Anche scherzando soleva affermare la sua fede nell’avvenire. — Socialisti, conservatori, retrogradi — diceva — siamo tutti come gente affollata sur una di quelle strade mobili di Nuova York, che scorrono fra le case come fiumi. I socialisti possono dividersi e azzuffarsi fra loro, gli altri star a sedere, o dormire supini, o camminare a ritroso della direzione della strada; ma tutti insieme vanno avanti per forza. Per questo io non me la piglio neanche col più arrabbiato nemico d’ogni idea nuova. Dico tra me: — Poveretto! Non se n’accorge, perchè cammina col viso voltato indietro, come quei dannati di Dante che si piangono sulle natiche; ma va innanzi anche lui, come tutti vanno.

A un socialista che diceva: — Il socialismo trionferà perchè è la Giustizia! — rispose: — Che idea stramba! Trionferà l’interesse del maggior numero, e sarà bene; ma trionferà non perchè sia giusto, ma perchè avrà con sè la forza, che ora gli manca: l’istruzione, l’educazione, la disciplina. Non c’è ragione al mondo per credere al trionfo della Giustizia, perchè gli uomini non saranno mai più giusti di quello che son ora. Stareste freschi, compagni!

Scherzò in questo modo fino ai suoi ultimi giorni. Quando era malato grave, e lo tenevano in vita con l’ossigeno, una sera chiamò improvvisamente i parenti e gli amici, che stavano rosolando il socialismo nella stanza vicina, a bassa voce, ma non tanto ch’egli non sentisse; e disse loro, respirando a fatica: — Prolungate.... prolungate....

Quelli diedero subito mano all’imbuto dell’ossigeno, credendo ch’egli volesse dire: — Prolungatemi la vita; — ma il malato, respingendo l’imbuto, soggiunse con un leggero sorriso —: No.... prolungate le curve....

Fu l’ultimo consiglio politico che diede alla sua classe.

Curiosi furono i giudizi che diedero di lui i parenti e gli amici dopo la sua morte. — Un galantuomo, in fondo; ma aveva delle idee così strane! — Un po’ squilibrato, ma buono. — Un uomo d’ingegno e di cuore; ma di quelli che, se fossero in molti, sovvertirebbero il mondo. — Giudizi che provano quanto sia difficile il far con la mente nell’ordine dei fatti sociali quello che è così facile il far con la mano sopra un foglio di carta: prolungare delle linee curve.

PARTE SECONDA. PER IL SOCIALISMO.

Primo maggio 1904.

Oggi tace ogni dissenso e ogni rancore: è giorno di festa e di pace. Oggi noi storniamo il pensiero dal presente e cerchiamo conforto nel passato: passato recentissimo, ma che par già molto lontano, come pare ogni ricordo dell’età più bella anche a chi non n’è uscito che da pochi anni.

Il partito socialista, fra di noi, era nel bel periodo dell’adolescenza; nel quale, ad ogni manifestazione pubblica in cui misurasse le proprie forze, appariva cresciuto oltre ogni speranza dei più impazienti. Non c’erano ancora scissure nella sua compagine, nè disordine nelle sue file, nè incertezze nel suo cammino. Non si designavano ancora con un aggiunto ironicamente onorevole quelli che portavano all’opera sua il concorso della cultura intellettuale, per distinguerli, e quasi per separarli da quelli che vi portavano soltanto la forza del numero e della fede: la loro voce era ascoltata da tutti; ma il loro capo non s’alzava al di sopra della moltitudine, e non c’era fronte che ne fosse adombrata. La concordia, la disciplina, l’ardore che spiegava il socialismo nelle lotte elettorali destavano l’ammirazione anche di chi ne temeva gli effetti come una sventura della patria. Molti, anche fra i suoi più fieri avversari, eran vinti da un sentimento di simpatia per quel partito appena sorto, che col suo poderoso giovanile soffio scoteva la sonnolenza della vita pubblica e costringeva ogni altro partito a stringere le file e a difendersi; molti che l’avrebbero voluto disperdere con la violenza, non potevano dissimulare un senso di rispetto per quella «grande illusione» che suscitava tanti entusiasmi in un tempo, in cui ogni altro entusiasmo era morto o moriva, che con vincoli così intimi e saldi legava fra di loro cittadini di classi diverse, divisi fino allora da passioni, interessi, pregiudizi, costumi; e mentre sorridevano palesemente di quei nuovi «compagni» affratellati nel culto dell’utopia, riconoscevano con rammarico, nel segreto dell’animo, che mancava ad ogni altro partito il sentimento e il legame che quella parola esprimeva, sentivano che era espressa in quella parola una idea grande e bella, benchè destinata a rimanere per sempre un’idea; della quale penetrava un vago riflesso anche nella loro coscienza. E il partito dell’illusione cresceva, come un torrente, senza disperdersi, coprendo col suo scroscio sonoro le mille voci paurose e nemiche che s’alzavano lungo il suo corso.