Certo — egli disse — l’opera è lunga, penosa, irta di difficoltà. Ma se noi non perveniamo a unirci in uno spirito di larga e forte solidarietà; se passiamo il tempo a lacerarci l’un l’altro, parodiando i borghesi nelle loro dispute vane; se ci divertiamo a giuocare alle chiesuole e alle consorterie; se non uccidiamo in noi stessi quel deplorevole senso di gelosia, per cui non possiamo sopportare tra le nostre file alcuna superiorità intellettuale; se non ci eleggiamo dei capi che per obbligarli ad obbedire alle nostre cangianti volontà, e non per seguire la loro direzione e ascoltare i loro consigli; se, in una parola, non riesciamo a governare noi stessi, a nulla mai potremo riuscire.
E, senza dubbio, è la virtù opposta a questo difetto quella che costituisce la principal forza di quel grande partito operaio di Germania, nel quale — come osservò uno scrittore che lo studiò addentro — l’osservanza verso i capi è più profonda che in ogni altro partito dell’impero, e va non di rado fino all’eccesso, fino a una cieca sottomissione. Ma è perchè là si comprende quello che da per tutto si dovrebbe comprendere: che se è possibile immaginare una società in cui tutte le disuguaglianze economiche e sociali siano soppresse anche in forma assoluta, non è possibile immaginarne una in cui siano anche soppresse le influenze della superiorità dell’intelletto e del carattere e si faccia una colpa dell’ambizione, presa nel suo senso migliore; perchè il voler togliere alle facoltà e alle opere eccezionali degli uomini oltre ad ogni eccezionale compenso economico, anche le soddisfazioni d’una ambizione legittima, è voler isterilire, paralizzare la natura umana. E se sapessero i gelosi che povera cosa sono le soddisfazioni dell’ambiente, con quante segrete mortificazioni di amor proprio si scontano, da quante amarezze sono turbate, specialmente in chi è spinto in su a combattere fra una classe che non è la sua, invece d’invidiare e di osteggiare i compagni che salgono, non darebbero, ne son certo, che incoraggiamenti e conforti di fratelli.
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Vediamo l’esempio che ci danno altri paesi, la Francia per la prima, dove si accusava il partito dei lavoratori di essere «una fungaia di gruppi dissidenti» incapace da dieci anni di muovere innanzi d’un passo. Prima delle ultime elezioni, non vi erano che due Comuni socialisti; mi spiace di non aver tempo d’accennarvi le molte riforme ardite e benefiche attuate da uno di essi, di cui fu costretto a encomiare la saggia amministrazione persino il prefetto della Senna. Ebbene, nelle elezioni del 1892, il partito operaio socialista, concorde nel programma del Congresso nazionale di Lione, pose le proprie candidature in più di 80 Comuni. Ottenne al primo scrutinio più di 100,000 suffragi, con circa 450 dei suoi candidati eletti nei Consigli. A Marsiglia, trionfarono tutti i candidati del partito con oltre 6000 voti di eccedenza sugli avversari. In altri 16 Comuni il partito occupò l’intero Consiglio o v’ebbe una maggioranza notevole. Al ballottaggio riescirono eletti altri 200 candidati operai, col concorso alle urne di 50.000 votanti in più della prima volta. Insomma, furano 26 i Comuni conquistati, e moltissimi quelli in cui il Partito operaio, pure lottando per la prima volta, ebbe tali minoranze da far ritenere sicura una prossima vittoria. Nè ciò avvenne nelle sole città industriali. Persin nel cuore della vecchia Bretagna, la regione più conservatrice della Francia, vi fu un comune che elesse con 700 voti di maggioranza una municipalità socialista. E s’intende che s’usarono contro il nuovo partito arti e minaccie d’ogni maniera, e che contro di esso, dove non riuscì a primo scrutinio, si collegarono, alle elezioni di ballottaggio, tutti gli altri partiti, anche i più ripugnanti fra loro, donde è lecito argomentare che le elezioni del 1896 daranno in mano del Partito operaio una gran parte delle amministrazioni comunali francesi. E già ne appariscono i sintomi anche nelle popolazioni delle campagne; gravi sintomi, di cui tutti gli accorti conservatori s’inquietano: gridando alla rivoluzione e al finimondo. E con finimondo, si capisce, voglion dire modestamente la fine del loro dominio.
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In Germania l’organizzazione generale del Partito è rafforzata, in un gran numero di circoscrizioni, dalle cosidette «Società Elettorali», che sono come i focolari del socialismo comunale, e che convocano a intervalli determinati delle assemblee popolari, sempre numerosissime, in cui tutte le questioni locali, legate agli interessi dei lavoratori, sono largamente discusse. Questi prendono parte attivissima alle elezioni del Consigli municipali. Se non ottennero grandi effetti sin ora, ne è cagione unica il suffragio troppo ristretto. Ma dove i socialisti entrarono nei Consigli, fu notevolissima l’azione loro. Non c’è Comune importante in cui, l’inverno scorso, essi non abbian fatte proposte per provvedere con sussidi dei Comuni e dello Stato alle più stringenti miserie e propugnato validamente un programma pratico di riforme che va dai provvedimenti per la disoccupazione al riordinamento delle scuole, dalla soppressione delle imposte indirette in forma di dazi all’avocazione ai Comuni di tutti i servizi pubblici esercitati da privati. Fate che ottengano l’allargamento del suffragio e le loro vittorie non si conteranno.
E non può parer troppo ardito presagio a chi conosca con che ardore prendan parte alle elezioni, in quel paese, non i lavoratori soltanto, ma le loro intere famiglie; con che infaticabile attività le donne medesime, anzi quasi esclusivamente le donne, compiano il lavoro di distribuzione delle schede e dei manifesti, e si costituiscano in Comitati elettorali per eccitar le compagne a concorrere all’opera loro, e girino pei sobborghi i giorni di elezione, a scuoter gli inerti, e spingano persino alle urne gli elettori recalcitranti. Perchè esse comprendono non meno degli uomini che cosa significhi e che cosa valga la loro scheda: un povero pezzo di carta, ma che turba il sonno ai dominatori come recasse la loro sentenza; e non si può sopprimere, perchè sarebbe troppo rischioso, e non è incriminabile, perchè non c’è scritto che dei nomi, e non si può comprare, perchè chi lo porta venderà la camicia, ma non la fede.
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Lasciate ancora ch’io ricordi, a incoraggiamento di tutte quelle ammirabili «Unioni dei mestieri» d’Inghilterra, forti di milioni di lavoratori, passate per tante lotte e tante avversità che le fecero potenti, precedute dall’avanguardia socialista delle «nuove unioni», socialiste oramai — in sostanza — esse medesime, come si chiamarono nell’ultimo Congresso di Belfast e nelle recenti elezioni municipali, e continuamente rinvigorite e, spinte innanzi dalle generazioni nuove, fresche di forze e, di speranze. — Trent’anni fa — come disse pochi dì sono un deputato autorevole alla Camera dei Comuni — il loro nome suonava biasimo e quasi ingiuria; sorgeva di rado in Parlamento un uomo che avesse il coraggio di assumerne le difese; erano assalite con violenza dalla tribuna, dal pulpito, dalla stampa; nel 1867 se n’era decretata la soppressione. Ora, non solo esse hanno riportate meravigliose vittorie nella legislazione del lavoro, non solo si sono liberate a poco a poco di quasi tutte le vecchie leggi che le inceppavano; ma esercitano un’influenza grande nei Consigli edilizi e d’istruzione, e in tutte le Corporazioni locali. Ora sono lodate dagli uomini di Stato e dalla stampa d’ogni colore, i governi cedono alle loro domande e seguono i loro consigli, le Corporazioni d’ogni specie accettano le loro deliberazioni intorno ai contratti di lavoro o ai salari, i loro principii s’insinuano in ogni classe sociale, la loro azione conquista il mondo industriale e si dilata nel Parlamento. — E han serbato inalterato, notatelo, il loro carattere operaio, son costituite da operai, fatte per loro, da loro dirette. Nè le gelosie e le discordie individuali, che son là come altrove, nè i tribuni che mirano a soppiantarsi a vicenda, nè gli ambiziosi che tendono a formarsi un partito, sfibrano menomamente l’enorme forza delle loro file serrate e concordi; quell’enorme forza di organizzazione e di fede, che fece dire a Luigi Kossuth negli ultimi giorni della sua vita, a un pubblicista qui presente: — Il socialismo, credete a me, rovescierà tutto.
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