Ma, a un certo punto, continuando il suo discorso, egli colse a volo una frase del suocero che discorreva coi Geri:
— Chiunque fa sperare un miglioramento alle classi povere per altra via che quella della moralità e dell’educazione, le inganna.
Alberto s’interruppe, e disse piano al Cambiari e al Luzzi:
— È il solito giro vizioso. L’educazione non è possibile senza un certo grado di prosperità materiale, perchè non c’è moralità che resista alla prova prolungata del bisogno. È come voler curare un malato con una medicina che non può inghiottire.
— Certo — disse il vecchio Geri, rispondendo al commendatore — la moralità è nel lavoro.
Alberto scrollò una spalla e mormorò:
— Nel lavoro umano, non nel lavoro che abbrutisce.
Il suocero rispose al Geri:
— È provato, d’altra parte, che c’è dieci volte più poveri per vizio o per indolenza che per sfortuna. Le statistiche son là. E quel tanto di povertà che deriva dalla sfortuna non è in potere degli uomini di toglierlo appunto perchè non è causato da loro. È una verità antica come il mondo.
— E così il problema è risolto — disse Alberto un po’ più forte.