— Certo.

— È forse schiava, ora? Non è forse la donna che impera?

— Sì, le donne belle. Ma le altre?

— Perchè s’interessa lei delle altre?

La Luzzi rispose seria:

— Un complimento non è una ragione.

Il Cambiari la fissò ancora, e gli balenò il sospetto che quel socialismo non fosse schietta farina, che nascondesse un suo disegno sopra il bel socialista, a danno del brutto vicedirettore. Ma udendo la voce del commendatore che parlava con acrimonia straordinaria, rientrarono tutti in fretta nella sala da pranzo.

L’oratore, in piedi, parlava ai due Geri, fingendo di non badare ad Alberto, della lotta fra capitale e lavoro. No, per quanto armeggiassero con società di resistenza, coalizioni internazionali e l’inferno, il capitale non sarebbe stato mai soggiogato; anche a costo di far da per tutto come a Melbourne, in occasione dello sciopero famoso dei cavatori di carbone, degli accenditori del gas e dei facchini, quando s’erano uniti in lega ingegneri, avvocati, ecclesiastici, impiegati, studenti, e avevan lavorato alle officine, improvvisata l’illuminazione elettrica, caricato e scaricato le navi con le proprie braccia. No, piuttosto di subire la prepotenza del numero, sia d’operai, sia di contadini, si sarebbero inventate macchine su macchine, si sarebbe ridotta a pascolo mezza l’Europa, si sarebbero fatti venire lavoratori industriali e agricoli dalla China e i negri dall’Africa.

— E le scimmie! — aggiunse Alberto, non potendosi più contenere. — Perisca il mondo, purchè si salvi il capitale e duri lo sfruttamento.

Il suocero si voltò, come sferzato da quella ultima parola, che egli odiava, e urlò quasi: