— Verrà il commendatore?
— Non c’è ancora il commendatore?
— Quando avremo il commendatore?
La cameriera annunziò ad alta voce:
— Il signor commendatore!
Entrò prima la signora Paola, una nanetta vestita di scuro, con la sua aria timida e dolce di buona divota, e la sua inseparabile croce d’oro appesa al collo, e poi la faccia larga del commendatore, coi baffi alla Bismarck e i capelli grigi ravviati ad arco sulle tempie: un gran vecchio solido e pulito, che poteva riuscir simpatico a chi non notasse l’espressione di durezza che aveva sulla bocca un po’ ricascante dai lati, e una luce indefinibile che gli brillava a fior d’occhi, non derivata di dentro, simile al riflesso delle palle di vetro. Si vedeva che era venuto di mala voglia, per puro dovere di parente.
Alberto, che non lo vedeva da più giorni, andò tra i primi a porgergli la mano, che egli strinse col suo fare solito, come un direttore generale a un giovine impiegato. Quando tutti l’ebbero riverito, rimase in un canto coi due Geri, gli altri sedettero un po’ da tutte le parti, e incominciò un vivo cicalìo, il solito scambio di domande che non chieggon risposta, di risposte non udito da chi le ha chieste, di racconti incominciati e non finiti, attraversati e rotti da altri discorsi smozzati, da risatine di signore, da esclamazioni di finto stupore e di finto piacere, da quel palleggio di riempitivi, di ripetizioni, di tritumi di frasi e di pensieri, che si fa in tutte le riunioni, prima che siano avviate le conversazioni particolari. E questo cicalìo continuò fin che i padroni di casa invitarono gli ospiti a passare nella sala da pranzo, dove ogni anno, quella sera, era preparata loro un’improvvisata che s’aspettavano. Era, sotto una illuminazione da altar maggiore, una mostra appetitosa, in cui fra i mazzi di fiori e le torricelle di confetti s’alzavan le punte variopinte dei gelati, i colli scintillanti delle bottiglie, le piramidi odorose dei mandarini, sparso ogni cosa con arte su varie tavole, in mezzo a uno sfoggio di maioliche, d’argenteria e di cristalli, che, al primo entrar nella sala, faceva passare un lampo d’alterezza negli occhi ai due coniugi, concordi in quell’unico sentimento.
Qui la società, si divise in gruppi, secondo le affinità elettive: sul sofà più grande, addossato a una parete, le signore giovani e la ragazza; sur un sofà d’angolo, la padrona di casa e la signora Paola, col Moretti, fido cavaliere delle vecchie signore; dalla parte opposta il commendatore coi suoi due Geri; gli altri uomini, ritti accanto alla gran tavola del mezzo; i due ragazzi sul terrazzino. Era una bella serata; dagli alberi della piazza veniva una buona fragranza di fogliame fresco, e le facciate delle case attorno, imbiancate dalla luce elettrica, facevano alle finestre aperte un lontano sfondo teatrale, che accresceva la gaiezza della sala.
I vassoi erano già a mezzo sparecchiati e le conversazioni parziali già avviate da un pezzo, e nessun discorso s’era inteso che accennasse a quello pericoloso: il cavaliere Bianchini si cominciava a rassicurare. E ne aveva una viva soddisfazione d’amor proprio, perchè, infine, era lui, lui Antonio Bianchini, che con la sua saggia politica, con la eloquenza delle sue raccomandazioni, gravi di profondi significati, aveva ottenuto il grande scopo. Gli restava un vago timore: che il commendatore assalisse, anche non provocato; ma dal viso non gli pareva, e udendo che ragionava della gran quistione della fognatura di Torino, che era una delle sue intestature, scacciò anche quel timore, e se n’andò, tutto sereno, a dir barzellette alla signora Cambiari.
Alberto, dal canto suo, risoluto di mantenere la promessa fatta alla moglie, di non attaccare il lucignolo il primo, non era neanche scontento d’essere lasciato in pace. E discorrendo d’affari di scuola, in mezzo alla sala, col Cambiari e col Luzzi, osservava tratto tratto la moglie di questo, che gli destava ancora la curiosità d’una persona nuova, non avendo, nei due mesi da che la conosceva, scambiato con lei che qualche parola.