—A tavola, amici,—esclamò il colonnello.
Tutti si mossero verso il pergolato, parlando confusamente.
La mensa era apparecchiata sotto il pergolato; erano dieci o dodici tavole accostate in modo da formare una tavola sola, grande per una trentina di persone, chè tanti erano i commensali, fra contadini e soldati. Gli sposi si misero l'uno accanto all'altro; il colonnello in faccia a loro, in mezzo ai due artiglieri; tutti gli altri soldati si mescolarono coi contadini. Qua e là, fra le larghe spalle di due bersaglieri, spuntava la testina d'una villanella, tutta raccolta, contenta nel cuore, peritosa nel viso, che non sapeva nè dove guardare nè da che parte voltarsi. La conversazione cominciò subito animatissima, accompagnata da gran lavorar di mani e di denti, chè avevano tutti, tranne due, un appetito da non vederci più. Cinque o sei ragazzotti servivano a tavola, e avevano un gran da fare a farsi sentire dai commensali, che dessero loro i piatti da portar via, tanto erano tutti assorti e infervorati ne' discorsi. I soldati si chiamavano e si parlavano da un capo all'altro della tavola, gesticolando colle forchette e coi coltelli. Il colonnello, apostrofato e interrogato da tutte le parti, non aveva tempo di rispondere a nessuno; un soldato che gli era accanto gli ragionava con molta serietà di certi inconvenienti del servizio; un altro d'in fondo alla tavola gli andava facendo un lungo racconto di cui egli non capiva una parola. Tre o quattro soldati, ciascuno nel suo cantuccio, s'erano fatti intorno un po' di uditorio, e narravano gli episodi della guerra ai contadini attoniti, o provocavano di tratto in tratto un'alta risata con burleschi aneddoti di caserma. Altri si andavano ricordando tra loro i giorni passati assieme nei reggimenti, e i casi, e gli amici e gli ufficiali, con quella indulgenza benevola di giudizi che si mostra in simili occasioni, per cui anche i superiori che s'odiavano diventano «buoni diavolacci» e i compagni più indifferenti «camerata d'oro.»
Luisa aveva accanto un soldato che s'ingegnava di farle il cavaliere, e non sapendo che dirle altro, le tesseva i più caldi elogi di Cesare, suo amico da molti anni,—un giovane d'oro, un giovane che ce n'è pochi come lui, e che ha anche dell'istruzione, e che se fosse nato signore sarebbe diventato qualche cosa di grosso.—Ed ella stava a sentire attenta attenta, coll'aria di chi ascolta una musica delicata e sommessa, mormorando di tant'in tanto:—Oh sì!—È vero.—Lo so.—E guardava intorno ai commensali, e incontrando lo sguardo di uno, si lasciava sfuggire un lieve sorriso, e guardava un altro, e domandava al suo vicino i nomi, e si faceva spiegare le differenze delle uniformi. E Cesare era il più allegro e il più chiassone della brigata; chiamava a nome i lontani, batteva la mano sulle spalle ai vicini, versava da bere di qua e di là, ed entrava nei discorsi di tutti, voltandosi di tratto in tratto per dir a fior di labbra:—O Luisa!—a cui rispondeva un:—Cesare!—sempre più pronto e più soave. A mano a mano l'andirivieni delle bottiglie si andava facendo più rapido, le ragazze cominciavano a snodare la lingua, tutte le voci si mescolavano, tutti gli occhi scintillavano, tutte le mani s'agitavano in aria, e il colonnello, rapito dalla comune allegrezza, s'era lasciato andare fino a prendere a braccetto i suoi due vicini e a dar loro una scossetta vigorosa esclamando:—Ah benedetti ragazzi, voi mi fareste ritornare al reggimento, vecchio come sono!
—Questo è il re dei pani!—gridò un bersagliere levando in alto un pane di munizione ch'era rimasto intatto sulla tavola: tutti si voltarono a guardarlo.—Chi non gli piace il pane di munizione, diceva un sergente, fateglielo mangiare a furia di bastone,—e diceva giusto.—Io l'ho sempre mangiato tutto fino all'ultimo briciolo.—E tu?—Anch'io.—E tu?—Anch'io.—E tu, Cesare?—Il cuore di Luisa diè un palpito forte; Cesare le afferrò la mano che avea sotto la tavola e rispose prontamente:—Anch'io.—Di' Cesare; diceva un altro poco dopo; dove te l'han fatta quella ferita alla mano?—Era la ferita del duello; gli occhi di Luisa lampeggiarono.—Te lo dirò poi,—Cesare rispose;—è una storia lunga.—Di lì a un momento:—Fa vedere questa borsa da tabacco,—un terzo gli diceva, pigliandogli la borsa che gli spuntava dalla tasca della giacchetta.—Bella, graziosa; chi te l'ha data?... Una mia amorosa—rispondeva Cesare.—Ah si? Luisa sussurravagli allora nell'orecchio—aggiusteremo i conti.—E rideva. Era il primo scherzo di quel genere che diceva al suo sposo: egli n'ebbe una sorpresa e un piacere indicibile.
Tutt'ad un tratto, un bersagliere si levò in piedi, alzò il bicchiere e gridò:—Alla salute degli sposi!
—Alla salute degli sposi!—risposero tutti in coro, e alzatisi in piedi, cominciarono a far cozzare i bicchieri, allungandosi quanto più potevano sopra la tavola, intrecciando le braccia in tutt'i versi, chiamandosi l'un l'altro, cercandosi, facendosi un po' di posto in mezzo alle braccia dei vicini, di sopra, di sotto, alle spalle, e scambiandosi augurii, occhiate e sorrisi. Fra tutte quelle brune e robuste mani dei soldati e dei contadini, spiccavano le piccole e bianche mani di Luisa.—I soldati le dicevano l'un dopo l'altro:—Sposina....—ed essa rispondeva man mano colla voce commossa.—Grazie... grazie...
Si rimisero tutti a sedere. Si alzò il colonnello. Un'auretta viva gli scompigliava e teneva su ritti i lunghi capelli bianchi; e con quella chioma e con quel vestitone che aveva indosso, abbottonato fin sotto il mento e lungo come un mantello, egli pareva una di quelle grandi figure di santi che si vedon dipinte sulle volte delle chiese; era bello e venerabile. Tutti stettero zitti.
—Sentite;—egli disse con un affabile sorriso «un suono di voce dolce e lento;—voialtri soldati avete bevuto alla salute degli sposi; gli amici e i parenti hanno fatto tutti qualche regalo all'uno o all'altra; da me solo essi non hanno ancora avuto niente; è una cosa che non istà bene; voglio fare il mio regalo anch'io; voltatevi tutti da quella parte là.—