E passano ancora e passano senza fine i piccoli schiavi, gli uni rassegnati, gli altri frementi, malaticci, istupiditi, paurosi, stravolti, diretti alle capanne o alle grotte o alle stalle o alle stamberghe infette delle città grandi, dove la promiscuità selvaggia dei sensi finisce di corrompere l’anima e il corpo. E mentre ci stringe il core quel coro di gemiti, di rampogne e di imprecazioni, più amaramente ci addolora una voce grassa e pacata che risuona al di sopra di quel coro, e vi dice: — Non c’è rimedio.

Ah, non lo credete, ragazzi! Per quanto v’è di più sacro al mondo, non è vero. Se fosse vero, noi dovremmo sputare sulla parola civiltà ogni volta che la troviamo stampata in un libro. Empia è la voce che dice al misero: — Dispera. — Vana è quella che dice di tutto aspettare dal cielo, di nulla pretendere dagli uomini. Una forza immensa si leva nel mondo in prò dei vostri padri e di voi, e questo è il giorno in cui essa palpita in milioni di cuori e parla da milioni di labbra, da per tutto dove piange un fanciullo spossato, dove si stende invano a cercar lavoro un braccio virile, dove sospira un vecchio senza pane dopo aver lavorato finchè gli bastaron le forze. E non soltanto fra i vostri compagni di fatiche e di stenti quella forza si leva. Ma nelle belle case che invidiate, in mezzo agli agi ed ai piaceri che voi non godrete mai, una generazione vien su, che voi credete ignara e sprezzante dei vostri dolori, una moltitudine di fanciulli e di giovinetti dalle mani bianche e dal viso florido nella cui mente entra ogni giorno una idea che offusca la serenità, che tormenta la loro coscienza, che affanna e dilata e innalza il loro cuore, e li sospinge verso di voi, e li prepara ai sacrifici generosi, e li arma e li ammaestra a combattere con amoroso coraggio per la causa vostra e dei vostri figli.

No, i vostri figli non avranno più, pensando alla fanciullezza dei lavoratori, la visione sciagurata che riempie noi di tristezza e di vergogna. La fanciullezza sarà risparmiata perchè tutti gli uomini lavoreranno e la produzione avrà per fine la soddisfazione dei bisogni comuni, non il lucro di pochi, e la macchina sarà serva, non tiranna dell’uomo; i vostri fanciulli andranno alla scuola essi pure, perchè tutti avranno il diritto a coltivare lo spirito fino al segno richiesto dal riconoscimento delle attitudini e della dignità dell’uomo civile; essi cresceranno lieti e benevoli, perchè non cresceranno più nella miseria tetra e nella fatica bestiale che confonde la coscienza e perverte il cuore; essi ameranno il lavoro e la vita, perchè il lavoro sarà umanamente misurato e compensato, e la vita non sarà più una guerra fratricida per cui gli uni nascono armati e gli altri inermi, e in cui per un forte o un astuto che trionfa, mille deboli mordon la terra; ma la lotta ordinata e onesta di tutti per ciascuno e di ciascuno per tutti, della quale apparirà la necessità e la giustizia con la stessa luminosa evidenza con cui ci appaiono quelle verità elementari che sono i fondamenti stessi della ragione e della coscienza umana.

Sì, questo è l’avvenire, com’è vero che ci regge la terra e ci rischiara il sole. E voi, fanciulli, fissate nell’animo la data del 1.º Maggio, che nulla forse vi dice ancora. Un giorno essa vorrà dire anche per voi: concordia, speranza, vittoria, pacificazione. Cristo sarà ritornato dopo venti secoli per dire un’altra volta: — «Lasciate i fanciulli venire a me» — ossia: Lasciate che siano fanciulli, che crescano col sorriso sul volto e con la fronte rivolta al cielo, perchè Dio non vuole che si faccia la ricchezza col sangue delle loro vene e col midollo delle loro ossa, e a prezzo dell’innocenza e della bontà dell’anima loro.

E Cristo ritornerà, fanciulli. Oggi che si festeggia il suo futuro ritorno, invocatelo e fidate in lui; sentirete anche voi che Egli si avvicina.

A una signora.

Giorni or sono, udendo un socialista parlare in pubblico intorno a un argomento estraneo alla propria fede, e approvando, commossa, le parole di lui, che rispondevano in tutto ai sentimenti affettuosi e gentili dell’animo suo, ella esclamò con meraviglia: — Chi direbbe mai che è un socialista!

Ella non ha pensato che con quella esclamazione, accusava le sue amiche e i suoi amici, e quasi tutta la classe a cui appartiene, d’una nera calunnia. Ecco, dunque, come le siamo dipinti; come gente cui sia a meravigliarsi che possa esprimere qualche volta di quei pensieri e di quei sentimenti, nei quali tutte le anime oneste concordano.

Ma veda che abisso ci separa! Io mi meraviglio ogni giorno di più della cosa opposta: che si possano avere quei sentimenti e non essere socialisti.

Ella scatta, ed io ripeto e mantengo.