Rifletta un momento, signora.
Soffrire delle miserie e dei dolori sociali come d’un male proprio, in modo da non averne più quiete, e non sapersi rassegnare allo spettacolo delle disuguaglianze ingiuste che offendono e avviliscono gli uomini; credere che non vi sarà mai pace, nè prosperità, nè moralità, nè civiltà vera, fin che un piccolo numero d’uomini avrà nelle mani i mezzi con cui, direttamente o no, tutto si corrompe, tutto si fa piegare, tutto servire al fine di accrescere continuamente la potenza di comprare, di corrompere e di dominare; aver fede che la pace e la prosperità vera si otterranno affrancando il lavoro dalla schiavitù economica che lo opprime, e non lo assicura, e riducendolo più umano con una distribuzione più equa, e più fecondo con l’associazione di tutte le forze; e con questa fede adoperarsi a educare, a istruire, a ordinare le moltitudini affinchè, diventate maggioranza cosciente e concorde, possano costituire legalmente uno stato sociale (già maturato, quando esse prevarranno, dall’evoluzione) nel quale tutti si trovino nelle stesse condizioni iniziali per la lotta della vita, e il diritto alla vita sia assicurato a quanti voglion lavorare e non possono e non si possa lasciar in eredità l’ozio e la dominazione, e l’uomo non veda più nei suoi simili dei concorrenti nemici, ma dei cooperatori fraterni; tutti questi sentimenti e concetti, che sono, insomma, la sostanza del socialismo, può ella dimostrare, mi può ella dire soltanto, che non siano tali da doversi maravigliare che non li accolga ogni anima nobile?
Una cosa sola mi può rispondere: che non sono accolti perchè si fondano sopra un’utopia. — Ma con questa risposta non mi contradice, perchè in qual modo mi può negare che per essere utopisti così fatti conviene avere una fede nella bontà della nostra natura, un desiderio del bene e un amore per l’umanità, non possibili che in animi onesti e in cuori generosi?
E come di questo ella si accerterebbe facilmente, e riconoscerebbe d’essere stata finora ingannata, e dai giornali che legge e dagli amici a cui crede e da tutte le vecchie idee non discusse in cui vive imprigionata, se potesse conoscer da vicino quella gente disseminata e malefica piena di passioni e di propositi iniqui e della quale sente parlar con orrore!
Ella, per esempio, ha inteso parlare di studenti socialisti, e avrà lamentato, con parole amare, che si sia attaccata anche alla gioventù studiosa quella lebbra. Ebbene, io ne conosco, e anche se prescindo dalle idee che a loro mi legano, mi paion di tanto superiori agli altri! Mai che apparisca nei loro discorsi sull’avvenire quel duro proposito di farsi strada nel mondo a qualunque prezzo, quella smaniosa avidità di ricchezza e di piaceri, che è già confitta nel cuore di tanti giovani della loro condizione. L’avere uno scopo alla vita posto fuori di sè stessi, così alto e bello, dà loro una sicurezza e una serenità di coscienza, e una tendenza a meditare sui fatti e sugli uomini, e a cercare in tutte le opere la manifestazione dell’animo e del pensiero, sotto le apparenze ingannevoli quello che c’è di vero, di umano e di benefico, che non si trova negli altri se non come rara eccezione. Ed hanno un modo di famigliarità così giusto e così amabile con la gente delle classi inferiori a cui si mescolano, spiegano con essa un sentimento di fraternità tanto più schietto e profondo, perchè dedotto da più intime e salde ragioni, di quello che io ricordo dell’ultimo periodo degli entusiasmi patriottici, sopportan con una così degna rassegnazione le diffidenze, le ingratitudini, qualche volta le aspre parole, che in quell’affratellamento cercato s’attirano, e annunziano e difendono la propria idea fra gli amici ostili e nella famiglia sdegnata, tra le rampogne e gli scherni, con un così coraggioso ardore, con una così tenace ed ingenua fede nella vittoria del bene, che lei, se li udisse e li vedesse all’opera, lei che è buona e gentile, sarebbe costretta ad ammirarli e ad amarli, e desidererebbe che il suo figliuolo li rassomigliasse, e potesse — senza compromettersi, s’intende, e serbandosi immune dalla lebbra delle loro dottrine — godere della loro sana e vivificante amicizia.
