Dopo lunga fatica, un buon numero d'infermi eran già allogati nel nuovo ospedale e due o tre soldati provvedevano ai loro bisogni aspettando l'arrivo dei soccorsi da Caltanissetta, quando tornò in paese l'altra metà del pelottone traendo seco di viva forza una frotta di contadini che aveva arrestati per la campagna. Corse loro incontro il Cangiano, li scompartì in vari gruppi, e li fece accompagnare ai vari lavori. I soldati novamente giunti presero a lavorare anch'essi; in poco tempo i cadaveri ch'eran per le strade furono sepolti; le strade sgombre e ripulite; si continuò ad andare in volta a prendere gl'infermi, e a poco a poco, ora colla persuasione, ora colla forza, si riuscì a radunarne nell'ospedale la massima parte; da ogni lato era un continuo andirivieni, un chiamarsi, un affaccendarsi continuo di soldati. Il popolo, che cominciava a riadunarsi, li stava a guardar da lontano tra sospettoso e meravigliato; la gente sparsa per la campagna si veniva a poco a poco avvicinando al paese per vedere che cosa vi accadesse. I primi arrivati, non vedendo più i cadaveri per le strade, pigliavano animo e s'addentravano nel paese; molti cominciarono spontaneamente a pulir le strade di quanto vi rimaneva d'immondo; altri a rientrar nelle case; alcuni ad affollarsi intorno al Cangiano, guardandolo attoniti, senza far parola, trattenuti ancora da un po' di diffidenza; ma coll'animo preparato a render grazie e a pregare. E il Cangiano, pur non ristando dal correre di qua e di là per incoraggiare i soldati, si volgeva tratto tratto alla gente che lo seguiva.—Su via, andate ad aiutare que' poveri giovani che è tanto tempo che faticano per voi; andate a chiamare la gente ch'è fuggita in campagna; facciamo tutti qualche cosa; rimettiamo un po' d'ordine nel paese; il sindaco tornerà; torneranno anche i signori e vi soccorreranno; torneranno i fornai, verranno dei medici; presto arriveranno soccorsi da Caltanissetta; coraggio, via, lavoriamo tutti; a tutte le sventure c'è rimedio, rimedieremo anche a questa. Siamo venuti qui pel vostro bene, persuadetevene, buona gente; che cosa avete a temere dai soldati? Non siamo forse tutti dello stesso paese, non siamo noi i vostri fratelli, i vostri difensori?—A queste parole segui un mormorìo di approvazione nella folla; qualcuno se ne staccò e corse in aiuto dei soldati; altri andarono verso la campagna; molti si sparsero per le strade; i restanti si fecero attorno all'ufficiale con lamenti e supplicazioni:—Siamo senza pane.... abbiamo fame....—Lo so, buona gente, lo so; ancora un po' di pazienza, e il pane arriverà; farò tutto quel che posso per voi; manderò i miei soldati a pigliarvi da mangiare a Sutèra; vi daremo tutto quello che abbiamo. Ma intanto bisogna lavorare, bisogna portar via i morti, curare i malati, aiutarsi fra tutti.—Allora la gente ringraziava, poi ricominciava a pregare, a lamentarsi, a chieder pane.

