— Se tu credi di mutare il mondo con delle tirate di sentimento!... — E finì di versare tutta la sua compassione in una parola: — .... Poeta!

— Piglio atto della parola ingiuriosa, — ribattè Alberto con un sorriso amaro. — Ma se non salveremo il mondo noi col sentimento, lo condurrete alla rovina voi con la vostra ostinazione, con la vostra negazione eterna, col vostro inesorabile egoismo di classe....

— Siete voi, che lo trascinate alla rovina — gridò il suocero, rifacendo il viso torvo — voi col lavorìo infernale che fate tra le classi povere per renderle tanto più malcontente quanto più la società si sforza di migliorarne lo stato, voi che pervertite il popolo adulandolo, ubriacandolo di illusioni e stillandogli il veleno nel sangue! Voi, le serpi che noi ci scaldiamo nel seno!

— Ebbene, credetelo pure, è forse meglio così. Così voi date ragione ai violenti, secondo i quali non si può ottener nulla che con la forza, e convertite in violenti anche i miti. Provocate la forza, la subirete.

— Anche delle minacce! — Non occorreva più altro! Ma per fortuna, signor genero, c’è ancora della polvere e del piombo!

— Non li avrete sempre.

— Questo è un pensiero scellerato!

— E il suo è sanguinario e inumano.

Tutti s’interposero; ma il commendatore era fuori di sè, si sciolse da tutti, si slanciò verso Alberto e mettendogli il viso contro il viso, pallido e convulso, gli gridò in faccia con un riso stridente di disprezzo:

— Ah! Povero mentecatto!