Quegli rimase un po’ incerto; poi rispose: — Per farsi elegger deputato!
Alberto diede in una risata. — Ma caro signore, trovi un modo più sensato di darmi dell’asino. Sarebbe come andarmi a imbarcare a Genova per arrivare più presto a Venezia.
Lo sconosciuto volle rispondere; ma il vecchio impiegato gli coprì la voce, dicendo aspramente: — Non credo che si possano professare sul serio quelle idee. Un borghese socialista non è che un negro incipriato!
— Questa immagine non è sua! — esclamò Alberto.
— Oh! Signor cavaliere, — rincalzò la Luzzi — lei, dunque, riconosce d’appartenere a una razza inferiore!
Il motto fece ridere. Alberto si voltò a guardarla, e disse: — Ah! Ecco la mia alleata!
Ma varie voci lo assalirono tutte insieme, domandandogli perchè, se era un socialista, non cominciasse a spartire l’aver suo fra chi non n’aveva.
— Oh bella, — rispose Alberto, — per due ragioni semplicissime: prima, perchè se mi conducessi povero, perderei la mia indipendenza, e dovendo chieder lavoro e danaro alla borghesia, non sarei più libero di manifestare le mie idee; e poi, perchè, com’è costituita la società, non potendo mio figlio guadagnarsi da vivere prima dei trent’anni, o morirebbe di fame, o dovrebbe lasciar gli studi e mettersi a fare un mestiere.
— Benone! — uscì a dire l’impresario, con un’aria trionfale, — ma se è socialista, perchè non mettere suo figlio a fare un mestiere?
— Perchè non ho diritto di forzare la sua volontà, di toglierlo violentemente dalla classe in cui l’ho posto; perchè se anche lo facessi col suo consenso, egli per l’effetto delle idee che oggi regnano, sarebbe disprezzato e creduto un pazzo tonto dalla classe da cui uscirebbe, quanto da quella in cui vorrebbe entrare.