—Niente meno!

—Senta; ero a Torino colla mia famiglia; avevo sette anni. Il penultimo giorno di carnovale mia madre mi mise un bel vestitino da maschera, tutto di seta a striscie bianche e celesti, con una sciarpa rossa, una parrucca di ricci biondi e un berrettino di velluto verde, e mi condusse al corso in carrozza. C'era con noi mio padre e un maggiore d'artiglieria suo amico. Avevamo molti mazzi di fiori e un gran canestro di confetti. Le strade erano stivate di gente; un'infinità di carrozze; maschere a centinaia, eleganti, svariate; un gran moto, un gran chiasso, un corso stupendo. Mia madre, secondo il suo costume, non partecipava affatto all'allegria della festa e non parlava quasi mai. Di tratto in tratto, quando passava la carrozza di qualche amico, essa mi metteva un mazzo di fiori in mano e me lo faceva gettare, tenendomi per la sciarpa perchè nell'atto di lanciarlo io non cadessi a capo fitto. I bambini miei amici mi gettavano anch'essi dei fiori e dei mazzolini e mi salutavano gridando e ridendo del mio bizzarro vestito, ed io rideva del loro, e ci divertivamo del miglior cuore del mondo. Molto più di adesso, tra parentesi, perchè allora una bella mascherina mollemente sdraiata in una vettura, uno stivaletto piccoletto stretto e rotondetto che spenzolasse astutamente fuori d'uno sportello, una calza bianca ben tesa, e una camiciola da débardeur cascante da un lato, non tiravano nè i nostri pensieri, nè i nostri sguardi, nè i nostri desiderii.

—Questo non ci ha che fare.

—Ci divertivamo. A un certo punto però, stanco di gridare e di sbracciarmi, sedetti per ripigliare un po' di lena. Allo sbocco di via Po in piazza Castello v'era una fila di soldati di cavalleria e di carabinieri, immobili e serii come se assistessero a un funerale. Guardavano ora le carrozze, ora la gente, senza dirsi una parola, senza scambiarsi un sorriso, senza dare un segno di curiosità, nè di diletto, nè di rincrescimento, nè di noia; parevano automi. La folla li stringeva da ogni lato, ondeggiando e rimescolandosi e levando un gran frastuono; dalle finestre delle case vicine, ch'eran tutte piene di signore e di maschere, veniva giù una tempesta di coriandoli, e dalle carrozze una tempesta contro le finestre, e dalla strada contro le carrozze: una battaglia accanita, con grandi nuvoli di farina che velavano a mezzo ogni cosa, e un po' più oltre la banda che suonava, quasi coperta da un fracasso di tamburelli e di trombette che lacerava le orecchie.

—Povera gente!—disse mia madre al maggiore accennandogli i soldati.—Essi non mancano mai; essi son sempre dappertutto. Non basta che ci difendano dai nemici, e spengano gl'incendi, e acquietino i tumulti, e proteggano le nostre vite e le nostre sostanze; essi proteggono ancora le nostre feste, assicurano le nostre gioie, essi che non hanno nè gioie, nè feste e patiscono tanto e fanno tanti sacrifizi, senza raccoglierne mai un frutto, senza ottenerne mai un compenso; ma che compenso! un conforto, una parola di riconoscenza, un grazie. La gente non li guarda nemmeno; noi siamo tutto per loro, e loro, per noi, nulla.—

Il maggiore, serio anch'esso che pareva un magistrato, senza neppur guardare i soldati rispose gravemente:—È vero.

—Se è vero!—soggiunse vivamente mia madre.—Guardi, maggiore; guardi un po' quel soldato là, il primo a cominciar da questa parte; guardi che aria melanconica! Che abbia qualche dispiacere? Che si senta male?

—Chi lo può sapere?—rispose il maggiore sorridendo leggermente.

—Chi sa che cos'abbia!—ripetè mia madre; e stette guardandolo pensierosa. Così fatta è quella santa donna, che anche in mezzo al frastuono e all'allegrezza di una festa, un nonnulla le svia la mente da quel che la circonda, e la trae, di pensiero in pensiero, sino alla malinconia. Veda, signora, se mette conto aver buon cuore!

—Via!