—La mia baionetta.... io non avveleno nessuno.... lasciatemi stare.... datemi la mia roba.... la mia baionetta!...—L'avrebbero certamente ucciso; ma volle la fortuna che passasse per di là una pattuglia, la quale, accorrendo velocissimamente, disperse la turba proprio nel punto che stava per ispargere il sangue di quello sventurato.

E questo ch'io narrai è quanto accadde di meno doloroso in quell'ordine di fatti, però che a Catania almeno sangue di soldati non se ne sparse, e non si può dire lo stesso di tutti gli altri paesi. Che cosa doveva provare in quei giorni il cuore dei soldati! Quali saranno stati i loro pensieri, i loro discorsi, a vedersi così ferocemente esecrati da coloro stessi a cui sacrificavano il riposo, la salute, la vita!

Ma per essi il correr rischio continuo della vita e averla a difendere così di frequente dalle violenze d'un volgo insensato era forse un pensiero meno doloroso e una cura men grave che il dovere a ogni tratto proteggere la vita degli altri cittadini dalle stesse violenze e per le stesse cause minacciata. Ogni giorno dovevano accorrere a disarmare e ad ammansire una folla cieca di furore e assetata di sangue, e a strappare dalle sue mani le vittime, quasi sempre già malconcie dalle percosse e sanguinose, spesso semivive, qualche volta già trucidate. Bisognava, quando non si poteva più far altro, lottare per impadronirsi dei cadaveri, perchè non fossero mutilati e trascinati per le vie, o dati in preda alle bestie o alle fiamme. Bisognava che si cacciassero uno ad uno in mezzo a una folla di gente armata, che stringendosi e ondeggiando li portava di qua e di là, separandoli, pigliandoli in modo che al bisogno non avrebbero neanco potuto far uso delle armi, e l'uno potea essere passato da una coltellata senza che gli altri nemmeno se n'accorgessero. Eppure di quella turba forsennata bisognava fidarsene, e persuaderla, pregarla, supplicarla, chè ogni minaccia sarebbe riuscita vana, quando pure, inasprendo le ire, non avesse provocato una mischia e fatto versar nuovo sangue; il che, pur troppo, non di rado accadeva. Ciò nulla meno, molte vite furono salve, molto sangue fu risparmiato, e s'impedirono molti atti di ferocia brutale, specialmente nei paesi in cui non eran sospetti di veneficio i soldati, o nei giorni in cui non l'erano più.

Varrà un esempio per tutti.

