—Ma perchè,—domandò una volta un soldato mentre rientrava in quartiere—perchè li dobbiamo sotterrar noi?—Oh bella—gli rispose un caporale con accento di profonda convinzione,—perchè non li sotterrano gli altri.—A una ragione siffatta non c'era più che obiettare, e tutti stettero zitti.
Ma ciò che s'è detto finora non è che lieve cosa in confronto di quel che rimane a dirsi. Quanti casi ben più funesti e più lagrimevoli sono seguiti, e come sarei lontano ancora dalla fine della mia narrazione se volessi dire solo una metà di quelli ch'io conosco, e ne conosco una sì piccola parte!
A Sutèra, piccolo paese della provincia di Caltanissetta, v'era un pelottone del 54º reggimento di fanteria comandato dal sottotenente Edoardo Cangiano. La mattina del 22 giugno capita alla caserma un contadino tutto affannato e si presenta all'ufficiale.—Oh signor ufficiale!—esclama con voce supplichevole,—venga lei per carità, ci soccorra lei... Qui presso, a Campofranco, è scoppiato il colèra; metà della gente è fuggita; le vie son piene di morti; non ci son medici, non ci son becchini, non c'è nemmeno da mangiare....; è una desolazione....; quei che non morranno di colèra morranno di fame.... Oh, venga lei, venga subito lei!—Immantinente il pelottone in armi, un avviso al sindaco, un dispaccio al comando militare di Caltanissetta, un avvertimento al sergente che resta in paese con qualche soldato, e poi via a gran passi alla volta di Campofranco. C'era da fare un miglio di strada o poco più per un viottolo serpeggiante a traverso i campi. Splendeva un sole ardentissimo. I soldati, grondanti sudore sin dal primo uscir dal paese, procedevano un dietro l'altro, in lunga fila, con un andare fra il passo e la corsa e l'orecchio intento al contadino, il quale con interrotte parole dipingeva al Cangiano il triste spettacolo che gli avrebbe offerto il paese.—Animo, animo,—questi gli rispondeva tratto tratto,—co' lamenti non si fa nulla, ora è tempo di fatti.—E sempre più affrettava il passo, e con esso i soldati, tanto che finirono col correre addirittura. A un certo punto si cominciarono a veder da lontano uomini, donne e fanciulli errare incertamente pei campi, accennarsi l'un l'altro i soldati, soffermarsi, fuggire, correre avanti e indietro, chiamarsi ad alta voce, radunarsi e disperdersi, come gente inseguita e fuor di senno dalla paura. A misura che il drappello s'avvicinava al villaggio, i fuggiaschi spesseggiavano, l'agitazione, il gridìo crescevano; intere famiglie s'aggiravano per la campagna portando o traendosi dietro le masserizie; alcuni che avean posto la roba in terra per riposarsi, alla vista de' soldati la ripigliavano in fretta e s'allontanavano volgendosi indietro paurosamente; altri cadevano spossati, altri si rialzavano; molti de' più lontani, rivolti verso i soldati, mandavano alte grida e agitavano le braccia in atto di maledire.—Ah! signor ufficiale!—esclama il contadino,—questo non è anche nulla!—Non importa—rispondeva il Cangiano;—siamo preparati a tutto.—Apparvero le prime case del paese e l'imboccatura della prima strada. La gente che veniva fuggendo alla volta dei soldati, scortili appena, parte volgea le spalle e tornava in paese correndo e gridando come se annunciasse un assalto di nemici; parte si gettava a destra e a sinistra pei campi. Sul primo entrare nella strada, due cadaveri stesi in terra davanti alla porta d'una casa disabitata. Appena entrati, un rapido sparir di gente nelle case, un chiudersi impetuoso di porte e di finestre, strida acute di donne, pianti di bambini, e in fondo alla strada un rapido affollarsi e un rimescolarsi rumoroso di popolo, poi una fuga generale.—Presto,—gridò il Cangiano,—dieci soldati girino attorno al paese e vadano a fermar quella gente.—Dieci soldati si spiccarono dal pelottone e infilarono di corsa una via laterale. Gli altri tirarono innanzi. La gente impaurita continuava a rinchiudersi in furia nelle case.
