Il tenente rimase qualche minuto immobile in mezzo alla camera, poi andò alla finestra, l'aperse, si ritrasse d'un passo, e stette contemplando un istante lo stupendo spettacolo che gli s'offeriva allo sguardo. Una notte limpida, chiara, senza vento, ch'era un incanto. Lì subito sotto gli occhi la parte bassa del paese; i tetti, le vie deserte, il porto, la spiaggia, su cui batteva così bianco il lume della luna che vi si sarebbe veduto passare una persona distintamente come di giorno, e poi il mare quieto e liscio come un olio, e lontano lontano i monti della Sicilia rilevati e distinti come se fossero là presso, e un silenzio profondo.—Potessi anch'io godere di questa pace soave!—pensò l'ufficiale spaziando collo sguardo nella immensità di quel mare; e s'affacciò, palpitando, alla finestra, e guardò giù. Carmela era seduta dinanzi alla porta.
—Carmela!
—Carino.
—Cosa fai costì?
—Cosa fai.... aspetto; lo sai pure. Aspetto che tu mi faccia salir sopra. Non mi vuoi questa sera?
—Scendo ad aprirti.—
Carmela, dalla contentezza, si mise a batter le mani e a saltellare.
La porta s'aperse, e apparve l'ufficiale col lume in mano. Carmela entrò, gli tolse di mano il lume, gli passò dinanzi e cominciò a salir le scale in fretta in fretta mormorando:—Vieni, vieni, poverino...—e poi, volgendosi per porgergli la mano:—Da' la mano alla tua piccina, mio bel giovanotto,—e lo trasse per mano fino in casa.
Quivi l'ufficiale se la fece sedere dinanzi e con una pazienza da santo incominciò a ripetere tutte le prove, tutti i tentativi de' giorni andati, e ne immaginò dei nuovi, e li esperimentò più e più volte, sempre con più attenta sollecitudine e con ardore più vivo, simulando amore, odio, ira, dolore, disperazione; ma sempre invano. Essa lo guardava e l'ascoltava attentamente e poi che aveva finito gli domandava ridendo forte:—Che hai?—oppure gli diceva:—Poveretto, mi fai pena!—E gli prendeva e gli baciava le mani coll'apparenza della più intensa pietà.
—Carmela!—esclamò finalmente l'ufficiale per tentare ancora una prova.