— No, — rispondeva tranquillamente — non son persuaso della possibilità del collettivismo, ma vedo che tutto vi tende, e perciò dubito. — E faceva suo proprio il ragionamento d’un illustre accademico francese, Anatole France, una testa quadra. — Noi possiamo argomentare presso a poco l’avvenire della società da quello che conosciamo del suo passato; argomentare dalle condizioni in cui certi fenomeni sociali si produssero le condizioni in cui si produrranno ancora. Considerando certi ordini di fatti che vediamo incominciare al presente e paragonandoli a certi ordini di fatti analoghi già compiuti, ne possiamo indurre che i primi avranno un compimento simile a quelli che ebbero i secondi. Non si tratta che di «prolungar col pensiero nell’avvenire le curve che si disegnano al presente sotto i nostri occhi». Dove pensate che conduca la curva già percorsa dalle forme del lavoro, dalla schiavitù al servaggio e da questo al salariato? E quella dalla piccola proprietà artigiana ed agraria al capitale industriale? E quella dal riscatto delle servitù feudali al riscatto dei mezzi di produzione? E quella dagli antichi servizi privati agli attuali grandi servizi dello Stato? Tutte queste curve tendono innegabilmente al collettivismo.

— Ma non v’arriveranno mai — gli obbiettavano.

— Non lo so —, rispondeva —; ma d’una cosa son certo: che se non v’arriveranno mai, vi tenderanno sempre. Ora basta riconoscere, e non si può far di meno, che il cammino della società è e sarà sempre diretto verso il socialismo, sia pure per non mai raggiungerlo nella piena attuazione dei suoi principii; basta il riconoscer questo per non potere logicamente esser conservatori quali voi siete. Del socialismo siete avversari assoluti perchè «non prolungate col pensiero le curve dei fatti sociali di cui siete spettatori». Prolungatele, e sarete se non altro giudici più sereni ed equi del movimento presente.

Questo era il fondamento del suo sistema d’idee. E a chi gli diceva che se nella sua classe avessero avuto predominio quelle idee si sarebbe mutato in precipizio il cammino della società immatura, dava la risposta d’un celebre uomo di Stato contemporaneo: — Non lo credete. L’umanità non si lascia far violenza. Essa resiste del pari alla stupidità cieca che le vorrebbe chiudere la strada e all’ardimento incauto che tenta di trascinarla d’un passo troppo rapido sulle vie rischiose dell’avvenire. Essa va lentamente, obbedendo a leggi mal conosciute, ma inflessibili. Essa dispone dei secoli, e noi non abbiamo che un giorno: di qui gli urti fra l’uomo e l’umanità. Tutto quello che per noi è sobbalzo, scossa terribile, perturbazione distruttiva si perde, nell’insieme, in un andamento facile e piano.

Quando sentiva inveire contro gli agitatori, e citare le loro intemperanze e i loro spropositi come argomenti contro le idee ch’essi propugnano, scrollava le spalle. Era insensato, secondo lui, il pigliarsela con gli agitatori delle moltitudini. E pensava anche in questo come un uomo di Stato insigne. Essi operano per impulso di forze che son fuori della loro volontà, nè più nè meno che i governanti, la cui azione è piuttosto l’arte di seguire che quella di dirigere. Per indole possono essere più o meno temperati, più o meno ragionevoli; ma sono perchè bisogna che siano, perchè sono un portato del loro tempo. L’inesorabile legge del mondo vuole che noi non possiamo riuscire a nulla di bene senza far per la via molto di male.

Egli credeva che se di queste verità tutti fossero stati persuasi, tutti i conflitti sociali presenti sarebbero stati grandemente attenuati, poichè quella persuasione avrebbe indotto le classi superiori a innumerevoli piccoli atti di condiscendenza, di benignità e di cortesia: di poca importanza ciascuno per sè, ma, nella somma loro, d’un effetto benefico immenso. Dalla mancanza di quella persuasione nasceva, secondo lui, una mala disposizione d’animo, che inaspriva tutte le difficoltà; e di questa mala disposizione egli diceva d’avere una prova nel sentimento che destava in tutti i suoi amici la vista d’ogni moltitudine popolare che passasse per la via, anche col solo intento d’una dimostrazione pacifica. Il loro primo sentimento era sempre di repulsione e d’inquietudine come se in quella folla non vedessero che i suoi peggiori elementi (elementi che in ogni agglomerazione di gente d’ogni classe, in forme diverse, si trovano) e le immagini di quanto di peggio può fare una folla sfrenata. Perchè non ci vedevano di preferenza la somma enorme di lavoro quotidiano, faticoso, tedioso, pericoloso pure, e utile e necessario, che ogni moltitudine di popolo rappresenta, e l’incertezza continua dell’avvenire, e le privazioni abituali, e le mille virtù, che pur ci sono, di rassegnazione, di coraggio, di costanza, di carità famigliare e di sacrificio fraterno? Perchè non pensavano che, sotto l’apparenza del prepotere del numero, quella moltitudine è ancora, nei conflitti sociali, la parte più debole, e quella che più soffre, delle due parti contendenti?

Manifestava pure idee singolari riguardo agli scioperi. A ognun di questi si maravigliava che la prima parola dei suoi amici fosse sempre di disapprovazione. Si maravigliava dell’accusa di «incontentabilità» che essi facevano alle classi lavoratrici in una società dove la più parte degli arricchiti s’affanna e si stronca e si danna l’anima per arricchire ancora. E qual classe sociale, in qualunque tempo, fu mai contenta del proprio stato? E non è il malcontento, congenito all’anima umana, che ha fatto progredire il mondo? Non saremmo ancora allo stato selvaggio se il malcontento universale non fosse? E chi può ragionevolmente, onestamente pretendere o desiderare che la società rimanga immobile nello stato presente? E quanto alla consuetudine, che notava intorno a sè, in occasione d’ogni sciopero, di dar torto ai lavoratori, domandava: — Che ne sapete, nella più parte dei casi? Conoscete la quistione nei suoi dati numerici? In ogni modo, non potete negare che siano in buona fede, perchè non potete supporre che si deciderebbero mai a quel passo se non credessero fermamente di chiedere un vantaggio che si può loro concedere. E a chi gli diceva: — Ma ci son dei giornali del partito che approvano tutti gli scioperi — rispondeva che ce ne son altri, d’altri partiti, che non ne approvano nessuno. E ne citava parecchi in cui, nei vent’anni da che li leggeva, non si ricordava d’aver mai trovato una parola di consenso o di simpatia neppure per gli scioperi ai quali era stata più apertamente favorevole l’opinione pubblica. E a questo proposito diceva uno sproposito inaudito: che, secondo ragione, anche i giornali dell’ordine, quando credevano uno sciopero giustificato, avrebbero dovuto aprire una sottoscrizione per sostenere il buon diritto dei lavoratori. Immaginate, domandava, quanto maggior autorità avrebbe la stampa quando condanna gli scioperi se li aiutasse quando li approva?

