—Benissimo. Animo, cominciamo.—
Ed egli incominciò:
Pur ti saluto anch'io,
O Venezia immortale!
Che infinito desìo,
Cara, io n'avea nel cor!
Che divino m'assale
Entusiasmo d'amor!
—Ma che! ma che!—interruppe schiamazzando quello stesso originale che avea fatto la proposta di bere;—cos'è cotesta roba? Non vogliamo delle malinconie noi, vogliamo star allegri; ci vuole una barcarola, ci vuole; ma che «immortale» ma che «disìo» ma che «fremito», ma che mi vai fantasticando, caro il mio poeta? Ti paion musi questi da fare i sentimentali?—
Tutti quelli che aveano alzato il gomito più del dovere approvarono clamorosamente.
—Bel gusto,—io risposi,—fare i buffoni! Oh ne abbiamo proprio di che, con questa probabilità che c'è in aria di dover rimetter la sciabola nel fodero, e ripigliar gloriosamente la via di Ferrara e tornarsene chi sa dove a menar la vita papaverica della guarnigione! Oh abbiamo proprio di che fare i buffoni!—
I «sentimentali» si dichiararono dalla mia, i bevitori insistettero, il poeta tenne duro, e la brigata si divise in due. Una metà si scostò da noi di alcuni passi, e accesi i sigari, seguitò a trincare col miglior gusto del mondo; l'altra metà ripigliò il canto interrotto.
—Vi canteremo un ritornello anche noi, signori poeti piagnoloni!—gridò uno dei baccanti alzando il bicchiere: tutti gli altri risero.
—Cantate pure!—si rispose dalla nostra parte.
E il poeta (scusate) ripigliò: