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E questi sono assai più di quanti credete. Come più di quanti credete sono coloro, a cui ho accennato da principio, i quali, pure non essendo socialisti, sono profondamente persuasi che l’organizzazione delle classi lavoratrici e la loro partecipazione al potere siano una condizione indispensabile del progresso civile. Di uno di questi, d’un valente economista, riferisco il ragionamento per quelli tra voi che possono dire: — Io non voto per operai perchè non sono socialista. — La nostra condanna — egli dice presso a poco — è che la classe borghese è tutta scettica e pessimista. — Ora il pessimismo, per lui, è un fenomeno di classe. E ne adduce giustamente per prova che al principio del secolo in Francia, tutta la borghesia liberale, che sentiva giunto il suo regno, non diede che scrittori ottimisti; la nota pessimista usciva dagli scrittori aristocratici, i quali sentivano che la loro classe moriva, o meglio era assorbita. Ora — soggiunge — noi non diamo che scrittori scettici e pessimisti nelle cui pagine non è un solo principio di riforma morale, non una parola che esprima fede nell’avvenire. Le classi lavoratrici, invece, sono ottimiste al presente quali non furono mai: la riforma economica, come la riforma morale, ci verranno dunque da coloro che sono in basso, da quella moltitudine oscura, in cui alita un sentimento umano, che manca in noi, uomini aridi e freddi. Quando essa s’unirà per muovere alla conquista del potere pubblico, e l’associazione l’avrà migliorata e la lotta resa più forte, essa produrrà un cambiamento anche nelle nostre idee morali. Fate che il potere politico non sia più un monopolio, ossia che non appartenga più a una classe sola che ha gli stessi istinti e gli stessi bisogni e vedrete che «la funzione di controllo lo moralizzerà». Quelle riforme che ora non si vogliono per cieco spirito di classe, si faranno allora per necessità, tutta la nostra vita sociale ne risentirà l’influenza e una ben altra concezione della vita finirà per prevalere. La feudalità è finita non per la rivoluzione, non perchè gli uomini fossero diventati migliori, ma perchè, aumentata la produzione, cresciuti gli scambi, rinsaldatesi le relazioni sociali, addensatasi la popolazione, di utile come era quando nacque, s’era fatta dannosa e insopportabile. E ciò che fu dell’aristocrazia sarà senza dubbio della classe che la vinse, che è la borghesia. Quando la tecnica industriale sarà progredita anche di più, quando la concorrenza sarà soppressa, o dalla vittoria duratura del più forte o dall’associazione, quando la produzione sarà diventata interamente meccanica, la borghesia sussisterà nuova perchè ha in sè delle qualità di iniziativa, di ordine e di economia, che mancheranno ancora per lungo tempo alle altre classi; ma la sua funzione s’indebolirà, e l’organo, indebolendosi la funzione, finirà anch’esso coll’indebolirsi. Questo grande movimento operaio è dunque logico, necessario, benefico. E notate che a chi esprime questo pensiero l’attuazione compiuta del socialismo non par altro che un sogno.
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Ma la sua previsione va molto vicino a quel sogno.
E ha proprio da essere un sogno quello di uno stato sociale fondato sull’accordo invece che sulla lotta per la vita; quello d’un organismo sociale, in cui la produzione e la ripartizione delle ricchezze si compiono come si compiono le funzioni d’assimilazione e di circolazione in ogni organismo vivente, quello d’una società non più divisa in un piccolo numero di vincitori, a cui sembrano riserbati tutti i beni della civiltà, tutti i godimenti che danno la bellezza, l’arte, la scienza, l’indipendenza, tutto ciò che fa amare la vita, e una immensa massa inorganica e oscura di vinti, senza sicurezza, senz’agi, senza cultura, quasi relegata fuori della luce e della speranza, come una razza inferiore?
Che abbia ad essere un sogno, una società in cui a ogni uomo sia assicurato il lavoro, a ogni lavoratore un’esistenza umana, a nessuno l’agiatezza oziosa, a tutti la coltura dello spirito, e in cui il lavoro sia onorato di fatto, non a false parole, e la giustizia sia una realtà, non una larva, e la libertà sia un bene di tutti, non un vantaggio d’alcuni, e l’uguaglianza — quanto lo consente la cecità della fortuna — sia una verità, e non una irrisione?
Che sia davvero un sogno una società nella quale, davanti a ogni moltitudine di persone d’ogni condizione si possa dire: — In questa folla non c’è uno che viva del frutto delle fatiche altrui, non c’è un ordine di cittadini che disprezzi l’altro o lo minacci o lo tema o ne viva separato come da un abisso; questa è un’accolta di persone tutte civili, strette da un patto comune, che ne fa una sola grande famiglia, non un branco di belve in veste d’uomini, che tirano a divorarsi fra loro; non un’accozzaglia di selvaggi inverniciati di civiltà, in cui infuriano tante cupidigie, tanti odî, tante invidie, tante scellerate passioni da disgradarne un inferno?
Che debba essere un sogno una società in cui ogni onesto lavoratore possa dire, guardandosi intorno: — Questi sono i miei alleati e i miei fratelli; io non tolgo nulla a nessuno, nessuno usurpa nulla a me, questa terra dove son nato è retaggio comune; tutta questa civiltà, tutta questa ricchezza non è privilegio d’alcuno, ma è nostra, appartiene a loro, a me, ai loro figli, ai miei figli, a quanti la crearono e la fecondarono col pensiero, con le braccia e col sangue? Che una cosa così semplice, così giusta, così bella, debba essere un sogno?
È un sogno punibile con la reclusione tra i dodici anni e i diciotto! E questo in un paese libero, dopo cinquant’anni di lotta contro la tirannìa! E mentre la più sfrenata manomissione del danaro pubblico, spremuto dalle vene e dalle ossa di chi lavora, o è colpita di pene irrisorie, o va impunita e trionfante! E quando pure fosse un sogno, meglio mille volte creder nel sogno dei generosi che rassegnarsi all’abbominevole realtà contro cui combattono e da cui sono soffocati.
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