A Bocca di Falco, piccolo villaggio vicino a Palermo, c'era il colèra. Correvano per le bocche di tutti i nomi di coloro sui quali il terribile sospetto era caduto, e s'aspettava una qualunque occasione per immolarli. Fra questi era un povero merciaiuolo che ogni due o tre giorni attraversava il paese per recarsi a Palermo. Aveva i capelli lunghi, un vestire strano, un cipiglio fiero, modi aspri e poche parole; ce n'era d'avanzo per crederlo uno spargitore di veleno. Un giorno che il colèra aveva incrudelito oltre il consueta in quel paese, alcune frotte di pezzenti armati di zappe e di bastoni andavano in volta pel paese, levando alte grida di minaccia, fieramente risolute a farla finita cogli avvelenatori. Una di queste frotte incontrò il merciaiuolo, lo pigliò in mezzo senza ch'egli se n'avvedesse, gli si strinse ai panni e lo interrogò.—Quanti ne hai spacciati quest'oggi?—Lo sventurato comprese e credette di salvarsi con uno scherzo—Dieci!—rispose, e non rise.—Bastò. Uno della folla gli diede un gran calcio nella cassettina delle spille e delle cravatte che portava appesa al collo, e gli mandò in aria ogni cosa, dicendogli:—Questo, per ora. Adesso mostraci con che cosa assassini la gente.—Io?—quegli rispose per sua sventura, non riuscendo a frenare un impeto d'indignazione.—Siete voi che mi assassinate!—Ah siamo noi!—proruppe la folla furente. E nello stesso punto un pugno vigoroso nel mento gli empiva di sangue la bocca, una mano lo serrava alla strozza, un'altra gli si avvolgeva nei capelli, su tutta la persona gli cadeva una tempesta di pugni e di calci, ed era sbattuto così violentemente contro il muro che la nuca vi lasciava sopra una impronta di sangue.—Confessa i complici, assassino!—gli gridavano i primi conficcandogli profondamente le unghie nelle guancie e nel collo e premendogli le ginocchia e i bastoni contro il ventre—confessa!—E quei ch'eran dietro tendevan le braccia per afferrarlo, si buttavano di qua e di là per aprirsi un varco nella folla e giungere fino a lui e aprirgli anch'essi una ferita. L'infelice grondava sangue dalla bocca e dalle orecchie, gli occhi pareva gli volessero schizzar dalla fronte, un rantolo mortale gli erompeva dal petto; metteva orrore.—Confessa! Confessa!—Tutto ad un tratto dall'altro lato della strada scoppiò un altissimo grido; era un altro avvelenatore che un'altra frotta di forsennati aveva assalito e percosso; tutti si voltarono da quella parte; il merciaiuolo, rimasto libero un istante, ributtò con uno spintone due che gli stavano al fianco, si gettò in una porta, la chiuse. La folla, intravvisto quell'atto, s'avventò contro la porta e cominciò a percuoterla rabbiosamente co' sassi e colle zappe. Il merciaiuolo s'era ricoverato in una stanzuccia a terreno; v'era dentro una donna che aveva visto dalla finestra tutta la scena di poco prima; all'apparir dell'avvelenatore si tenne per morta; il coraggio e la rabbia della disperazione l'invasero; gli si slanciò contro come una furia, gli si avviticchiò al collo, e cominciò una lotta feroce di morsi e di graffi. Stramazzati tutti e due, si avvoltolavano per terra come due belve, tenacemente abbracciati, l'un sopra l'altro a vicenda, mescendo l'alito e il sangue; la folla sporgeva le braccia dentro la stanza a traverso l'inferriata della finestra, e tendeva le mani convulse per afferrare la sua vittima, ululando orrende parole, e la porta cominciava a scricchiolare ed a cedere.... I soldati! I soldati!—gridarono in quel punto molte voci. Dopo un istante il povero merciaiuolo udì avvicinarsi nella via un rumor concitato di passi, vide luccicare di là dalle finestre le baionette, senti sonare una voce poderosa al di sopra del tumulto che diceva:—Pane per tutti!—e subito dopo i colpi alla porta rallentarsi e cessare, le braccia dei suoi assalitori ritrarsi dalla inferriata, e alle grida irate della folla succedere un sordo mormorio. La donna era rimasta in terra stremata di forze; egli era salvo.—Il comandante del distaccamento era stato avvisato per tempo di ciò che stava accadendo in paese, aveva radunato in un attimo tutti i suoi soldati, aveva fatto prender da ciascuno il suo pane, ed era così accorso a sedare il tumulto colla doppia arme della minaccia e della carità. Dei soldati, in quel paese, non si sospettava, non solo, ma v'eran ben veduti, e fors'anco amati per le elemosine e i soccorsi d'ogni maniera di che erano stati sempre larghi con tutti; e però, al loro apparire, la folla ristette dalle violenze, e a poco a poco si tranquillò. Una parte dei soldati entrò nella casa e vi si pose a guardia; gli altri stettero guardando quei poveri affamati che divoravano il loro tozzo di pane in silenzio.—Oh quanti ne seguirono di cotesti fatti, e quante volte si ripeterono negli stessi paesi!

