— Queste sono ragioni di sentimento — ribattè il dottore. — Il fatto innegabile è che per far aumentare i salari dei lavoratori non c’è che diminuire l’offerta delle braccia. Questa è matematica. Che altro mezzo propone lei?
Il commendatore lo toccò col gomito, e gli disse con ironia:
— Ma non l’ha già detto, che il mezzo è l’abolizione della proprietà?
Alberto si voltò, punto sul vivo, e rispose:
— Loro dicono abolizione della proprietà come direbbero abolizione della luce, o qualche altra cosa soprannaturale e impossibile. Ma questa divina proprietà non è esistita sempre nè da per tutto. Come la società l’ha istituita, la può togliere, o piuttosto, trasformare; chè infatti non si tratta di altro. La forma della proprietà non è forse in stato di variazione continua? Tutte le forme di essa, che ora ci paiono più strane, esistettero, e ne esistono ancora degli esempi. La proprietà ha seguito le trasformazioni della produzione. Ora la produzione è diventata collettiva e la proprietà dei mezzi di produzione è rimasta individuale. Di qui tutti i mali e tutti i disordini. E questi non cesseranno che quando cesserà l’antagonismo che li produce.
— Parole sonore e vuote come i tamburi, — replicò il suocero. — E tu credi che nello stato attuale della civiltà sia possibile lo svolgimento della personalità umana, l’ordine della società e il buon assetto della famiglia, senza la proprietà?
— È indispensabile la proprietà a questo fine, secondo lei?
— E chi può dubitarne?
— E allora, come non trova giusto che i sette decimi della popolazione, che lavorano e non hanno proprietà nessuna, ne vogliano la loro parte? Ciò che è im-pos-si-bi-le a ottenere senza far la proprietà collettiva?
Il suocero fece un atto di commiserazione, alzando gli occhi alla vôlta: