— La proprietà collettiva! Dei del cielo! C’è ancora qualcuno che ne parla sul serio? Io credevo il collettivismo sotterrato e decomposto da un pezzo!

Alberto fece per rispondere; ma il Geri figlio, col suo sorriso sprezzante, prendendo la parola la prima volta, lo prevenne con l’argomento solito:

— Un momento.... Tolta la proprietà individuale, che è quanto dire la speranza di arricchire, mi dica lei: dove sarà lo stimolo al lavoro?

— Scusi, — rispose Alberto, con freddezza — la grandissima maggioranza dei lavoratori d’adesso è la speranza d’arricchire che li stimola al lavoro? E i centomila impiegati, che mandano avanti tutte le amministrazioni piccole e grandi, lavorano per arricchirsi?

Il Geri scrollò il capo.

— Ma al lavoro libero, a quello dei più intelligenti della nostra classe, che lavorano il doppio del dovere d’ogni onest’uomo, e unicamente per far fortuna, che stimolo rimarrebbe?

— Ma se hanno coscienza di fare un lavoro utile alla società.... No, questo è un tasto che non suona. Le dirò invece: Crede lei che l’eccesso d’attività che quelli spiegano ora per far fortuna vada tutto a vantaggio della società? Non conta per nulla tutte le birbonate che per far fortuna si commettono? e il danno che si fa agli altri? e la vita arrabbiata che si conduce? e la corruzione che si semina?

Il Geri scambiò uno sguardo e un sorriso col commendatore; ma prima che rispondesse entrò di mezzo il Moretti, dicendo:

— Un’obiezione capitale, caro amico, capitale. Lasciamo da parte il lavoro meccanico. Io domando che stimolo avrebbe il più difficile, il più prezioso, il più benefico dei lavori, quello degli inventori!

— Ma signor Moretti! — esclamò la signora Luzzi dal suo sofà. — Non si dice anche adesso che tutti gli inventori muoiono all’ospedale?