Ad un tratto, arrivò correndo un soldato e parlò nell'orecchio al Cangiano. Un'assai dura prova di carità e di fortezza restava a farsi! Il Cangiano avvisò saggiamente che si dovesse far ogni cosa di nascosto alla popolazione, ordinò ai presenti d'andar ad aspettare i soccorsi sulla strada che mena a Caltanissetta, chiamò quindici soldati co' fucili, fece venire innanzi venti contadini colle zappe, e s'avviò con essi verso un'estremità del villaggio. Ivi era una piccola chiesa abbandonata. Si fermarono dinanzi alla porta, la tentarono; era chiusa. L'atterrarono e fecero tutti insieme un passo addietro levando un grido di ribrezzo. In mezzo a quella chiesa, poco più ampia d'una sala ordinaria, c'era un mucchio di venti cadaveri imputriditi.—Avanti!—gridò l'ufficiale. I soldati si gettaron dentro alla chiesa; i contadini dettero indietro.—Avanti!—gridò un'altra volta il Cangiano. Non si mossero. Ei fece un passo avanti, essi si diedero alla fuga, i soldati si slanciarono loro alle spalle, e li ebbero in un momento raggiunti e afferrati.—Trascinatemi qui codesti poltroni!—gridava di sulla porta della chiesa il Cangiano. I soldati li ricondussero a gran stento traendoli per le braccia, cacciandoli innanzi a spintoni, minacciandoli colle armi. Ma al momento di entrare, quelli presero a resistere con maggior forza, puntando i piedi come cavalli restii, dibattendosi e urlando disperatamente, quasi li volessero trarre al supplizio.—Fuori le baionette!—gridò sdegnosamente l'ufficiale afferrandone uno per la vita e buttandolo in mezzo alla chiesa; i soldati snudaron le baionette e le alzarono in atto di ferire.—Avanti, poltroni, o ve le cacceremo nelle reni!—Voi volete farci morire! i contadini gridavano.—Moriremo tutti!—rispondevano fieramente i soldati; ma bisogna entrare!—E con un estremo sforzo li spinsero dentro tutti e venti. Qui cominciò un orribile lavoro. I cadaveri si trovavano in uno stato di completo sfacimento, eran tutti un flosciume senza forma da non potersi nemmeno sollevare da terra. Bisognò rompere le panche della chiesa, ficcare due assicelle sotto ogni morto, e afferrandole per le estremità, alzare così il fetido peso, colle braccia tese e la faccia rivolta da un lato, chè l'aspetto di que' corpi era tale da non potervi fermare lo sguardo. Ad ogni crollo ch'e' ricevessero, colava dalle orecchie e dalle bocche e si spandeva per quei visi un verde marciume, e le nere carni delle braccia e delle gambe spenzolanti pareva si volessero staccare dall'ossa e dissolversi. Il Cangiano mandò quattro soldati a raccoglier legname nelle poche case abbandonate ch'eran là presso. Questi, non trovandovi altro, presero tavole, seggiole, imposte, tutto quanto si potesse bruciare, e ammonticchiarono ogni cosa nel mezzo d'un campo poco lungi dalla chiesa. I cadaveri furono uno ad uno portati fuori e rovesciati su quel mucchio. Vi si appiccò il fuoco ed ogni cosa bruciò. In Campofranco non restava più un cadavere. Tra sepolti e bruciati se n'eran levati di mezzo più di sessanta.—

Viste guizzare le prime fiamme, il Cangiano tornò nel centro del paese, ove riprese e proseguì infaticabilmente la santa opera di prima, finchè giunse da Caltanissetta un capitano della piazza con buona provvigione di alimenti, di medicine e di danaro, e con questi ripercorse, casa per casa, tutto Campofranco, beneficando i poveri, soccorrendo gl'infermi, rassicurando i paurosi, rimettendo in tutti gli animi un po' di speranza e di pace. In breve tempo rientrarono tutti i fuggiaschi, il municipio si riordinò, ognuno riprese gli uffici e gli usi consueti, il paese mutò aspetto, e il Cangiano e i suoi soldati ritornarono a Sutèra accompagnati dalla benedizione di tutti. Anche a Sutèra infuriava il morbo, e anche là il Cangiano fece veri miracoli di carità e di coraggio. L'undici d'agosto la Giunta municipale della città lo acclamò unanimemente benemerito del paese, e gli espresse la gratitudine della cittadinanza con una lettera piena di entusiasmo e di affetto. Possano queste povere pagine far sì che nel cuor di molti, come nel mio, suoni caro e riverito il suo nome.

Ricordiamo qualche altro fatto e qualche altro nome.

Il sottotenente Livio Vivaldi comandava un distaccamento del 54º reggimento a Palazzo Adriano. Vi si sparse il colèra. Fuggì il sindaco, fuggirono i medici, i farmacisti, i preti; non restarono che i poveri. Il Vivaldi tenne luogo di tutti e provvide a tutto. Di giorno visitava gl'infermi, sollecitava le sepolture, faceva ripulire e disinfettare il paese; di notte dava la caccia ai malandrini che scorazzavano per le campagne. Fra l'altre volte, la sera del dieci luglio, mentre stava distribuendo del pane in una casa di poveri, gli si annunziò che a poca distanza dal paese s'era radunata una banda di malfattori. Corse alla caserma, prese con sè dieci soldati, uscì alla campagna, sorprese la banda, l'attaccò, fu ferito, continuò a combattere, la volse in fuga, n'uccise il capo, arrestò gli altri, tornò in paese e la mattina dopo ricominciò il suo ufficio di medico e di limosiniere.

