A quelle parole, il cavalier Bianchini s’avvicinò, col viso del contadino che vede una minaccia di gragnuola all’orizzonte.

Il commendatore, che aveva sentito, si rivolse direttamente al giovane, e gli disse con accento autorevole:

— Non è risolto perchè non è risolvibile, caro il mio professore. Nessuna riforma potrà mai fare che la maggioranza degli uomini non sia condannata a un lavoro duro e poco pagato. La povertà del maggior numero è un male costituzionale, cronico, della società; è l’effetto d’una legge sociale a cui è assurdo di ribellarsi.

A quelle parole, dette con la sicurezza di non aver ribattuta, tutti tacquero, fiutando una battaglia.

— Non è effetto d’una legge — rispose Alberto; — ma di leggi.

— E sia pure, di leggi! Ma di leggi naturali del mondo economico, altrettanto fisse e immutabili quanto quelle del mondo fisico.

— Fisse? — domandò Alberto, correggendo con l’accento rispettoso l’irriverenza della forma interrogativa — immutabili?... Perchè? Senza dubbio, sono fondate su fatti; ma questi fatti sono forse necessità da potersene dedurre dei principii assoluti? I fatti mutano: possono dunque mutar le leggi che vi si fondano.

Il commendatore sorrise.

— Sogni! — disse poi. — Non muta, non muterà mai il fatto principale, che la vita dell’uomo è una guerra permanente contro tutto e contro tutti, che la fortuna è dei vincitori, e che tutti non possono vincere. La sola cosa a farsi è di mantener libera, com’è ora, la concorrenza, che è l’anima d’ogni progresso. Non negherai questo, voglio sperare.

— Mi scusi — rispose Alberto — lo nego.