Quand'era in paese stava quasi sempre sulla piazza dinanzi alla casa dell'ufficiale in mezzo a un circolo di ragazzi che divertiva con ogni sorta di buffonate. Ora si foggiava un cappello cilindrico di carta con una gran tesa, se lo metteva in testa di sbieco, e appoggiandosi sopra un grosso bastone e brontolando con voce nasale scimiottava l'andatura del sindaco. Ora con certi frastagli di carta nei capelli, cogli occhi bassi, colla bocca stretta, movendo una mano come per agitarsi il ventaglio sul petto e dondolando mollemente la persona, facea la caricatura delle poche signore del paese quando vanno alla chiesa i giorni di festa. Tal'altra volta, raccolto dinanzi alla porta della caserma un berretto logoro buttato via da qualche soldato, se lo metteva e se lo tirava giù fino agli orecchi, vi nascondeva dentro tutti i capelli, e poi colle braccia tese e strette alla persona facea due o tre volte il giro della piazza, a passo lento e cadenzato, imitando colla voce il suono del tamburo, seria, rigida, tutta d'un pezzo, come un coscritto de' più duri. Ma checchè ella facesse o dicesse, la gente oramai non le badava più. I ragazzi, e specialmente i monelli, erano i suoi soli spettatori. Però le madri badavano a tenerneli lontani perchè un giorno, contro ogni sua consuetudine e chi sa per qual ghiribizzo, essa ne aveva agguantato uno, un fanciulletto sugli otto anni, il più bello dei suoi spettatori, e gli avea dati tanti e così furiosi baci nel volto e nel collo ch'ei s'era spaventato e messo a piangere e a gridare dalla paura che volesse farlo morir soffocato.

Qualche rara volta entrava in chiesa e s'inginocchiava e giungeva le mani come tutti gli altri e borbottava non so che parole; ma dopo pochi momenti si metteva a ridere e pigliava delle attitudini e faceva dei gesti strani e irriverenti, così che il sacrestano finiva col venirla a pigliare pel braccio e condurla fuori.

Aveva una bella voce, e quand'era in sè cantava benino; ma dacchè gli aveva dato volta il cervello non facea più che un canterellare inarticolato e monotono, pel solito quando stava seduta sulla soglia di casa sua o a piè della scala della casa del tenente, mangiucchiando fichi d'India, ch'erano, si può dire, l'unico suo alimento.

Aveva anch'essa le sue ore di malinconia in cui non parlava e non rideva con nessuno, nemmeno co' fanciulli; e soleva stare accovacciata come un cane dinanzi alla porta di casa colla testa ravvolta nel grembiale o il viso coperto col fazzoletto, non si scotendo, non si movendo dalla sua positura per qualunque rumore le si facesse intorno e per quante volte la si chiamasse a nome, anche da sua madre. Ma ciò accadeva assai di rado; era quasi sempre allegra.

Ai soldati, come dissi, non dava retta e non li guardava nemmeno; ma riserbava tutte le sue tenerezze per gli ufficiali. Non le largiva però a tutti nella stessa misura. Dopo ch'essa era tornata dall'ospedale, il distaccamento s'era mutato da sei a otto volte, e di ufficiali ce n'eran venuti d'ogni età, d'ogni aspetto e d'ogni umore. Si notò ch'ella mostrava un'assai più viva simpatia pei più giovani, anche a differenza di pochi anni; e che sapeva benissimo distinguere chi era più bello da chi lo era meno, comunque tutti fossero egualmente il suo «amore» e il suo «tesoro». A un certo luogotenente venuto de' primi, un uomo sulla quarantina, tutto naso e tutto pancia, con una vociacela stentorea e due occhi da basilisco, essa non avea mai fatto buon viso. Gli avea detto qualche dolce parola la prima volta che s'erano incontrati; ma quegli, infastidito, le avea risposto malamente, accompagnando le parole con un atto minaccioso della mano, in modo da farle intendere ch'era miglior consiglio desistere una volta per sempre. Ed essa avea desistito, non cessando però di tenergli dietro ogni volta che l'incontrasse per via e di passare molte ore della sera seduta appiè della scala di casa sua. Entrasse od uscisse, non gli diceva una parola; ma non si movea di là. E si portò nello stesso modo con due o tre altri ufficiali che vennero dopo a quel primo, d'indole, di aspetto e di modi non molto diversi da lui. Ma ne vennero anche dei giovanissimi e di bella persona e gentili, e di questi si sarebbe potuto dire che n'andava pazza, se pazza già non fosse stata. Qualcuno di loro si era fitto in capo di volerla guarire fingendo di esserne invaghito e di amarla davvero; ma avendo presa la cosa alla leggera, se n'era annoiato dopo due o tre giorni di prova, e aveva smesso. Qualcun altro, meno filantropo e più materiale, s'era domandato:—O che è sempre necessario che una bella ragazza abbia la testa a segno?—e risposto di no, avea cercato di persuadere a Carmela che per fare all'amore il cervello è un soprappiù; ma, stranissimo a dirsi, aveva incontrato una resistenza inaspettatamente ostinata. Non diceva proprio un no tondo e risoluto, perchè forse non intendeva chiaramente che cosa si volesse da lei; ma, quasi per istinto, ad ogni atteggiamento e ad ogni atto, chi mi suggerisce un aggiunto?... ad ogni atto che potesse parer decisivo, svincolava, l'una dopo l'altra, le mani, ritraeva le braccia e se le incrocicchiava sul seno e si stringeva in tutta la persona, ridendo d'un certo strano riso, come i bambini quando credono che si voglia far loro una burla, ma non san bene qual sia, e, ridendo, voglion mostrare d'averla capita, appunto per farsela dire. Ma in que' momenti, animandosele il viso e lampeggiandole lo sguardo, ella non parea pazza, ed era bellissima, e quel ritegno, quella ritrosìa imprimendo ai movimenti e alle attitudini della sua persona una certa compostezza e un certo garbo, dava uno straordinario risalto alla stupenda leggiadria delle sue forme. Insomma que' pochi che la tentarono si persuasero ch'era un'impresa disperata. Mi fu detto che uno di questi, narrando un giorno i suoi vani tentativi al dottore, esclamasse:—Donne colla virtù nel cervello, nella coscienza, nel cuore, in che diamine ella vuole, ne ho viste di molte; ma donne, come questa, che l'abbiano nel sangue, nel sangue! le confesso che non ne ho viste mai.—Alcuni dicevano che in ogni ufficiale che le piacesse ella credeva di vedere il suo, quello che l'aveva amata e abbandonata. Forse non era vero, perchè, qualche volta avrebbe detto qualcosa d'allusivo a ciò ch'era seguìto, e invece non diceva mai nulla. Frequentemente le veniva chiesto o dello qualcosa su questo proposito; ma non dava mai segno d'intendere o di ricordarsi di qualchecosa; ascoltava attenta attenta e poi rideva. Quando un distaccamento partiva lo andava ad accompagnare fino al porto, e quando il legno s'allontanava lo salutava agitando in alto il fazzoletto; ma non piangeva, nè faceva alcun'altra mostra di dolore. Andava subito a far le sue proteste d'amore al nuovo ufficiale. L'ultimo venuto pareva che le fosse piaciuto un po' più di tutti gli altri.

