Ed ora, c’è bisogno che io vi dimostri con altri argomenti ciò che mi proposi di dimostrarvi? Certamente, la conquista del potere politico deve star sopra a quella dei municipi: ve lo dice per bocca mia uno dei nostri più bravi pubblicisti, del quale vi ripeto le parole. Importa che vadano al Parlamento dei rappresentanti dei lavoratori, non foss’altro che per indicar la forza e la coesione del Partito, per esercitare un sindacato continuo, almeno d’efficacia astratta, per alzar la voce risoluta in favore di tutte le libertà a cui ha diritto, di cui ha bisogno l’Idea per espandersi. Ma fin che quei rappresentanti non saranno che un’esigua minoranza, ossia per molto tempo, pur troppo non c’è gran che da aspettare da loro; nemmeno che ottengano importanti modificazioni a quelle piccole riforme sociali che spuntano di tanto in tanto anche alla Camera nostra. Ora la lotta nei Comuni, oltre ad altri vantaggi immediati, presenta anche quelli di dare al Partito dei lavoratori movimento e vigore, di disciplinarlo, di addestrarlo a un’azione ordinata e proficua nelle elezioni politiche. In Francia, prima della rivoluzione, furono le assemblee provinciali, furono i Consigli di circondari e parrocchie quelli in cui la borghesia s’ordinò e preparò meglio all’azione che la condusse al trionfo. La stessa rivoluzione italiana che ci condusse all’unità, si è grandemente giovata, s’è innestata su di esse e di esse s’è alimentata. — Ed è evidente che dovrà seguire il medesimo per l’Idea che unisce ora i lavoratori. Già nei Comuni minori si riportarono segnalate vittorie, di cui non cito che l’ultima, quella di Gualtieri, conseguita dopo più d’un anno di commissario regio. Tocca ora alle città grandi di seguir l’esempio. Tocca a voi in ispecial modo, di far sì che Torino non abbia questa poco onorevole singolarità, di esser l’ultima delle grandi città italiane a mandar nel Consiglio comunale un operaio.
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Ma — mi sento opporre — quanto tempo si dovranno aspettare i vantaggi che ci son promessi, se questi non verranno prima che il nostro Partito sia maggioranza! Anche questo è un errore. Molti e grandi vantaggi precederanno di gran lunga la vittoria finale. Fate che i lavoratori dian prova di concordia, di unità d’intenti e di risoluzione, e che comincino a riportare delle vittorie elettorali notevoli, e vedrete quante cose cambieranno sull’atto. Dove sono divisi, ciascuno di essi non ha che l’importanza minima che può avere un operaio per sè stesso; ma dove formano un’associazione vasta ed unanime, che dia certezza di continuo e vigoroso incremento, la considerazione che ispira il complesso delle forze si riflette su ciascun di loro.
Prima assai di ottener dei vantaggi materiali s’accorgerebbe ciascun di voi, perfin nelle sue relazioni individuali con persone di altri ceti, di trovarsi in una condizione mutata; la coscienza stessa della forza collettiva della propria classe, darebbe a ognuno una dignità nuova e una sicurezza di sè, che non ha mai avuta.
Ma neanche i vantaggi materiali si farebbero attendere, poichè a chi mostra che avrà la forza di ottenere delle concessioni fra poco, molte di queste si anticipano, e per mostrar di farle di buon grado e per sfuggire al disdoro di vedersele strappare. Accade il medesimo che nelle battaglie, dove il solo avanzarsi d’una truppa ordinata e risoluta fa assai sovente indietreggiare il nemico, mentre lo stesso numero degli assalitori non fa che eccitarne il coraggio, se s’avanzano ondeggianti e scomposti. E come scemerebbe a un tratto questo sfacciato abuso delle persecuzioni e delle minaccie, che son tanto facili e hanno tanto effetto sugli individui isolati? Si sorride ora delle vostre bandiere, perchè? Perchè son mille. Provate a serrarvi tutti intorno a una sola, e si scopriranno al suo passaggio anche le fronti più superbe.