Non vedeva però torti ed errori da una parte sola. Biasimava la fungaia dei piccoli giornali, che per insufficienza di cultura dei redattori facevano dell’Idea socialista una propaganda non degna, e quindi perniciosa all’Idea medesima, non foss’altro che per la soverchia presa che offrivano al dileggio degli avversarii. Poi: che i socialisti combattessero il fanatismo e la superstizione riconosceva logico e necessario; ma che mirassero a sradicare ogni sentimento religioso, egli, benchè non credente, giudicava un errore esiziale alla loro causa. Oltrechè il sentimento religioso era radicato nell’animo umano a una profondità a cui la loro forza non poteva arrivare, essi, predicando la miscredenza, alienavano da sè gli animi inclini alla fede, sgomentavano la donna, davano un’arma potente di reazione in mano agli avversarii, mettevano un impedimento di più, e formidabile, sul proprio cammino. Le loro vittorie, in questo campo, non potevano essere che effimere. Ben più avvisati erano stati quelli che, da principio, della dottrina cristiana facevano leva all’idea socialista: la loro propaganda era stata ben altrimenti efficace, in special modo fra il popolo men culto. E così disapprovava nella stampa socialista l’abitudine del linguaggio violento, la quale toglieva forza alla sua parola in tutti quei casi in cui l’indignazione dell’animo e la violenza del linguaggio sono giustificate, e non lasciava distinguere alla moltitudine le menti culte e forti, che pensano e ragionano, dagli spiriti leggeri, in cui la passione nasconde il vuoto delle idee e l’assenza della logica; non solo, ma dava modo a questi di prevalere. Quella violenza abituale, a suo giudizio, eccitando gli animi oscurava le intelligenze, radunava intorno all’Idea ire fugaci, ma non coscienze ferme. Chi si fa più ascoltare non è chi grida; lasciando che a gridare non si regge un pezzo. La vera forza è nel ragionamento tranquillo e lucido. Egli avrebbe voluto che la stampa socialista desse l’esempio della dignità e della correttezza: parlando più dall’alto si sarebbe fatta sentir più di lontano. E lo diceva ai pochi amici che aveva da quella parte. Disse una volta a uno: — Dici delle cose giuste; ma urli come uno che sappia d’aver torto. — E a un altro, che in occasione d’uno sciopero raccomandava la calma: — Come vuoi che sia calma oggi della gente che tu ecciti tutto l’anno?

Parlava spesso dell’educazione del popolo. Una volta, in un crocchio, fece una tirata curiosa contro un tale, che aveva lanciato nella discussione, come argomento decisivo: — Il popolo non è educato. — Conosco — disse — una sola arguzia del generale Boulanger, che mi pare felicissima. Egli scrisse: — Sento sovente padri e madri trattare i loro figliuoli di maleducati, e in questo hanno pienamente ragione. — Male educati, sì; ma da chi? Così si può dir del popolo. Che avete fatto, che fate per educarlo? Gli danno esempio di moralità le classi superiori corrotte, affamate del superfluo quanto i poveri del necessario? Gl’insegna la dignità e la moderazione il Parlamento? E la fede nella giustizia la Magistratura? E il culto degli Ideali la Borsa? E come gli potete rimproverare la mancanza di quell’istruzione, di cui tanti di voi hanno paura? E vi par proprio che egli non sia all’altezza dell’insegnamento primario che gli date? Che cosa fate per distruggere in lui la superstizione che sterilizza ogni buona sementa? Che cosa fanno per lui gli scrittori? E i grandi giornali, diventati oramai la letteratura della Corte d’Assise, non più divulgatori soltanto, ma illustratori amorosi dello scandalo e del delitto? Che fate voi individualmente, nei vostri contatti fortuiti o abituali col popolo, con cui non v’intrattenete che per necessità, e il minor tempo possibile, come se parlaste due lingue diverse? E questo per qual ragione se non perchè vi trovate a disagio con lui, sentendo di non aver autorità d’insegnargli nè di promettergli nulla di buono e di credibile?

Più spesso esprimeva il suo pensiero in forma epigrammatica. A un amico ricco, che gli voleva dimostrare inattuabile l’Idea socialista perchè fondata sull’ipotesi di virtù collettive impossibili, disse: — Sta bene; ma è proprio questa la ragione per cui combatti quell’Idea con tanto calore? Io ti faccio la famosa ipotesi del Rousseau. Se tu potessi, alzando un dito, creare istantaneamente nel tuo paese lo Stato socialista, con tutte le virtù civili che esso richiede, con tutti i beni che ne deriverebbero al maggior numero e col danno che ne seguirebbe ai tuoi interessi privati, alzeresti il dito? Sii sincero. — L’amico rimase un momento sconcertato; poi rispose: — Sì! — E lui: — Ah, che brutto viso hai fatto, se ti vedessi nello specchio! Ebbene, io son più sincero di te: io non so se avrei la virtù di far quell’atto. — E quella sincerità tolse all’amico il coraggio di ripetere la sua affermazione.