—Scherzo. La carrozza andò innanzi e mia madre continuò a parlare di quel soldato; poi si rimise a pensare, e quindi tutt'ad un tratto:—E se qualcuno di casa sua stesse male? Potrebbe darsi anche questo. Non li lascian mica andare a casa quando qualcuno della loro famiglia si ammala, non è vero, maggiore?

—È difficile—questi rispose.

—Vedete!—esclamò mia madre.—Scommetterei che è tristo per questo.—Che razza di logica ha il cuore!...—Ed intanto è condannato a star là in mezzo alla gente che si diverte, che canta, che grida.... Non me lo posso levar dalla testa.—

Il maggiore sorrise.

—Che cosa vuole? ripigliò mia madre,—son fatta così.—

Compiuto il giro, la carrozza stava per ripassare dinanzi ai soldati. Mia madre, colto il momento che il maggiore e mio padre non guardavano, mi porse un mazzolino di fiori, mi indicò con un gesto rapido il suo soldato, e mi disse all'orecchio:—Gettaglielo.—Mi rizzai in piedi, e, trattenuto al solito per la sciarpa, mi atteggiai per gettare il mazzo.—Hai detto quello là, non è vero? domandai ancora una volta.—Sì, sì, e presto.—Ci mancavano sette od otto passi; la carrozza si soffermò, riprese la corsa, ci siamo... Animo!—disse mia madre.—Eccolo là—io gli risposi fieramente. Il mazzolino avea descritto una bella curva nell'aria, ed era caduto proprio sul petto del soldato, fra il fermaglio del cinturino e la mano che teneva le redini. Quegli si scosse come da un sogno, afferrò quasi involontariamente il mazzetto, alzò gli occhi in atto di viva sorpresa, mi vide, lo salutai con tutte e due le mani, egli sorrise, e mi guardò fisso fin che la carrozza sparì. Il mio piccolo cuore batteva forte forte; mia madre si era rasserenata; il maggiore e mio padre non avevano visto nulla. Prima di compiere un'altra volta il giro, uscimmo dal corso, e andammo a casa.

Rividi il soldato, dieci o dodici giorni dopo, nel giardino pubblico. Era con molti altri suoi compagni, e discorreva forte e rideva.—Guarda là il soldato del mazzetto!—dissi a mia madre tirandole il vestito.—Zitto!—ella mi rispose;—non ci badare.—Non capii il perchè di questo comando; lo guardai; egli mi guardò fisso, mi riconobbe, fece un atto di gran sorpresa e disse:—Oh!—Mia madre mi tirò pel braccio e andammo inanzi. Dopo quel giorno non lo vidi più per un anno. L'anno dopo, una delle ultime notti di carnevale, tornato colla famiglia dal teatro, mi avvicinai, pochi momenti prima d'andare a letto, alla finestra, e stetti un po' di tempo a guardare in strada a traverso ai vetri. La strada era buia, e nevicava. Di tempo in tempo, sbucavan maschere dalla casa dirimpetto, dove c'era un caffè e un'osteria, si sparpagliavano, s'inseguivano, sparivano, ne sopraggiungevano delle nuove, e le une colle altre incontrandosi e riconoscendosi si affollavano levando un diavolìo di grida in falsetto e ricambiandosi confusamente inviti e saluti. Comparve in quel punto una pattuglia di cavalleria. Le maschere si misero a ballarle intorno vociando e battendo le mani. I soldati, ravvolti nei loro grandi mantelli, passavano senza dar segno di vederle; ma uno di essi si voltò verso casa nostra, e parve guardare alla mia finestra.—Che sia lui!—pensai, ed apersi. Nello stesso punto il soldato levò una mano fuor del mantello, fece un saluto, e andò oltre. L'indomani seppi dalla portinaia che qualche giorno prima un soldato di cavalleria era entrato nel portico della nostra casa, aveva guardato un po' la scala come incerto se dovesse salire sì o no, e poi se n'era andato. Pochi mesi dopo intesi dire che un reggimento di cavalleria era partito da Torino, e non rividi più il mio soldato, e non ci pensai più. Passarono molti anni; venne il cinquantanove; mi infatuai dell'esercito e manifestai a mio padre l'intenzione di abbracciar la carriera militare. Mio padre era incerto.—Finisci i tuoi studi—mi disse e—vedremo.—Nell'agosto del cinquantanove li terminai. D'allora in poi, ogni giorno gran discussione con mio padre sull'argomento della carriera. A misura però che s'andava innanzi, egli pareva sempre meno disposto a secondare i miei desiderii. Ma un caso impreveduto troncò il nodo della questione. Erano i primi di gennaio del sessanta. Una mattina io stavo in casa, a tavolino, scrivendo. Picchiano alla porta, e viene un servitore a dirmi che cercano di me.—Chi può essere?—mi domanda mia madre. Io m'alzo, essa mi segue, andiamo nella stanza d'ingresso. V'era sulla porta un uomo vestito da operaio, con un gran mantello, una berretta di pelliccia in capo, pallido, magro, con un'aria addolorata e abbattuta.—Non si leva nemmeno la berretta,—brontolò il servitore quando entrammo. Lo sconosciuto mi guardò sorridendo e mi domandò:—È lei?...—E disse il mio nome e il mio cognome.

—Son io—risposi.

—Sono un povero giovane rimasto senza lavoro; ho fatto il soldato; se potesse aiutarmi in qualche modo...