V.

Il dottore tornò poco dopo e raccontò all'ufficiale tutto ciò che abbiam finito or ora di dire. Questi, pigliando comiato, esclamò una seconda volta:—Peccato; è tanto carina!—Sicuro, e che fiera e nobile tempra di carattere doveva avere! soggiunse il dottore. L'ufficiale uscì. Era notte avanzata, e nella piazza non si vedeva anima viva. La sua casa era dal lato opposto a quello del caffè. Vi si diresse lentamente e quasi a malincuore.—Sarà là,—pensava sospirando, e aguzzava gli occhi, allungando il collo e piegando il capo a destra e a sinistra, per vedere se ci fosse nessuno dinnanzi alla porta; ma inutilmente, ch'era buio perfetto. Avanti, avanti, sempre più a rilento, soffermandosi, serpeggiando, guatando...—Se sapessi che là c'è un malandrino che m'aspetta col coltello in mano, mi pare che andrei innanzi più franco e più spedito,—disse tra sè, e fece risolutamente dieci o dodici passi.—Ah! eccola là.—L'aveva scorta; era seduta sopra uno scalino al di fuori della porta; ma buio com'era, egli non potea vederla nel viso.—Che cosa fate qui?—le domandò avvicinandosele. Essa non rispose subito, s'alzò, se gli mise proprio petto a petto, e, posandogli tutt'e due le mani sulle spalle, con una vocina soave e un certo accento che parea parlasse del miglior senno del mondo, gli disse:—T'aspettavo.... dormivo.—E perchè m'aspettavi?—domandò ancora l'ufficiale levandosi di sulle spalle quelle due mani che scesero subito a stringergli le braccia.—Perchè voglio stare con te,—essa rispose.—Che accento! egli pensò; in verità che si direbbe che parla da senno.—E cavato subito di tasca un fiammifero, l'accese e l'avvicinò al viso di Carmela per vederla bene negli occhi. La stanchezza,—poichè ella era stata in giro tutta la giornata,—e più quel breve sonno da cui allora si destava, avendo tolto alla sua fisonomia un po' di quella vivezza smodata e convulsa che le era abituale, e diffusovi invece una tinta come di languore e di malinconia, in quel punto il suo viso era veramente incantevole, e parea tutt'altro che di pazza.

—Oh caro, caro!—proruppe Carmela appena vide la faccia rischiarata del tenente, e allungando il braccio tentò di stringergli il mento tra l'indice e il pollice. Egli l'afferrò per un braccio; essa alla sua volti afferrò coll'altro il braccio che l'avea afferrata, gli inchiodò la bocca sulla mano, glie la baciò e glie la morse. L'ufficiale si svincolò, si slanciò in casa e chiuse la porta.

—Tesoro!—gridò ancora una volta Carmela, e poi, senza dir altro, si rimise a sedere sullo scalino colle braccia incrociate sulle ginocchia e la testa inclinata da un lato. Indi a poco prese sonno.