Appena entrato in casa e acceso il lume, l'ufficiale si guardò il rovescio della mano destra e ci vide la leggera impronta di otto dentini, intorno a cui luccicava tuttavia il madore di quella bocca convulsa.—Che razza d'amore è codesto!—disse forte a se stesso, e, acceso un sigaro, si mise a passeggiare per la stanza ruminando l'orario per il suo piccolo distaccamento.—Ci penserò domani—disse poi tutt'ad un tratto, e pensò ad altro. Sedette, apri un libro, lesse qualche pagina, riprese a passeggiare; poi daccapo a leggere; finalmente si decise di andare a letto. S'era già quasi finito di spogliare quando fu colto da un'idea; stette pensando un istante, corse alla finestra, allungò la mano per aprirla....; la ritrasse, scrollò una spalla e andò a dormire.
L'indomani mattina per tempo la sua ordinanza, entrando in punta di piedi nella camera, si meravigliò di vederlo già sveglio, che non era suo costume di svegliarsi da sè. E gli disse sorridendo:—Qui sotto, alla porta, c'è quella pazza....—E che fa?—Nulla; dice che aspetta il signor tenente.—
L' ufficiale si sforzò di ridere, e guardando poi il soldato mentre gli spazzolava i panni, diceva tra sè:—Questa mattina lavora a vapore costui.—Quando fu vestito, gli disse:—Guarda se c'è ancora.—Il soldato aprì la finestra, guardò giù e disse di sì.—Cosa fa?—Si balocca coi sassi.—Guarda in su?—No.—È proprio dinanzi alla porta o da un lato?—Da un lato.—Le potrò sfuggire.—E discese. Mail suono della sciabola lo tradì.—Buon giorno! buon giorno!—gridò, andandogli incontro su per la scala, la fanciulla; e quando gli fu accosto, gli si inginocchiò dinanzi, tirò fuori un fazzoletto e afferrandogli coll'altra mano una gamba sopra la noce del piede, si mise a spolverargli in gran fretta lo stivale mormorando:—Aspetta, aspetta, ancora un momento, un po' di pazienza, caro; ancora un momento, ecco, così, adesso va bene....
—Carmela!—gridò severamente l'ufficiale tentando invano di sprigionare la gamba dalla sua piccola mano;—Carmela!—
Come fu libero s'allontanò di corsa.—Ma che non ci sia proprio nessun mezzo di rimetterle la testa a segno?—domandava poco dopo al dottore.—Mah!—questi rispondeva;—forse! Col tempo, colla pazienza....
VI.
Dopo un mese il dottore e il tenente erano amicissimi. La conformità della loro natura e della loro età, e più quel trovarsi assieme dalla mattina alla sera in un paese dove si può dire che non ci fossero altri giovani della loro condizione, fece sì che in poco tempo si conoscessero l'un l'altro intimamente e si volessero bene come amici antichi. Ma durante quel mese l'un d'essi, l'ufficiale, aveva mutato abitudini in un modo singolare. I primi giorni s'era fatto mandar da Napoli certi libroni, e la sera, per un par di settimane, non avea fatto che leggere e pigliar degli appunti e intavolar delle discussioni lunghe ed astruse col dottore, terminando quasi sempre col dire:—Basta; io credo che in questo caso i medici ci abbian poco o punto che fare.—Vedremo a che cosa riescirai,—rispondeva il dottore, e si dividevano con queste parole, per ripigliare daccapo la discussione l'indomani.
Un giorno, dopo aver fatte certe domande al sindaco, l'ufficiale aveva mandato a chiamare l'unico sarto del paese, poi s'era recato alla bottega dell'unico cappellaio e poi a quella dell'unico merciaio, e quattro giorni dopo era uscito a passeggiare sulla riva del mare tutto vestito di tela di Russia, con un ampio cappello di paglia e una cravatta di colore azzurro. La stessa sera, incontrandolo, il dottore gli avea chiesto:—Ebbene?—Nulla.—Nemmeno un segno...?—Nulla, nulla.—Non importa; perseveranza.—Oh! non ne dubitare.
Il ricevitore del paese aveva fatto per molt'anni il cantante e sapeva sonare vari strumenti. Un giorno l'ufficiale era andato a lui e senz'altri preamboli:—Mi faccia il piacere,—gli aveva detto;—m'insegni a sonar la chitarra.—E il ricevitore, cominciando da quel giorno, dava lezione di chitarra, mattina e sera, al tenente, e questi imparava a meraviglia, e in poco tempo s'era messo al caso di fargli l'accompagnamento quando cantava.—Lei deve avere una bella voce,—gli disse un giorno il maestro. E di fatto aveva una voce gentile. Incominciò anch'esso a imparare a cantare, e in capo a un mese cantava sulla chitarra le canzoncine siciliane con un garbo e una soavità ch'era un varo diletto a sentirlo.—Abbiamo avuto un altro ufficiale che sonava veramente bene anche lui!—gli diceva a volte il ricevitore.—C'è un'arietta—soggiunse un giorno—ch'egli cantava sempre..... un'arietta.... aspetti; ah come la cantava divinamente! Cominciava.... Se l'era fatta lui, sa; cominciava: