Alberto non rispose. Aveva ancora un peso sul cuore, un bisogno prepotente di lotta e di sfogo, stimolato anche dallo stato d’eccitazione in cui si trovava tutta la compagnia. Uno dei più eccitati era il Moretti, che incantucciava ora l’uno ora l’altro, per esporgli i suoi progetti, coi quali risolveva la gran quistione. Sgusciatogli di mano il cavalier Bianchini, che aveva altro pel capo, egli afferrò il signor Luzzi, per comunicargli una sua nuova idea, che era di fondere insieme tutte le società cooperative di consumo, per formarne una sola immensa, che abbracciasse tutti i generi, e in cui entrassero a poco a poco tutti i cittadini dello Stato.
— Stia bene a sentire. La cifra degli affari di questa società sarebbe uguale alla cifra totale della consumazione d’Italia, e pari a un dipresso a quella della produzione. Ebbene, quando questa gigantesca cooperativa sarà in grado di comperare tutta la somma della produzione annuale della nazione, è evidente che sarà assolutamente padrona, non solo del commercio (si sottintende), ma di tutte le industrie produttive; e allora le potrà comprare, e le comprerà. Ed ecco sciolta pacificamente la gran quistione che affanna il mondo! Che cosa ne dice?
Ma il Luzzi, che non credeva alla gran quistione, sogghignò, come se non prendesse sul serio nè il progetto di lui, nè tutte le altre chiacchiere che sentiva da un’ora.
Allora il Moretti, con l’immaginazione sempre più accesa, agguantò il Cambiari, e mise fuori un’altra pensata. — Chi sa, la quistione sociale avrebbe avuto forse una soluzione affatto diversa da quella che il socialismo proponeva; una soluzione fatta balenare dall’ultimo congresso dei naturalisti a Berlino, nel quale s’era espresso il concetto che, per mezzo dell’elettricità, fosse possibile trasformare la materia prima in alimento. Non aveva detto il chimico Meyer che si potrebbero convertire in cibo le fibre legnose, e un altro, che si sarebbe fatto una specie di pane con la pietra?
— Ma certo! — rispose il Cambiari. — E sarebbe una cuccagna, per noi, che abbiamo gli Appennini e le Alpi. — Ma lasciò ad un tratto il Moretti, udendo Geri il giovane e Alberto, che discutevano acremente in mezzo alle signore.
— E crede lei — domandava il Geri — che una massa d’operai ignoranti potrebbe da sè sola mandare avanti le industrie?
— E chi le dice che le manderebbero avanti gli operai ignoranti? — ribattè Alberto. — E adesso, sono forse i capitalisti, in generale, gli azionisti, i padroni, insomma, che mandano avanti le industrie più grandi? Non sono dei salariati come gli operai, dal primo ingegnere all’ultimo computista? Che cosa sarebbe mutato, mi dica, con la soppressione del capitalista, rimanendo nella società il capitale! E crede che tutta l’intelligenza e la scienza che ora fanno andare il mondo non accetterebbero, per necessità, la nuova condizione di cose, continuando a fare la parte loro?
— No, mai! — rispose il Geri. — Piuttosto che annientarsi, si farebbero annientare. Non si piegherebbero al vostro dispotismo.
La signora Luzzi lo rimbeccò.
— No, signor Geri — disse. — Gl’intelligenti, i dotti si convertirebbero a mille per volta, come s’è sempre visto. E tutti proverebbero con dei documenti d’essere stati socialisti fin dall’infanzia.