E ricordiamo i grandi comizi di quel tempo, dove, più che a discutere e a conciliare opinioni discordi, s’andava a ritemprare nel consenso universale la propria fede. Dopo il periodo dei fervori patriottici non s’erano più veduti esempi d’una così ardente e solenne comunione di pensiero e d’affetto fra cittadini di tutti i ceti. Che importava la valentìa degli oratori? Al deputato succedeva l’operaio, allo scrittore il commesso, al vecchio il giovinetto, al discorso italiano il ragionamento in vernacolo; erano stranamente diverse le forme del linguaggio; ma la voce di ciascuno pareva l’eco della voce di tutti; ad ogni più informe e ingenua manifestazione del pensiero e del sentimento collettivo applaudivano insieme, con lo stesso calore, i colti e gl’incolti; pareva alle volte che le migliaia d’ascoltatori avessero un solo respiro; la moltitudine dava l’immagine d’una società nuova, in cui l’antica divisione delle classi non fosse più che un’apparenza, ultimo resto del passato, sotto la quale già palpitasse la santa fraternità dell’avvenire sognato. E da quelle assemblee uscivano i nuovi convertiti della borghesia, sciolti anche dagli ultimi dubbi, in uno stato di coscienza nuovo, di una serenità sconosciuta prima d’allora; i giovani, occupati da pensieri insoliti alla loro età spensierata; i maturi, ringiovaniti nel cuore e nello spirito; tutti compresi d’un senso di compiacenza profonda, come se nell’adunanza donde uscivano non si fosse soltanto parlato, ma fatto del bene, lavorato a benefizio del mondo, gettato all’avvenire una semenza benedetta di verità, di benevolenza e di giustizia.

Poi venne la bufera della persecuzione; ma non fece vacillare, nè divise gli animi: li rafforzò, li strinse, li rinfiammò d’uno zelo più operoso e d’un amor fraterno più intrepido. Tutto l’ardore, che era prima spiegato nella propaganda della fede, si voltò in soccorso e conforto delle sue vittime. Si videro fra queste, e fra le più ingiustamente colpite, esempi di coraggio e di fermezza non meno ammirabili di quelli che la storia del risorgimento nazionale ha tramandati all’ammirazione dei posteri; si videro fra i benefattori più poveri dei compagni prigionieri o esuli, e delle loro famiglie derelitte, esempi di generosità e di sacrificio da ridestare anche negli animi più scettici la stima della natura umana. I perseguitati uscirono dalle prove rinvigoriti di fibra, più ardentemente devoti all’idea per la quale avevano sofferto, più affettuosamente legati ai compagni che anche di lontano eran rimasti congiunti a loro col pensiero e con l’opera. L’aver sofferto per la causa comune era nel concetto di tutti un onore che metteva a paro i più umili coi più alti, e la comunanza dei patimenti risuggellava fra gli uni e gli altri il patto solidale col suggello di un’amicizia fraterna. Era in tutti come un secondo soffio di gioventù, un rinnovellamento della prima fede, purificata. Il partito, piegato per poco da una dittatura brutale, le scattava sotto come una molla potente, lacerando la mano che l’aveva compresso. L’esercito rifatto, ingrossato, fortificato dall’esperienza dell’avversità e del dolore, riforbiva le armi, rialzava la bandiera e riprendeva il cammino.

Giorni venturosi, ricordati con rimpianto non da noi solamente; ma anche da molti di coloro che, pur professando altra fede, riconoscono nel movimento socialista una grande virtù vivificatrice del mondo; scaduta la quale, rialzerebbe la fronte il passato.

Ma quei giorni ritorneranno.

È nella ragion delle cose che quando un partito esce dal campo della semplice propaganda e dell’azione necessaria a costituirsi, a rassodarsi e a difendersi, ed entra in quello più vasto e difficile dell’esercizio politico delle sue forze per conseguir riforme determinate e immediate, nascano nel suo seno dissensi d’opinioni e contrasti di tendenze, che ne sconcertano l’organismo. Nascono i dissensi in quelli che lo ispirano e lo guidano da differenze d’indole, che prima non apparivano, nè potevano apparire nell’azione comune diretta ad un fine unico, a cui non si poteva giungere che per una sola via; derivano i contrasti da diversità di facoltà morali e intellettuali, per cui ciascuno dà la preferenza a quelle forme d’azione, nelle quali ha coscienza di operare con maggior vantaggio altrui ed onore proprio; provengono dal diverso grado d’esperienza politica, onde sono diversamente misurate la grandezza degli ostacoli e la potenza delle forze occorrenti a superarli; e nascon pure da passioni individuali, che, quando svigorisce la passione comune onde erano prima travolte, prendon più forza; perchè non c’è grande causa che affranchi i suoi propugnatori da ogni miseria della natura umana. Ma gli stessi dissensi, e ben più gravi, gli stessi contrasti, assai più violenti, si produssero fra grandi partiti e grandi uomini nell’opera dell’unificazione nazionale, e parvero più volte ai contemporanei indizi d’imminente rovina; e pare oggi a noi, giudici lontani e spassionati dei fatti, che dall’una e dall’altra parte si giovasse egualmente, in opposti modi, alla causa di tutti. E così parrà ai futuri, qual’è in realtà, la crisi presente del partito socialista: elaborazione feconda di idee; lotta di forze intellettuali e morali in cui gl’ingegni e i caratteri si scoprono e si provano; non infermità senile, ma febbre di giovinezza; preparazione, non decadenza. Le divisioni momentanee non rallentano che in apparenza il cammino dell’idea; gli uni vanno per una via, gli altri divergono; ma tutti procedono. Noi abbiamo ferma fede che al sorgere d’un pericolo comune non rimarrebbe in campo che una bandiera, quella intorno a cui si raccolsero le prime schiere; che se anche l’unità si scindesse profondamente per ora, si ricomporrebbe più salda dopo un primo rovescio cagionato dalla scissura. Sono ugualmente legge della vita d’un grande partito, sorto da una idea che non può morire, la tendenza a dividersi e la necessità di ramificarsi. Così un grande fiume, nel suo lungo corso, qualche volta si biforca, e s’allontanano l’un dall’altro i due rami, che lunghe isole boscose separano; ma si ricongiungono più oltre le acque per andar confuse in una corrente all’oceano.

Ma perchè ciò avvenga è necessario che nella lotta entrino tutti senza diffidenze e senza mal animo; che ciascuno soffochi nel suo cuore ogni germe di odio, come un principio di tradimento; che nelle controversie non sia mai disconosciuta ad alcuno la libertà della coscienza e la onestà dell’intento; che alla mente di tutti siano presenti sempre l’immagine cara della concordia antica e lo spettro minaccioso del nemico comune, e sopra ogni cosa questo pensiero terribile: che dal perpetuarsi della discordia sarebbe miseramente disperso il frutto d’un lavoro enorme e d’infiniti dolori, e scoraggiato l’animo e contristato il cuore a una moltitudine immensa, che aspetta e che spera. Fermiamo tutti questo proposito in questo giorno di tregua e di festa; sia il 1.º Maggio anche quest’anno la festa della fraternità e della speranza; suoni sulle labbra e nel cuore di tutti con la cordialità antica, si ricambi fra tutti, con la voce e col pensiero, da vicino e da lontano, fra conoscenti e fra sconosciuti, a traverso ogni distanza, con l’affetto dei giorni migliori, la parola a cui diede il socialismo un significato nuovo, che rimarrà nella storia e nel cuore delle generazioni: — Compagno! — Compagno, discuteremo domani; oggi è il 1.º Maggio; oggi ci rallegriamo insieme contemplando l’orizzonte sereno del passato, e quello luminoso dell’avvenire; oggi abbiamo una sola idea e un’anima sola.

Ai fanciulli.

Un saluto a voi in questo giorno di festa e di speranza, a cui voi non pensate ancora.

Non mai così pietosamente come in questo giorno il nostro pensiero vi cerca e vi abbraccia trascorrendo per tutti i paesi «civili» dove la cupidità e la fame concordi curvano la fanciullezza a una fatica che le contrista l’anima e le divora le forze.

Dentro a un’atmosfera tetra, velata dal fumo delle officine, dai nuvoli di zolfo, dalla polvere di carbone, dai vapori delle risaie, passa la processione infinita di piccoli lavoratori, da quelli sepolti nelle miniere del settentrione, che si trascinano nudi e carponi nel fango e nelle tenebre, col sacco attaccato al collo, fino a quelli che sudano nelle cave della Sicilia dai ventri enfiati e dalle ossa scontorte, nutriti d’un pane orribile, intinto nell’olio nauseabondo delle loro lampade; passa l’esercito miserando dei fanciulli oppressi, con le faccie smunte ed esangui, con le mani e coi piedi piagati, gli uni cadenti dal sonno, gli altri piangenti in silenzio; file di ragazzi avvizziti ed anemici, curvi come vecchi, che feriscon l’aria di tossi secche e di aneliti dolorosi; passano gli avvelenati dal fosforo, gli acciecati dalle fornaci, i mutilati dalle macchine, gli arsi dal grisù, i seppelliti dalle frane — e mille occhi, passando, si fissano nei nostri — occhi spenti, duri, sdegnosi, supplichevoli, che ci dicono: — Noi avemmo una infanzia senza cure, noi abbiamo una fanciullezza senza gioie, noi avremo una gioventù senza salute, e una vecchiaia senza conforti; e molti di noi aspetta l’ospedale o la carcere, o, prima del tempo, la terra, dove altri figliuoli di lavoratori ci aspettano innumerevoli, o nati morti, o uccisi in culla dai narcotici, o finiti dai maltrattamenti o dall’inazione; è questo il nostro destino; e perchè? — E altre cose ci dicono quegli occhi. Ci dicono la legge protettrice dei fanciulli con mille inganni violata, la complicità dei parenti famelici, la cecità degli ispettori, l’indifferenza delle autorità, e la ipocrisia di una società civile che crede di pagare ogni suo debito porgendo la mano a uno su cento dei miseri che essa medesima atterra, e l’aberrazione di una carità che va a cercar miserie e dolori a migliaia di miglia lontano da quelli che le gemono inutilmente d’intorno, e la ingiustizia d’un mondo che vitupera l’inerzia in coloro in cui fu spento dalle fatiche precoci l’amor del lavoro, e dice causa unica della sua miseria i vizi che semina egli stesso e di cui dà pel primo l’esempio e punisce senza pietà i delitti a cui è indotta tanta gente da una ignoranza e da una corruzione della quale non ha colpa.