Dopo un altro po', scroscia una gran risata alla coda della compagnia, e un: uh! prolungato in tono di corbellatura.—Cos'è stato? Che è accaduto? Chi è?—È un povero diavolo che camminava sull'orlo della via, e sonnecchiava e tentennava e finì col rotolar giù nel fosso.—È profondo?—Ma! chi ci vede?—Guardiamo.—Animo, animo, (un uffiziale) che fate lì? Andate oltre. S'alzerà da sè. E voi, volete tener alto quel lume?

E silenzio, e avanti, e sempre buio, e sempre quella brezzolina gelida, mordente, uguale, che batte molestamente nel viso e mette un brivido che par d'esser d'inverno.

—Oh che sonno! Che ora sarà? Le dieci, forse; fors'anco di più. Che notte! Non ci si vede nulla. Ohè, di', amico, quanto tempo è che si cammina?... Parla, oh; quanto tempo? Dorme, non sente; a momenti si rompe il collo... Ho sonno anch'io. Ah! non poter dormire! E gli è un po' di tempo che si va! Che noia non ci veder nulla! Se si potesse dormire in piedi.... Ho da provare? Che sonno, Dio mio, che sonno.... che sonno.... la notte è buia.... buia.... e il vento.... dormire....

Ancora un momento, e cadrà nel fosso. Uno squillo di tromba. Alto. L'ha scampata. Giù tutti, come corpi morti; si casca dove si casca, sulle pietre, tra le spine, nel fango, dove che sia: tutto è comodo, tutto pulito tutto soffice, tutto delizioso. Lì, sopra un mucchio di sassi, dall'un lato della via, s'è rovesciata, d'un sol colpo, tutta una squadra, l'un sull'altro, l'uno attraverso dell'altro; la canna del fucile sotto la schiena, la borraccia di un compagno sotto la testa, un piede del caporale di squadra contro la faccia, lo zaino d'un altro compagno contro un fianco; la mano, talvolta, fra l'erbe, dentro qualcosa d'umido e di molle...; ma che monta? La voluttà del sonno è così cara, così dolce, così potente, che non si può badare ad altro che a goderla intera e ad abbandonarvisi anima e corpo. Oh la dolcezza d'un lungo e tormentoso bisogno finalmente appagato! In tutte le membra si insinua e si spande un senso di piacer languido, uno sfinimento soave.... Oh che delizia! dormiamo.

Se su quel punto della strada battesse per un momento il raggio della luna, oh che quadro bizzarro ci si offrirebbe allo sguardo! Gli è come un mucchio di cadaveri buttati là alla rinfusa: altri supino, altri bocconi, altri disteso, altri rannicchiato, e qua e là braccia e gambe e piedi e fucili che spuntano di mezzo alle gambe e alle braccia d'altrui; una mescolanza che, a distinguervi membro per membro cui appartenga, ci sarebbe un gran da fare. Sulle prime, in quel mucchio di corpi, succede un po' di movimento, un po' di rimescolìo; ciascuno cerca, dimenandosi lievemente, la più comoda positura, e ne nasce un po' di litigio.—Fatti in là, sangue di Bacco!—Via quel piede!—Tira in là cotesta gamba; o non vedi che me la dai sul muso?—Ma gli è l'affar d'un momento, e poi tutti zitti. Un sonno pieno e profondo s'insignorisce di tutti. Dapprima si sente un respirar grosso e frequente; poi come un sospirar fievole ed interrotto; poi un gemere sordo e arrantolato; infine un russar generale su tutti i tuoni, bassi, baritoni, soprani, consonanti e dissonanti, striduli e sonori, una musica d'inferno.

Uno squillo di tromba; è l'attenti.

Di quel mucchio nessuno l'intende, nessuno si muove; tutti quieti, immobili, come corpi morti. Un altro squillo; e niente; immobili come prima.—Vi farò alzar io, adesso!—tuona sui dormenti una voce minacciosa. A quella voce, ecco là una gamba si stira, qui si stende un braccio, più in là si dondola una testa, più in qua si torce una vita, come segue in un gruppo di biscie che si svolgano lentamente al tepore del sole.—Ci alziamo adunque, sì o no?—ripete più irosamente la voce di prima. Uno dei dormenti s'alza a sedere, un altro si frega gli occhi col rovescio della mano, un altro tasta intorno in cerca del cheppì, un quarto è già in piedi, e un quinto e un sesto.... Tutti ritti: oh finalmente! Ma che pena, Dio mio, che tormento esser destati così bruscamente e doversi levar su proprio nel punto che si cominciava a gustare il sonno!—Dov'è il mio cheppì?—E il mio fucile?—Dammi il mio cheppì, di'.—Questo è il mio.—Ma no; il tuo è quest'altro.—Di chi è questo fucile?—A me, dammelo.—Va a trovar la nappina, adesso!—E lì cerca, e raspa, e fruga di qua di là, fra le pietre della via, giù nel fosso, fra l'erbe, nei cespugli, ansando, sbuffando, bestemmiando.... Squilla un'altra volta la tromba e il reggimento si rimette in cammino.

E sempre buio, e sempre la stessa brezzolina fredda, che agghiaccia il muso e increspa la pelle. Dio, che freddo a star fermi! si trema. Le lanterne son tutte spente: oscurità completa. Chi sa in che confusione camminan questi bricconi! Fortuna per loro che non ci si vede.

Dopo una mezz'ora di cammino silenzioso, qualcuno comincia a scorgere, lontano lontano, un lumicino tremolante, che a volta a volta si eclissa e riappare come una lucciola.—Che sarà?—Andiamo innanzi;—ancora;—ancora un po';—un altro pochino. Il lumicino non si eclissa più; appare più grande e splende più vivo.—Lo vedi?—È la lanterna alla testa del reggimento.—No no, è un paese.—Ma che paese!—Andiamo innanzi—innanzi,—innanzi... Eh?....—Hai ragione, è un paese.—La voce si propaga; i sonnecchianti si scuotono; i dormenti si svegliano; nasce un po' di bisbiglio.—Oh! benedetto il cielo; ecco le case, ecco la via d'entrata, eccoci entrati.—

L'ora è tarda; le vie son quasi deserte; lo scalpiccìo del reggimento echeggia distintamente in quella solitudine, e il bisbiglio si spande a destra e sinistra per le vie torte ed oscure. Casupole di qua, casupole di là, e tutto chiuso, sbarrato, come se fosse un villaggio abbandonato. Ma a misura che si procede, a manca e a dritta della via, a pian terreno, si schiude a mezzo qualche porticina per cui si vedono luccicar dentro i focolari, e affacciarsi e sporger fuori timidamente la testa qualche donnicciuola già spogliata a mezzo, e accorrere fuori della soglia i fanciulli, e ai piani di sopra aprirsi qualche impannata, e tralucere l'interno lume, e apparir dietro i vetri una figura nera che guarda giù che cos'è l'insolito tramestìo.... Ah! quella figura nera sarà scesa allora allora dal letto, dove dormiva e tornerà tra breve a dormire saporitamente i suoi sonni queti e soavi! Oh quel letto! Par di vederlo, par d'avere sott'occhio la rimboccatura delle lenzuola fatta e distesa sul capezzale, e di passarci la mano su, e di sentir la fragrante freschezza della tela pur ora uscita di bucato. Oh fortunato chi dorme là entro! Oh quando riavrò il mio letto anch'io! Felici, beati tutti coloro che hanno un letto!