— È un assurdo — disse dolcemente uno dei signori che non aveva parlato — anche per rispetto alla religione. Il lavoro è un gastigo che Dio ha inflitto agli uomini. Non sarebbe più un gastigo se fosse ridotto a tre ore.

— Allora, — gli rispose Alberto, — lei che vive di rendita non discende da Adamo, perchè Dio non l’ha condannato al lavoro?

— Ma per me ha lavorato mio padre.

— E perchè, — domandò la signora Luzzi — Dio ha condannato suo padre e non lei?

Il signore rimase così impacciato che per salvarlo, l’ingegnere suo vicino apostrofò improvvisamente la padrona di casa:

— Ci dice lei il suo parere, signora Cambiari?

La signora voltò verso l’interrogante il suo viso ingenuo di bella paciona e rispose con amabile semplicità: — Il mio parere è quello di tutti, mi pare. Perchè si lavora? Per vivere. Dunque, quando si ha da vivere, perchè si dovrebbe lavorare?

Applaudirono tutti, ridendo, eccettuato Alberto, che cercava con gli occhi quelli della signora Luzzi, i quali sfuggivano.

Ma la discussione si ravvivò intorno al solito argomento, se gli operai avessero ragione o torto a lagnarsi, e tutti diedero addosso al Bianchini. Il maggiore disse che era il benessere che li guastava. Il signore grasso, che teneva ancora le mani sul ventre, approvò, soggiungendo che appunto per quella ragione non era neppure da desiderarsi un miglioramento notevole del loro stato. — È provato.... — disse. — È provato — ripetè, alzando la voce per coprir quella dei ragazzi che facevano passeraio in un angolo — che col diminuire del prezzo dei generi alimentari, e specialmente della carne, aumenta il numero dei delitti contro la proprietà e.... — soggiunse più basso — contro il pudore.

— Ah, se fosse vero, — rincalzò la signora Luzzi — lei che è un così fino gastronomico, sarebbe già stato arrestato.