Seguì una breve tregua agitata, mentre la cameriera riportava attorno i vassoi, e il cavalier Bianchini notò con vivo rammarico che il Geri, il commendatore ed Alberto, nell’atto di recare il bicchiere alla bocca, avevan le mani tremanti: pessimo segno.
Intanto tutte le signore, meno la moglie dell’ingegnere, eran passate nel salotto, dove commentavano a bassa voce la discussione. La signora Paola, la madre e la moglie di Alberto erano turbate, avevano tutte un presentimento che sarebbe finita male, che qualche cosa di molto triste per la famiglia dovesse accadere quella sera. Soltanto la signorina Ernesta taceva, ma col viso pensieroso, con due fiammelle guizzanti nei piccoli occhi neri e dolci, che annunziavano un fermento insolito di idee.
Nella sala da pranzo si tornavano a sentire delle voci concitate. Sopraggiunse la signora Cambiari, ridendo, e disse:
— Hanno ricominciato. Oh questi uomini! Tiran fuori delle parole così stravaganti! — E provò, ma non riuscì a dire: socializzazione della terra. — No, non ci riesco: mi fa starnutare. Provi un po’ lei, signora Luzzi.
Ma, vedendo che la signora Giulia era inquieta, la esilarò un momento, dicendole con la più grande ingenuità:
— Ma io credo che il signor Alberto faccia per celia, per stuzzicare un poco quei signori. Lo confesserà all’ultimo, vedrai, e tutto finirà in una risata.
Poi fecero tutte dei complimenti alla signora Luzzi per lo spirito che aveva mostrato nella conversazione, e il Cambiari, entrando, ci aggiunse il suo. Mentre le altre non sentivano, le disse piano, con gravità comica, guardandola negli occhi:
— Lei è socialista?
— Non so — rispose la signora — ma ho le mie idee. Non foss’altro che perchè il socialismo vuol fondare il matrimonio sull’amore, sulla dignità umana, mentre ora non è che un contratto mercantile.
— Lei vuole la libertà della donna?