Il Cambiari lo fissò, sospettando che fosse brillo. Ma il Bianchini gli voltò le spalle per andare incontro al signor Luzzi e alla sua signora, che entrò con uno slancio di ballerina.
Il Luzzi e sua moglie erano la coppia più bizzarra della compagnia. Lui era vicedirettore d’una Società d’assicurazioni, una figura mingherlina di scolaretto infrollito, mezzo calvo, con due occhietti di topo, e due minuscoli baffetti neri, che parevan segnati sulla pelle con sughero bruciato; un viso su cui mostrava un’astuzia che non aveva, dandosi l’aria di pensare, di sapere, di capire molto di più che in realtà non facesse. Non si poteva indovinare quanti anni avesse di là dai quaranta. Passava per un’autorità nella sua professione, perchè dedicava tutto il suo tempo a escogitare progetti di riforme amministrative della Società, studiando gli ordinamenti di tutte le società assicuratrici dell’universo; progetti che eran presi sempre in grande considerazione, e non attuati mai. Si diceva che avesse una fortuna; ma egli lo negava risolutamente, con un sorriso sfuggevole. E parlava pochissimo; ma, fingendosi raccolto nei suoi pensieri, non perdeva una parola di nessuno.
Nessuno capiva come si fossero appaiati lui e sua moglie, che era una brunetta ardita di trent’anni, con due occhi che bruciavano, con un neo graziosissimo sulla guancia sinistra, con un corpicino di ragazzetta precoce, somigliante a quelle elastiche donnine giapponesi, che s’appallottolano e s’acchiocciolano così bene sulle stuoie delle sale e sulle ginocchia del marito, e vestita sempre con un’eleganza e un gusto perfettamente conformi alla sua bellezza minuta e irrequieta, tutta guizzi e scatti e capricci che mettevan voglia d’afferrarla. E con questo mostrava una serietà così intelligente, quando voleva, che un uomo di Stato le avrebbe parlato di politica come a un provetto giornalista. Da due soli mesi suo marito era stato trasferito da Venezia a Torino, dove la signora Giulia aveva riconosciuta in lei un’antica compagna di collegio, perduta di vista da più di vent’anni; ma ricordata sempre fra altre cento come lo spirito più turbolento e più ribelle della scolaresca.
Colto un momento opportuno, il cavaliere Bianchini fece la raccomandazione al signor Luzzi, nell’orecchio. Costui, senza guardarlo, strizzò un occhio. Poi gli domandò in tono di compatimento:
— E anche lei, cavaliere, è uno di quelli che credono che esista una questione sociale?
Il Bianchini rispose gravemente:
— Esiste.
E l’altro:
— È un’allucinazione della borghesia. — Nondimeno promise di tacere.
Dopo questo, andato a raccomandar un’ultima volta la prudenza al suo Alberto che lo rassicurò, il cavalier Bianchini si soffermò in mezzo al salotto e girò uno sguardo soddisfatto sulla bella compagnia; fra la quale durava ancora il baratto dei saluti e dei complimenti con quella strascicata e verbosa cortesia borghese, che è la contraffazione della gentilezza aristocratica. Si vedeva però, e si sentiva che mancava qualcuno, l’invitato più cospicuo, un personaggio tenuto da tutti, in coscienza o per compiacenza, in gran conto, e da tutti designato con lo stesso titolo: il Commendatore.