Ma il Bianchini sperava ancora di scongiurare la battaglia a forza di diplomazia. E si mise subito all’opera. Tirato da una parte il Moretti, gli raccomandò, con viso grave, che non facesse, nella serata, cadere il discorso sul primo maggio e sulla questione sociale, perchè, su quell’argomento, sarebbe potuto seguire un urto tra il suocero e il suo figliuolo, che la pensavano diversamente.
— E perchè mai? — domandò il Moretti con meraviglia. — La discussione fa la luce: finirebbero con intendersi.
— Ah! è impossibile! — rispose il Bianchini, e insistè, fin che quegli promise.
Entrarono quasi ad un tempo Alberto e sua moglie, col piccolo Giulio, e il vecchio dottor Geri — padron di casa — insieme col figliuolo e col nipote: un ragazzo di sedici anni, che era scolaro d’Alberto. Questi formavano una triade curiosa: somigliantissimi l’uno all’altro nonostante le grandi differenze d’età: si vedeva che il ragazzo sarebbe stato fra vent’anni il ritratto miniato del padre, e dopo altri venti quello del nonno: erano una dinastia secca e fegatosa; tutti e tre lunghi e un po’ curvi, tutti e tre sorridenti ad un modo, con la contrazione facciale di chi si spazzola i denti. Il vecchio aveva un viso scialbo e sbarbato, che pareva livido per effetto della parrucca nera e degli occhiali affumicati; di sotto ai quali sporgeva un gran naso, incurvato a becco sopra una bocca torta e inquieta, che rivelava i sentimenti non manifestati dagli occhi sempre bassi e vaganti, come se cercassero qualche cosa per terra. Tutti e tre risposero con lo stesso sorriso acre alla cortesia festosa con cui furono accolti; cortesia che il vecchio Geri, come padron di casa, scroccava, essendo tirato a tal segno, che da anni il cavaliere Bianchini ordinava e pagava di proprio ogni minima riparazione, per non spender con lui parole inutili. La sua avarizia era proverbiale anche fuori di casa sua. Non affrancava mai una lettera, non dava mai una mancia, e d’estate, per le strade di Torino, quando arrabbiava dalla sete, prendeva una limonata da mezzo soldo dagli acquaiuoli delle cantonate. E non solo non faceva mai una elemosina, ma la vista d’un mendicante lo esasperava al punto che, se avesse osato, l’avrebbe battuto. Aveva esercitato in altri tempi la medicina, e poi smesso, perchè gli era sfuggita tutta la clientela, a causa della sua indiscrezione. Da anni tutte le gioie della sua vita si riducevano a quella di esser padrone di casa. Per lui un padrone di casa era un cittadino insigne e benemerito, una colonna dello Stato, che aveva diritto al più ossequioso rispetto delle autorità e ai più delicati riguardi della cittadinanza. Scriveva ogni settimana una letterina a qualche gazzetta, firmata con le iniziali, per lagnarsi dei canti notturni, dello strepito dei carri, delle trombe dei soldati, dello schiamazzo degli scolari, di ogni cosa che potesse turbare la quiete del suo «stabile». E ripeteva come un intercalare, interpretandola a modo suo, la sentenza del Goethe, che non è un uomo degno davvero di questo nome chi non ha fatto un figliuolo o piantato un albero o fabbricato una casa. L’umanità, per lui, si divideva in padroni di casa e pigionali, e questi erano d’una razza inferiore.
Appena i tre Geri furono seduti, il cavalier Bianchini fece loro a bassa voce la stessa raccomandazione che al Moretti.
— Capiranno.... c’è dissenso di idee.... se si potesse evitare....
Il vecchio fece le meraviglie, il figliuolo sorrise, cercando con gli occhi la signora Giulia, soddisfatto di scoprire un lato odioso e ridicolo nel giovine professore che, per opposizione di natura, gli era sempre stato antipatico. E stava per fare una domanda, quando entrarono il Cambiari e sua moglie.
Entrò con loro come un soffio di salute e di buonumore. Quella bella bruna rotonda, semplice e allegra, e quel pezzo d’uomo dal viso aperto, sul quale s’univan la bontà, l’intelligenza e l’astuzia, tutti e due pieni di vita e di parlantina, erano l’immagine della loro casa: una casa di onesti chiassoni, affollata di figliuoli e figliuole d’ogni statura, dove si recitava, si ballava, si correva in bicicletta per le camere, si andava a letto al tocco di notte e si mangiava a tutte le ore, senza che alcuna contrarietà o piccola disgrazia scolastica o domestica interrompesse mai il corso delle visite, dei pranzi, delle scampagnate, in cui si profondeva ogni anno quanto c’entrava. E in mezzo a quella babilonia il Cambiari lavorava di forza e con fortuna, smarrendo e ritrovando conti e disegni fra i balocchi e i giornali di mode, sonando il piano nei ritagli di tempo, schiassando con la prole, leggendo un po’ di tutto da letto e corteggiando per spasso le amiche di sua moglie, la cui ridente spensieratezza e ingenua ignoranza di bella e buona baliona gli rallegravano la vita.
Scambiati i saluti, il cavalier Bianchini condusse in un canto il Cambiari e gli fece la raccomandazione. Quegli sorrise da prima: poi si mise sul serio, per cortesia. Certo, il genero e il suocero erano due teste da non dover lasciar che cozzassero in una quistione di quella natura. Egli domandò se Alberto fosse sempre fermo nelle sue idee. Il Bianchini gli rispose di sì, risolutamente, e soggiunse piano:
— E ha ragione! Io son con lui! Sono anch’io per la verità e per la giustizia!