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È un altro errore — fortunatamente — quello in cui cadono molti di voi, misurando il tempo che impiegheranno le nuove idee a compiere il loro cammino vittorioso, da quello che impiegarono finora a percorrere il primo tratto di strada, e traendo da questo computo una ragione di sconforto. No, il computo è errato.
Tutte le idee sociali che hanno in sè una ragione potente di vita, vanno col moto accelerato dei gravi cadenti; stentano a prender forma, muovono i primi passi lentissimi, par che ogni tratto s’arrestino; poi prendono un regolare andamento, e dopo s’affrettano, e quindi corrono, e infine volano, calano con una rapidità che fa rabbrividire anche i più arditi.
Basta confrontare, per accertarsene, il cammino fatto dall’idea socialista; anche nel nostro paese, negli ultimi cinque anni, con quello che fece nei primi, appena vi sorse. I proseliti venivano allora a uno a uno, o a manipoli, e si potevano contare; per lunghi intervalli di tempo nessuno aveva indizio dell’esistenza della nuova setta: la stampa non ne parlava che di rado, e vagamente, come di cosa di un mondo lontano, e per la dottrina non c’era che derisione, disprezzo e stupore. Ora i nuovi credenti si affollano intorno a centinaia, ogni giorno che passa ne leva su un’ondata; non aprite più un giornale in cui non troviate scritto dieci volte, quasi per forza il loro barbaro nome di guerra; si posson combattere quelle idee tutti i giorni, ma non si può più tacerne per ventiquattr’ore; esse hanno un’eco continua nel Parlamento, nelle chiese e nelle scuole; nel Parlamento stesso, voci autorevoli e sdegnose d’altri partiti, alle quali è costretto a consentire perfino il ministro di quella che si chiama ancora Giustizia, si alzano con fiere parole contro i magistrati che giudicano i ribelli senza conoscenza di causa, ignari perfin degli elementi della loro dottrina; non c’è più autorità che non si trovi costretta a studiar la questione, per poter distinguere, disputare, governarsi; non si fa più pubblicazione che abbia la più lontana attinenza all’interesse pubblico, in cui quelle idee non siano discusse o accennate; non c’è più esposizione d’arte in cui esse non trovino la loro espressione; non c’è più frivola conversazione di spensierati in cui per un istante almeno, sia pure come un’ombra fuggevole, non passi quell’argomento malaugurato.
Si confondono ancora con quella, in buona e in mala fede, dottrine diverse ed opposte, si calunniano gli uomini che le professano, si tacciono o si sminuiscono le vittorie che essa riporta, e si preannunzia che essa morrà di tisi o di piombo; ma non se ne ride più, o se ne ride con quel riso che mostra i denti e corruga la pelle, ma non ha negli occhi l’ilarità che vien dal cuore. E questo gran mutamento, fra noi, è avvenuto in cinque anni, dal 1890, dopo il primo maggio. Argomentate quale sarà il moto fra gli altri cinque anni, quando la massa dei lavoratori avrà dato segno di concordia e di vita. Perchè siatene certi, una delle più forti ragioni per cui non si mette apertamente al servizio delle nuove idee tanta gente che v’è favorevole in cuore — benchè vi ripugnino i suoi interessi di classe — è lo spettacolo dell’apatia di quella classe medesima per la quale sarebbero disposti a combattere. A che pro — essi dicono — turbarsi la vita e affrettare il danno proprio per una moltitudine che non ha coscienza dei tempi nè fede in sè stessa, e che par rassegnata ai mali di cui si lagna, e determinata a nulla chiedere e a nulla fare, nemmeno coi mezzi che la legge pone in sua mano? Chiudiamoci in un tranquillo egoismo e vada il mondo per la sua china.