Ma la fatica più dura e l'ufficio che naturalmente più repugnava ai soldati era quello di seppellire i morti; per cui bisognava che s'armassero più che mai di coraggio e di fortezza. Spesse volte, nel cuor della notte, capitava alla caserma un messo del municipio a dire che in un tal punto, in una tal casa del paese s'erano scoperti dei cadaveri che nessuno voleva seppellire e che bisognava provvedervi prontamente, prima che la putrefazione rendesse impossibile la sepoltura. Un rullo fragoroso di tamburo destava in un istante tutto il corpo, si radunava un drappello di soldati, si accendevano le lanterne, si tiravano fuori i carri, si pigliavan le zappe e i badili, l'ufficiale di picchetto si metteva alla testa del convoglio, e via. Si giungeva silenziosamente al luogo indicato; le vie erano solitarie, le case abbandonate e chiuse. Dopo lunga fatica le porte scassinate rovinavano, e un alito d'insopportabile fetore ributtava indietro i soldati. Coraggio; uno innanzi colla lanterna; gli altri dietro a passo lento colla mano sulla bocca girando peritosamente lo sguardo per la squallida stanza. Distesi in terra su giacigli di paglia o di cenci, seminudi o mal ravvolti in un immondo stracciume, giacevano i cadaveri l'uno accanto all'altro, o l'un sull'altro sconciamente mescolati; le faccie tumide, chiazzate di nero, lorde attorno alla bocca di una bava sanguinolenta; i ventri rigonfi, sparsi di larghe macchie vinose e reticolati di verdi strisce dagli intestini e dalle vene; le membra, dalla parte appoggiata al suolo, schiacciate; ogni sembianza umana stravolta o perduta, e qua e là per le membra più corrotte il primo manifestarsi d'una vita schifosa. E bisognava avvicinarsi a quegli orridi giacigli e afferrare e sciogliere le une d'in fra l'altre quelle membra; sollevare ad uno ad uno quei corpi e portarli sui carri, vedendoli ad ogni scossa e ad ogni passo più bruttamente scomporsi e trasfigurarsi, e lasciar cadere qua e là ora un fetido cencio, ora qualche altra più sozza traccia di sè. Oh la era ben altra cosa che vedere i morti sul campo stesi in un lago di sangue, lacerati dalla mitraglia, o rotti e mutilati dalle palle di cannone! Allora ci suona intorno il grido di mille compagni, si vedono ondeggiare qua e là pei colli e pei campi i battaglioni luccicanti di baionette, si vede sventolar lì accanto la bandiera del reggimento, si sente il lontano rumore delle batterie accorrenti, e il sangue ribolle, l'anima s'esalta, e i cadaveri che s'incontran sul cammino non si contano, ma che! non si guardano, non si vedono, non si pensa nemmeno che ce ne debbano essere, o se l'occhio vi si fissa, il cuore esclama:—Addio, fratello!—e null'altro, e si va oltre, e si scorda. Ma là, in quegli abituri, di notte, in mezzo a quel silenzio, e in quella quiete e al chiarore di quelle lanterne, come doveva essere orrenda l'immagine della morte! Quanti di quei soldati, anche de' più forti, avranno poi avuto presente, e per più giorni, l'immagine di quei cadaveri deformi, e avran risentito il contatto di quelle membra gelide e floscie, il rumore di quelle teste cadenti pesantemente sul carro!—E spesso qualcuno retrocedeva inorridito alla vista dei morti, o nell'atto di afferrarli gli tremavan le braccia e gli si velavano gli occhi.—Oh amico!...—avrà detto al vicino,—io non posso!—Ma suonava sempre pronta la voce dell'ufficiale:—Coraggio, figliuoli, tutto sta nel pigliare il primo; bisogna farci l'abitudine.—E allora il soldato stendeva timidamente la mano sopra il cadavere, torcendo il capo e trattenendo il respiro.—Il convoglio s'incamminava alla volta del cimitero. Quivi giunti, i soldati posavano le lanterne in terra, e parte cominciavano a scavar le fosse, parte, fermi accanto ai carri, aspettavano un cenno per porre giù i morti. L'ufficiale stava immobile sull'orlo d'un fosso a sorvegliare l'opera de' soldati. Tutti tacevano. Non si sentiva che il picchio delle zappe confitte nel terreno e il ricader della terra gettata in aria da' badili. E tratto tratto una voce:—Animo, ragazzi!—E poi si traevan giù dai carri i cadaveri; un soldato facea lume perchè ognuno potesse vedere dove metteva le mani, un altro ritto sul carro aiutava quei di sotto a prender corpo per corpo dal mucchio, e diceva:—Pigliate questo.—Quest'altro.—Attenti a questo qui che è mezzo disfatto....—Dieci passi più in là non si sarebbe sentito che un lieve bisbiglio, e a quando a quando una voce più forte:—Coraggio.—Oppure:—Badate alle mani.—E tutt'intorno tenebre e silenzio.