— Eh! finiamola una volta con questa parola bugiarda, di cui ci empite gli orecchi! Di che sfruttamento andate cianciando? In che maniera il capitalista sfrutta l’operaio, se questi può accettare o respingere le condizioni che egli propone? Come può il capitalista esser tiranno se l’operaio è libero?

— Libero?... — ribattè Alberto. — E io dico dal canto mio: finiamola con questa parola bugiarda di libertà. Chi non ha nulla non è libero, perchè non può aspettare e non si può muovere. Il capitale può aspettare e può muoversi. Non c’è libertà reale di contratto fra chi ha bisogno del pane e chi può rifiutarlo.

— E allora non è libero neppure il capitalista, perchè è costretto dalla concorrenza a dare il meno possibile: la intendi?

— Poichè la intende lei! Ma il male è appunto nella concorrenza, che il socialismo vuol sopprimere.

— Ah! È dunque una forza maggiore che il capitalista subisce. Che ci venite a blaterar d’ingiustizia, allora?

— Ma l’ingiustizia c’è ugualmente, e patentissima È che il capitale pretende e si appropria una parte che non gli spetta.

— E quale parte? — domandò il suocero, sogghignandogli in viso.

— Quale parte? — domandarono insieme i due Geri.

— Ma è chiaro. Quando il capitalista ha cavato dal guadagno gl’interessi del capitale che impiegò nella produzione, e tutte le spese, e la quota annua d’ammortizzamento, e anche un largo compenso per il suo lavoro personale (se lo presta), con qual giustizia si appropria il resto, invece di ripartirlo fra tutti i lavoratori che hanno concorso alla produzione?

Il commendatore e i due Geri si guardarono un momento in aria di stupore, come credendo d’aver franteso; poi diedero in una risata.