Ho visto dei begli atti di fermezza e di coraggio. Un bersagliere venne a farsi cavare una palla dalla gamba e tornò indietro a raggiungere il suo battaglione sul campo. Un soldato di fanteria, gravemente ferito, portato a braccia da due compagni, pallidissimo, cogli occhi semispenti, teneva tuttavia un mozzicone di sigaro fra i denti e sporgeva il labbro di sotto in atto di noncuranza e di disprezzo. Passò accanto al mio battaglione; molti corsero a guardarlo; egli volse lentamente lo sguardo intorno e, vistosi osservato, per far parere anche meglio la sua freddezza, fece un movimento della bocca come per addentar meglio il sigaro che gli stava per cadere.

....È morto uno dei miei più buoni e più cari amici, di cui t'ho parlato molte volte, un sottotenente dei granatieri, lombardo, un bellissimo giovine, Edoardo B. Era nella mia compagnia in collegio; tu hai una fotografia in cui ci siamo tutti, cercalo, è il primo a destra, seduto in terra, col sigaro in bocca; me ne ricordo. Vedi com'è morto: il suo reggimento era fermo in faccia ai cannoni del nemico; egli stava seduto sopra un tamburo, a capo basso, e colla punta della sciabola andava sforacchiando per trastullo le zolle che aveva tra i piedi. All'improvviso cadde riverso mandando un grido; una scheggia di mitraglia aveva ferito lui nel petto e ucciso il cavallo dell'aiutante maggiore che gli stava dietro. Morì dopo cinque ore di spasimi atroci. Povero amico! Chi te l'avrebbe detto quando studiavamo pel nostro ultimo esame di collegio, in quelle stanzuccie del quinto piano, al lume di quel moccolo, con quei quaderni e quella brocca d'acqua tinta di fumetto; allora che avevi tante belle speranze, ed eri così felice!....

La risposta a questa lettera è del fratello; la madre s'era messa a letto colla febbre.—Di tratto in tratto—scrive il fratello,—essa cade in delirio e ti chiama.

L'esercito retrocede verso l'Oglio.

Piadena, 5 luglio.

....È una tristezza, è un dolore questo continuo attraversare villaggi e città, in mezzo a due ali di popolo immobile, muto, freddo, che ci guarda con gli occhi stralunati come se fossimo un esercito sconosciuto. Chi ha il coraggio di alzare gli occhi in faccia alla gente? Mi par di leggere su tutti i volti:—Ma bene! ma bravi! O che metteva conto di far tanto chiasso, per far poi di coteste figure?—I reggimenti sfilano a capo basso, silenziosi, che paiono una processione di frati. È uno spettacolo che mi fa male; il mio pensiero ricorre a te, madre; ho un infinito bisogno di te. Perdonami: avessi almeno la consolazione di tornare a casa senza un braccio; potrei dire:—per conto mio ho vinto un braccio di meno.—Ma tornare a casa intatto e sano e grasso e rosso da mettere invidia a un pascià, è veramente vergognoso e insoffribile. Quanta bile mi dà questo specchietto che per quanto io fatichi, e sudi, e mi roda dentro, s'ostina a riflettermi sotto il mento un altro mento che fa capolino! Io l'odio questo neonato insolente che ride sulle sventure della patria! Scherzo; ma è uno scherzo che va poco giù. Marciamo sotto il sole di mezzo giorno; a destra e a sinistra della strada, orti, campi floridi e ville; a traverso il cancello dei giardini vediamo in lontananza, in fondo ai viali, signori in maniche di camicia sdraiati all'ombra dei pergolati, e signorine vestite di bianco, vaganti pei poggi in mezzo ai pini e alle mortelle. Oh loro felici! Non perchè stanno all'ombra e riposano; ma perchè non portan sull'anima questo terribil peso di sconforto e di tedio.

Risposta:—Capisco; capisco tutto; le madri capiscono tutto; coraggio, figliuolo.

La divisione Cugia è a Parma; parte per Ferrara.

Parma, 10 luglio.

....Benedetti soldati! Mi par d'amarli di più dopo quella nostra sventura; son sempre gli stessi loro, sempre rassegnati, buoni. In marcia, quando cominciano a curvarsi e a zoppicare, li guardo, li guardo: mi ci struggo, proprio. Qualche volta, quando me ne fanno qualcuna, io fo tra me un ragionamento lungo e sottile per provarmi che quello è veramente il caso di andare in collera, e poi alzo la voce:—Insomma, è tempo di finirla! Così non si va avanti! Fareste perder la pazienza a un santo! Or ora....—Impostore—mi dice una voce di dentro—tu non sei mica in collera.—È vero!—io rispondo sorridendo, e smetto. Ma poi fermo il proposito di non amarli più, o almeno di non farmi scorgere, chè se no addio disciplina.—La vedremo,—dico,—vedremo se riusciranno più a intenerirmelo questo core di sasso.—E cammino duro, con un cipiglio da metter paura, sicuro della vittoria. Ed eccotene subito uno:—Tenente, glielo porto io il cappotto?—Ed io brusco:—No.—Lei è stanco.—No.—Si!—Come! Stiamo a vedere che ho da essere stanco quando vuoi tu! Al posto.—Ne viene un altro con una borraccia:—Tenente, questa è fresca.—Non ne ho voglia.—Assaggi.—Non assaggio.—Una goccia, e vedrà.—Nemmeno una goccia.—Ed egli mi mette la borraccia sotto il mento:—Vedrà che è fresca.—So bere da me.—Piglio la borraccia, m'inumidisco la bocca e gliela ridò.—Tenente!—Cosa?—Lei non ha bevuto.—Ho bevuto.—Ma se c'è ancor tutta!—e scuote la borraccia.—Oh insomma! la volete capire che sono stanco e stufo che non ne posso più? Andate al vostro posto, subito, di corsa, o vi faccio mettere alla guardia del campo per quindici giorni.... Che modo è questo?—Impostore!—mi ripete la solita voce.—È vero, io rispondo un'altra volta, e smetto.—Oggi il signor tenente è di malumore!—dicono i soldati.—No, no—io rispondo sollecitamente tra me;—no, razza di bricconi.—