—Sul pianerottolo.

—Oh!

—Ci starei bene, sa? Prima di tutto mi troverei al coperto, e poi ho la mia coperta da campo, e lo zaino per appoggiarvi la testa; e poi, già, io ci sono assuefatto a dormire al fresco e.... e poi domattina farei più presto a scendere giù; sì, sì, mi lasci dormire sul pianerottolo, signor padrone; mi ci lasci dormire.—

E stette aspettando la risposta in un certo atteggiamento di timidità e d'ansietà puerile, e con un sorriso pieno d'una così viva ed ingenua espressione di preghiera, che il padrone ne fu tocco nel più vivo dell'anima; lo guardò, s'intese battere il cuore forte forte, si sentì un impulso come d'una mano gagliarda che lo spingesse verso il suo ospite, allargò le braccia, le ritrasse, e, stringendo rapidamente la mano al soldato.—Buona notte!—gridò con voce soffocata, e scomparve.

—Buona notte!—ripetè il soldato, e rimase attonito in mezzo alla stanza coll'occhio fisso alla porta. Lo riscosse un lieve rumore alle spalle; si volse, era un bell'orologio a pendolo accosto alla parete. Lo guardò per un pezzo e poi rivolse gli occhi al letto; un bellissimo letto con parato di percalle e coperta a fiorami e piumino. Guardò il tavolino: c'era su un bel lume da notte che spandendo intorno sulle pareti e sui mobili una languida luce, ne abbelliva d'un cotal velo di mistero la splendidezza. Egli guardava or l'una or l'altra cosa colla bocca aperta e le braccia penzoloni; gli pareva di sognare.

Tornato interamente in sè, riavutosi da quello stupore e da quella confusione che gli avean pieno sino allora il cuore e la testa, ripensò pacatamente ai suoi ospiti, si risovvenne distintamente di tutte le garbatezze che gli avevano fatte, gli parve di udirsi risonar di nuovo all'orecchio tutte le affettuose parole che gli avevano dette, si ricordò del reggimento, della marcia, della pioggia, del suo svenimento; si guardò un'altra volta intorno, giunse le mani con impeto, mandò fuori una voce convulsa come tra il gemito e il riso.... Il suo cuore era già colmo di tenerezza; per farlo traboccare non ci voleva più che un'idea; l'idea venne; pensò a un'altra casa, alla sua, e il confronto gli suscitò nel cuore una così profonda e strana emozione ch'egli si abbandonò sulla sponda del letto colla faccia nelle mani.

Poco dopo era coricato e dormiva. Quel volto rozzo e abbronzato, e così com'era rischiarato da quel fioco lume, faceva un singolare contrasto colla bianchezza purissima dei lini su cui riposava; e quel cappottone infangato e quegli altri poveri cenci spiccavano stranamente su quella seggiola dorata e accanto a quel parato ampio e signorile. Egli dormiva d'un sonno queto e pieno. Avea la fronte leggermente corrugata; forse sognava il cipiglio irato con che il suo capitano l'avrebbe accolto il domani; ma sulle labbra gli errava un lieve sorriso, e forse, intorno al capitano, gli pareva di vedere i suoi ospiti in atto di chieder grazia per lui.

Dormi in pace, povero soldato; non ti saran messi i ferri domani, no; non fu tua colpa se mancasti,.... è stata una disgrazia; sì povero soldato; sì, dormi in pace.

—Ebbene, che ve ne pare?—domandò il padrone di casa alla sorella dopo averle fatta una descrizione enfatica della scena accaduta poc'anzi. Essa si sforzò di sorridere e rispose:—Non c'è male.—Solamente?—Solamente. Che cosa volete ch'io vi dica di più?—

Il padrone s'avviò alla sua camera da letto scrollando la testa in segno di compatimento. Essa restò un po' pensierosa e poi scrollò la testa anch'essa mormorando:—povero giovane!—E andò a dormire.