A Gangi, nella provincia di Termini, scoppiò il colèra verso la metà di giugno. Mezza la popolazione fuggì. Quei che rimasero occultarono i morti e si chiusero nelle case per paura d'esser avvelenati. Nella notte dal ventisei al ventisette i più arditi si armarono e si diedero a percorrere il paese tirando fucilate alla cieca nelle finestre, nelle porte, e contro quanti incontravano. Accorsero i bersaglieri da Petralia Sottana, diedero la caccia per tutta la notte ai tumultuanti che si disperdevano e si riannodavano incessantemente, finchè, quetato il tumulto, entrarono a forza nelle case, vi trovarono tredici cadaveri insepolti, e li seppellirono di propria mano, minacciati e insidiati nella vita dalla moltitudine irata.

Era scoppiato il colèra a Menfi. Il popolo difettava di medici, di medicine, di danaro, di pane. Ventiquattro cadaveri giacevano insepolti da quarantott'ore. Era imminente una ribellione. Ne fu avvertito per dispaccio telegrafico il generale Medici. Il distaccamento di Sciacca ricevette immantinente l'ordine di recarsi a Menfi. Ventiquattr'ore dopo il generale riceveva questo dispaccio:—Giunto il distaccamento. Sepolti i morti. Ordine ristabilito. Medicine e viveri distribuiti. Provvisto all'amministrazione comunale.—

A Grammichele, essendo seguìte due morti di colèra, il popolo sospettò di avvelenamenti, s'armò, assalì i carabinieri, uno ne uccise, uno ne ferì mortalmente, gli altri costrinse a rinchiudersi nella caserma, e ve li tenne assediati tutta una notte tentando ad ogni momento di rovesciare le porte e di precipitarsi ad ucciderli. Accorsero da Caltagirone quaranta soldati del 9º reggimento di fanteria, comandati dal sottotenente Goi. Al loro primo apparire le bande armate si dispersero; ma, accortesi del picciol numero dei soldati, si riadunarono, mossero loro contro, gl'insultarono, gli minacciarono, gridando che volevano frugare negli zaini e impossessarsi dei veleni che v'eran dentro. La turba era in numero dieci volte maggiore dei soldati; stava per seguire una strage; fu chiesto nuovo soccorso a Caltagirone; giunsero in gran fretta nuovi soldati e tutti insieme, dopo lunga fatica, riuscirono a raccogliere quindici guardie nazionali con cui s'aggirarono tutta la notte pel paese e per la campagna, ogni momento minacciati o assaliti. Finalmente riuscirono a ristabilire la quiete.—I sediziosi avevano attaccato a una casa del paese un proclama che cominciava così: «Coraggio! Su via, coraggio, compagni! Non desistete dai vostri proponimenti, non siate vigliacchi; ma vindici dell'onor patriotta; temete forse un pugno di soldati? Sbaragliateli e fugateli; a terra le vili e obbrobriose trame governative; spezzate i micidiali vasi del veleno che i vostri superiori, esecutori infami di necronomici decreti reali, gentilmente apprestano al vostro labbro.» Testuali parole.

A Longobucco, provincia di Rossano, morì di colèra verso la fine di luglio un tal Giuseppe Citini. La plebe lo credette morto di veleno; irruppe armata mano nella casa del sindaco; invase la casa del Citini eia saccheggiò; mise a ruba la casa del farmacista Felicetti e distrusse la farmacia; suonò le campane a stormo; corse furentemente le strade per l'intera notte gridando che volea mettere a morte tutti i proprietari e tutti gli officiali pubblici. La mattina tentò di penetrare nella caserma dei bersaglieri, e cercò di nuovo del sindaco per ucciderlo. E l'avrebbe ucciso se non accorrevano in tempo il maresciallo dei carabinieri, il furiere Allisio e il sergente Cenderini dei bersaglieri, i quali si cacciarono coraggiosamente in mezzo alla folla e riuscirono a distorta dall'iniquo proposito, e ad impedire l'incendio di varie case e l'uccisione di molti cittadini. E mantennero un po' di calma nel paese sino alla mattina del giorno dopo, quando arrivò una compagnia del 45º battaglione di bersaglieri, comandata dal capitano Ippolito Viola, e disperse la folla che ricominciava a tumultuare. Ma i più furibondi si rinchiusero precipitosamente nelle case e fucilarono dalle finestre i bersaglieri, due de' quali caddero feriti e per poco non fu morto il maresciallo. Allora i bersaglieri, inaspriti da quella resistenza ostinata, abbatterono le porte delle case, vi si gettaron dentro, sorpresero i ribelli colle armi alla mano.... e risparmiaron loro la vita. E così finì la sedizione di Longobucco, nella quale è da notarsi che le maggiori scelleratezze furon commesse dalle donne.

In Ardore, comune di Geraci, v'erano sei carabinieri e ventiquattro soldati del 68º reggimento di fanteria, comandati dal sottotenente Gazzone. La mattina del 4 settembre il popolo si armò e si affollò fuor del paese al grido di «morte agli avvelenatori!». Quando si parve in numero bastante, irruppe nel paese. Il Gazzone, fidando nella simpatia che il popolo gli avea dimostrato in più d'un'occasione, mosse benignamente incontro alla moltitudine e tentò di quetarla con buone parole; gli fu risposto con due palle nel petto che lo stesero a terra cadavere. Non dirò quel che del suo cadavere si fece per non aggiungere orrori ad orrori. I soldati assaliti alla spicciolata, impotenti a resistere, ebbero appena il tempo di riparare nella caserma dei carabinieri, nella quale fin dalla mattina s'eran rifugiate tre famiglie di nome Lo Schiavo, a cui la popolazione, tenendole ree di veneficio, aveva incendiate le case. Una immensa folla si accalcò dinanzi alla caserma e chiese con grida spaventevoli che le fossero dati nelle mani gli avvelenatori. Il capo di quelle famiglie, il vecchio Lo Schiavo, ebbe il coraggio di affacciarsi a una finestra e di là, colle mani giunte, lacrimando e singhiozzando da straziare il cuore, supplicò la turba di risparmiare almeno il sangue delle donne e dei fanciulli. Gli fu risposto che sarebbero stati tutti sbranati. Il povero padre, preso da un impeto di disperazione, trasse un colpo di pistola nella strada. Fu il segnale dell'assalto. La moltitudine, mettendo un lungo urlo di selvaggio furore, si precipitò colle scuri sulle porte e cominciò a lanciare una grandine di palle e di sassi contro le finestre. I soldati, dal di dentro, si difesero a fucilate. La lotta durò più d'un'ora. Finalmente, visti riuscir vani i suoi sforzi, il popolo appiccò il fuoco alla caserma. Orribile scena! Già le fiamme avviluppavano tutta la casa e, screpolati i muri, guizzavano qua e là nell'interno delle stanze, e l'aria s'infocava e le travi del tetto crepitavano; di fuori sibili e grida feroci di gioia; di dentro strida disperate di donne e di fanciulli; sette soldati e Lo Schiavo stesi a terra nel sangue.... In quegli estremi, il caporale Albani decise di tentar quell'unica via di salvezza che rimaneva; riunì in uno stretto gruppo le tre famiglie; ordinò ai suoi pochi soldati di pigliare in spalla i feriti, e primo lui e gli altri subito dietro, aperta in furia una porta e abbassate le baionette, si precipitarono a capo basso nella folla. Questa, sopraffatta da quell'incredibile audacia, cedette il passo; ma appena furon passati, esplose i fucili e colpì a morte parecchi della famiglia sventurata; gli altri si salvarono, parte nelle case, parte nella campagna; i soldati non furono raggiunti. Due giorni dopo arrivavano in Ardore tre compagnie di fanteria da Gerace, da Monteleone e da Reggio, e vi ristabilivano la quiete. Il capitano Onesti, del corpo di stato maggiore, che resse per qualche tempo l'amministrazione comunale, il maggiore Gastaldini che comandava le forze militari di Ardore e delle vicinanze, e il Broglia, medico di battaglione, si condussero in tal modo che per verità io non so con che parole e' si potrebbero degnamente lodare. Non parlo dei soldati, che là come da per tutto si adoperarono in pro del paese con uno zelo infaticabile e una pietà religiosa.