Molti risero. Alberto guardò con curiosità la signora; poi disse:

— A lei, signor Moretti, risponda. — Ma mentre questi cercava la risposta, il commendatore, irritato che al giovane rimanesse anche solo un’apparenza di vittoria, gli andò a piantar davanti la sua mole maestosa, con l’aria di volerla far finita, e fra l’attenzione di tutti, che aspettavano il colpo di grazia, gli domandò:

— Dunque tu sei per lo Stato collettivista?

— Sì — rispose Alberto.

— Sei per lo Stato che sopprime l’industria e il commercio privato, che resta solo e unico proprietario di tutto ciò che regola i prodotti, che tiene in bilancia tutti gl’interessi, che governa la vita e il progresso d’un popolo come il cammino d’una mandra di pecore? Dimmi questo soltanto. Dimmi se hai mai pensato, almeno per un quarto d’ora, all’assurdità di questo Stato prepotente e strapotente, che avrebbe bisogno, per funzionare, d’un sistema burocratico appetto al quale il nostro è un congegno da bambini, e che riprodurrebbe centuplicati tutti i difetti e gli errori di lentezza, di imprevidenza, di confusione, di spreco che già si rimproverano allo Stato attuale? Dimmi se hai pensato a questo, perchè io sappia se debbo continuare o no a ragionare.

Dando uno sguardo intorno prima di rispondere, Alberto vide sua moglie col capo basso, come già vergognata della cattiva figura che egli stava per fare: n’ebbe dispiacere e ne prese animo.

— Stia tranquillo — rispose — potrà continuare a ragionare. Lo Stato che lei ha definito non è quello del socialismo. Loro giudicano questo da quello, come se l’uno non fosse che l’altro ingrossato, e qui è l’errore. Lasciamo pur stare che neanche ora lo Stato fa tutto male, come non fa tutto bene l’iniziativa privata; che se non fa sempre bene, non è almeno interessato a far male, come i privati son troppo spesso, e che se bene non può fare in molte cose è perchè, fuor della classe privilegiata di cui è in mano e che lo sfrutta, non trova, per questa ragione appunto, che diffidenza e ribellione. Lasciamo anche stare che, con tutta la vostra tenerezza per la libera concorrenza, voi invocate l’intervento dello Stato per sopprimerla ogni volta che avete un interesse di classe da salvare, e che è assurdo il parlare di libera concorrenza quando ogni industria non si sviluppa che accentrandosi, ossia creando un monopolio. Ma è una fiaba che il socialismo voglia uno Stato onnipotente, un autoritarismo senza limiti. Il socialismo vuole uno Stato che serva la nazione, non che governi nel senso d’ora, che sia subordinato alla società, non che la domini. E non ha da essere un organismo prefisso e immobile, ma una forza d’organizzazione che si perfezionerà semplificandosi, ripartendo la propria azione in organi secondari, in corpi di governi locali, in un gran numero di meccanismi inferiori, i quali si formeranno per necessità, a poco a poco, sotto l’impulso del nuovo principio a cui sarà informata tutta la vita sociale.

— «Fata viam invenient» — disse il Cambiari.

Il commendatore voltò verso l’ingegnere il sorriso compassionevole che aveva preparato per il genero, e gli disse:

— Signor Cambiari, avrebbe anche lei perduto il bene dell’intelletto?