Bastino questi fatti, che non mi son prefisso di scrivere una storia.

Non importa ch'io dica come siansi condotti i comandanti dei corpi e delle divisioni per tutto il tempo che il colèra durò, però che le popolazioni, i municipi e la stampa ne han fatto in molte occasioni la più larga testimonianza e la più splendida lode. Ma fra que' tanti nomi cari all'esercito e al paese ve n'ha uno che non può essere taciuto, per quanto agevolmente ogni lettore lo sottintenda, e forse già fin d'ora con un moto spontaneo del cuore abbia indovinato tutto quello che voglio dire di lui: è il general Medici.

Quello che egli fece da principio per impedire la diffusione del colèra e per preservarne almeno le truppe, si è detto. È facile l'immaginare che cosa egli abbia fatto dappoi. Giorno e notte in faccende o in pensiero; ogni momento un annunzio di nuove sventure, una notizia di nuovi tumulti, e lì subito consulte, ordini, provvedimenti, e partenze improvvise, e un mandare e un ricevere continuo di dispacci e di lettere da tutte le parti. Si recava ora in un paese ed ora in un altro ad assicurarsi che le autorità militari adempissero i loro uffici e visitava le caserme, le prigioni, gli ospedali, le case di convalescenza. Notevole, fra l'altre, la visita a Messina, dove perdette un chiarissimo ufficiale del suo seguito, il bravo e buon capitano Tito Tabacchi; e quell'altra, nei giorni che più imperversava il colèra, a Terrasini, dove entrò nelle case dei poveri a porger soccorsi e conforti, e fece improvvisare ospedali, e radunò infermieri, e tanta fiducia ispirò negli animi coll'opera e colla parola e colla ferma serenità dell'aspetto, che lasciò il paese mutato. Operoso, provvido e caritatevole sempre; ma negli ospedali, al capezzale degl'infermi, d'un cuore divino. Nei due ospedali militari di Palermo, Sesta Casa e Sant'Agata, ei vi si recava ogni settimana e li visitava diligentemente in ogni parte, interrogando tutti, esaminando tutto, consigliando e incoraggiando medici, infermieri e malati colla sollecitudine d'un padre. Memorabile la visita del quindici agosto nel più forte infuriar del colèra. Andò all'ospedale con parecchi ufficiali del suo stato maggiore. Vi era aspettato dai medici radunati sulla soglia del primo camerone. Al suo apparire, gl'infermieri si disposero in ordine lungo le due file dei letti; alcuni de' malati, la maggior parte gravissimi, volsero la testa verso la porta. Il generale s'avvicinò al primo letto; tutti gli altri in semicircolo dietro a lui; al suo fianco il medico direttore. Il malato era grave; aveva il viso cadaverico, gli occhi infossati e iniettati di sangue, le labbra nere, e il respiro affannoso e interrotto da profondi singulti. Non era bene in sè. All'avvicinarsi di tutta quella gente alzò gli occhi in volto al generale e ve li tenne fissi e immobili senza espressione. Il dottore gli si avvicinò e gli domandò, indicandogli il Medici:—Conosci questo signore?

Il soldato guardò il dottore senza fare alcun segno.

—Lo conosci?—questi ripetè.

Allora parve capir la domanda. Il dottore disse forte:

—È il generale Medici.

—Medici.... Medici...,—mormorò confusamente il malato; lo guardò, mosse le labbra come per sorridere o per dire una parola, chinò un po' la testa come per accennare di sì, poi l'assalse un violento singhiozzo, i suoi occhi ritornarono immobili e insensati, e non diede più altro segno d'intendimento. Il generale guardò ansiosamente il dottore.—Non ancora—questi rispose. E andarono oltre.

In uno dei letti vicini c'era un caporale che morì il giorno dopo.

Era in sè; ma profondamente scoraggiato. Avea la pelle del viso tutta raggrinzita, sparsa di macchie livide e luccicante d'un sudore viscoso. Visto il generale, si mise a guardarlo ora socchiudendo ora dilatando gli occhi e mettendo un lamento affannoso.