— Questa è enorme! — esclamò il suocero, fingendosi esilarato. — Ma se l’appropria come premio per il rischio che ha corso il suo capitale! Negherai, professore, che c’è un gran numero d’industriali che vanno in rovina?

Alberto fremè a quell’interrogazione burlevole; ma il suocero non gli lasciò il tempo di rispondere.

— Venga lei — disse — signor Cambiari, che pure poco fa gli dava ragione: venga lei a spiegare questa elementarissima verità al suo amico.

Il Cambiari, col suo sorriso astuto, s’avvicinò al gruppo, lisciandosi il mento, e disse con molta placidità:

— In questo, mi scusi.... sarei piuttosto d’accordo col mio amico. Il rischio esiste per questo o per quel capitalista, per Tizio o per Caio, ma non per la classe intera, nella quale rimangono ad ogni modo i profitti. Mi spiego? Poichè, non essendo i capitalisti collegati, ma in lotta fra di loro, quello che l’uno perde l’altro guadagna. Non è forse vero? Per la qual cosa, se taluni si rovinano, se il lavoro dei loro salariati non ha dato un prodotto rimuneratore, non se ne può dedurre.... dico il mio parere.... che debba il lavoro fortunato degli altri operai esser defraudato d’una parte del compenso che gli spetta, e questa parte accumularsi tutta a vantaggio del capitale.

— Ecco l’argomento — disse Alberto.

I tre avversari guardarono prima il Cambiari e poi si guardarono tra loro, come per dirsi:

— Costui vuol fare il buffone alle nostre spalle.

— Ma questi sono miserabili cavilli da avvocato — rispose il commendatore. — Ma appunto perchè non sono collegati tra di loro è logico e giusto che ciascun capitalista pensi a sè solo!... — Poi scrollò le spalle. — Ma io son ben ingenuo a risponderle. Lei non parla sul serio. Io non discuto più nè con chi manca di sincerità, nè con chi manca di senso morale.

Alberto si scosse.