Il commendatore dilatò gli occhi.
— Non c’è libertà di concorrenza — proseguì il giovane — dove le forze sociali non sono a disposizione che d’un piccolo numero; e non ci può essere fin che non siano parificate fra tutti i membri della società le condizioni iniziali della lotta.
— Le fa forse pari la natura?
— No; ma non si tratta di sopprimere gli effetti delle disuguaglianze che fa la natura, si tratta di sopprimere le disuguaglianze esistenti fin dalla nascita fra quegli uomini che la natura ha fatto eguali.
— Queste son legate a quelle, e se anche si potessero sopprimere, rinascerebbero necessariamente.
— No, quando non fosse possibile altra proprietà che quella che è frutto del lavoro personale.
— Alla buon’ora! — esclamò il suocero, con una risata, alzandosi da sedere. — La soppressione dell’eredità! A questo sei già arrivato! Accetta le mie sincere congratulazioni.
Prima che il figliuolo avesse tempo di rispondere, il cavalier Bianchini si mise in mezzo, e con un sorriso che tradiva l’affanno, palpando il petto ad Alberto e rivolgendosi al commendatore:
— Nessuna discussione — disse — nessuna discussione. I giorni di festa non si discute. Questa sera comando io. Se sento ancora una parola, spengo i lumi e sciolgo l’assemblea.
I disputanti si chetarono, voltandosi ciascuno a dire le proprie ragioni al suo crocchio, mentre ripigliava il cicaleccio generale. Ma tutti e due avevano il viso mutato, e sorridevano con uno sforzo, un po’ ansanti. Si capiva che, tra poco, avrebbero incrociato i ferri da capo.