—Non vogliamo far del male a nessuno!—gridava ad alta voce il Cangiano;—siamo venuti ad aiutarvi, siamo vostri amici; uscite, buona gente, uscite pure di casa!—
Qualche porta e qualche finestra cominciava ad aprirsi; qualche persona, alle spalle dei soldati, cominciava ad uscire; nell'interno delle case s'udivan voci fioche di lamento; nella strada, dinanzi alle porte, giacevano prostesi molti infelici estenuati dalla fame e languenti, o presi dal morbo, immobili e intorpiditi che parevano morti; qua e là masserizie abbandonate sugli usci o in mezzo alla via e ad ogni passo paglia sparsa e ciarpame. In ogni viuzza laterale che mettea nei campi uno o due o più cadaveri, quali coperti di paglia, quali di terra, quali di pochi cenci fra cui apparivano le membra gonfie e nerastre; altri buttati a traverso le porte, metà dentro e metà fuor delle case.—Guardi, signor ufficiale, guardi!—esclamava lamentevolmente il contadino,—Provvederemo a tutto,—rispondeva il Cangiano—coraggio!—
In quel punto, la folla dei fuggitivi ch'era stata respinta addietro da quei dieci soldati, veniva tumultuosamente verso l'ufficiale.—Schieratevi,—gridò questi volgendosi ai soldati, ed essi si fermarono e si schierarono a traverso la strada. Il Cangiano aspettò la turba di piè fermo. Questa gli si arrestò dinanzi a una diecina di passi, cessò di gridare, e stette guardando con fiero cipiglio i soldati. Era tutta povera gente stracciata, faccie pallide e ossute, occhi stralunati, fisonomie a cui i lunghi patimenti aveano dato un'espressione come di stanchezza mortale e insieme di selvaggia fierezza.—Vogliamo uscire!—gridò una voce di mezzo alla folla. E tutti ripeterono il grido, e la folla ondeggiò.—Perchè volete uscire?—domandò il Cangiano con voce risoluta, ma temperata d'una tal quale dolcezza.—Bisogna restare; bisogna aiutarsi l'un l'altro; alle disgrazie comuni bisogna rimediare in comune; è un farle peggiori il pensare ciascuno solamente per sè e nulla per tutti.... Noi siamo venuti a soccorrervi.—Vogliamo uscire!—gridò minacciosamente la folla, e que' di dietro incalzando, i primi furon balzati innanzi due o tre passi.—Fatevi indietro,—disse con gran calma il Cangiano, e poi ad alta voce:—Ascoltate il mio consiglio; le donne e i fanciulli rientrino in casa; gli uomini restino per aiutare i soldati a seppellire i morti.—Noi non vogliamo morire!—rispose imperiosamente la moltitudine, e levando un rumor confuso di grida, si rimescolò e ondeggiò un'altra volta come per pigliare lo slancio e gettarsi contro i soldati.—Lo volete?—tuonò allora l'ufficiale,—e sia!—E voltosi indietro gridò:—Pronti!—Il pelottone levò e spianò i fucili in atto di sparare, e la folla, gittando un grido di spavento, disparve in un attimo per le vie laterali. Gli altri dieci soldati si ricongiunsero ai primi.
—Qui ci vuol fermezza e coraggio,—esclamò il Cangiano;—bisogna sotterrar subito i morti; metà di voi vada in campagna e mi conduca qui, a forza, quanti più uomini potrà, e gli altri vengano con me.—Metà del pelottone si diresse a rapidi passi fuor del paese. Gli altri cominciarono a correre di qua e di là, a entrar nelle case, a frugar dappertutto in cerca di zappe, di pale, di carrette, di panche, di assi su cui potere in qualche modo adagiare i morti per trasportarli fuor del paese. In pochi minuti trovaron tutti qualcosa di servibile a quell'uopo, e parte cominciarono a raccogliere i cadaveri, parte, recatisi al cimitero vicino, si misero a scavare le fosse in gran fretta, gli altri presero a sgombrar le strade degli inciampi più incomodi e delle più fetide sozzure.
Intanto il Cangiano, seguìto da un soldato, andava in cerca d'una casa adatta all'uso di ospedale, fermando quanta gente del paese incontrava per via, consigliandoli, esortandoli, pregandoli, e nel passare sollecitava i soldati, dava ordini e suggerimenti, porgeva conforti di affettuose parole. Trovò la casa, la fece sgombrare, vi fece portar dentro i letti dalle case abbandonate, andò egli stesso con quattro soldati a battere alla porta di tutti gli abituri, a domandare che gli lasciassero portar via gli infermi, ch'egli li avrebbe fatti assistere, curare, e le loro famiglie sarebbero state soccorse. Rispondevano di no; egli offriva del denaro, pregava, minacciava; tutto era inutile. Allora i soldati entravano a forza nelle case; due di essi s'impossessavano dell'infermo, gli altri due tenevano indietro colle armi i parenti e i vicini. Spesso bisognava levar di peso di sulle soglie delle case le donne che ne chiudevan l'accesso co' propri corpi; bisognava lottare con esse, ributtarle malamente, trascinarle.