Ella udrà parlar sovente di operai socialisti, e che concetto n’abbia me lo immagino: li crede la feccia della loro classe. Eppure, signora, se è una cosa bella in un operaio rinunziare al giuoco e alla taverna per udire discorsi e ragionare egli stesso, come può, su questioni economiche e morali, che lo costringono a uno sforzo di mente e gli destano il bisogno di una vita intellettuale e il rispetto della scienza e dell’ingegno; se è prova di animo ingentilito il riconoscere e il predicare che la donna non è una bestia da soma per picchiarsi per sfogo, quando s’è arrabbiati o briachi, ma un essere che ha diritto a una migliore condizione economica e civile e a una nuova e più alta forma di rispetto pubblico, se è degno di dignità il non imitare, lo sdegnare i compagni di lavoro delatori, i pronti a curvarsi davanti a tutti i venditori di voti, i bruti che hanno la coscienza nel ventre e postergano ogni interesse collettivo della loro classe ad ogni immediato ed anche passeggero vantaggio proprio, se è bontà e carità l’esser sempre disposti a levarsi il pane di bocca e a dare il soldo del sigaro e del bicchiere per soccorrere i compagni ridotti indegnamente sul lastrico, se anche sono sconosciuti o stranieri; se, infine, l’avere una viva coscienza della fraternità degli uomini e dei popoli, e fede in una grande missione economica e politica del proprio stato, se il convertire l’odio cieco contro i privilegiati della fortuna in un’avversione ragionata contro l’ordinamento sociale, se il comprendere e far comprendere altrui che non dalla violenza disordinata e selvaggia egli ha da sperare un grande mutamento della sua sorte, ma dalla pacifica conquista dei poteri pubblici, non possibile se non per una successiva trasformazione delle idee e una lenta vittoria sulle coscienze; se tutti questi son segni di superiorità d’animo e d’intelligenza — e i segni sono palesi, ad ogni uomo di buona fede, lo creda — come può ella negare che gli operai socialisti non solo siano, ma debbano essere di necessità moralmente migliori degli altri e degni del suo rispetto e della sua simpatia?
Più sovente ella udrà parlare di pubblicisti di dottrina e d’ingegno, che fanno ardente propaganda di socialismo e gliene parleranno in modo, suppongo, che ella convocherebbe un consiglio di famiglia prima di riceverne uno in casa sua. Ebbene, ci pensi un poco. Questo è certo, frattanto: che tutti, dal primo fino all’ultimo, sono necessariamente disinteressati, perchè nessuno dei giornali di cui si valgono può rimunerar l’opera loro, che anzi ricevon da loro prosa ed obolo insieme. Pensi che se sono letterati ed artisti pure sono obbligati, non foss’altro che per sostenere le proprie idee, a studi ingrati e difficili, alieni dalla loro natura, e a rifar quasi, con grande fatica, la propria educazione intellettuale, e che tutti condannano sè stessi ad aver nella parte del pubblico, a cui si rivolgono, tanto meno lettori e ammiratori quanto più il loro pensiero è profondo e l’arte loro squisita. E se sono scienziati e uomini politici non possono aver di mira nè onorificenze, nè cariche, da cui è escluso il partito che li accoglie; nè sperare un vantaggio proprio da un mutamento radicale di cose, perchè son ben certi che non vivranno tanto da vederlo, e che se pure avvenisse quale essi lo invocano, sarebbe tale di sua natura, da non consentire ad alcuno nè ricchezze, nè potenza, nè onori. Non resta dunque che una sola ambizione, da cui ella può pensare che sian mossi: quella d’esser mandati alla Camera. Ma ci rifletta un minuto, veda se — concessa pure quell’ambizione — essi sceglierebbero per soddisfarla una via così rischiosa e se si può chiamar davvero ambizione quella d’andare in Parlamento, in mezzo a un gruppo minuscolo, a farsi soffocar la voce da tutti partiti concordi e dare addosso come a un pugno di banditi. Pensi pure, cerchi, si faccia anche cercare dai suoi amici una sola ragione, la quale le dia diritto di credere che quei signori non sono gente di buona fede, generosa se non altro, di sentimenti e di intenti, e piena di cuore e di coraggio.
Le pare ancora che sia ragionevole il meravigliarsi che tutti costoro — studenti, operai, pubblicisti, — siano capaci di sentimenti nobili? O non le pare invece che ci sarebbe da meravigliar del contrario?
Le dirò di più, francamente: ch’io non vedo più bontà, generosità vera che in chi professa quella fede. Conosco, sì, molti uomini dotati di quelle virtù fra coloro che avversano anche fieramente l’idea socialista, e ho sempre fra di essi dei cari amici. Ma dopo che giudico l’anima loro da quell’idea, sono un po’ scaduti nel mio concetto, debbo dirlo, anche i migliori. Io non li trovo più logici neppur nell’esplicazione dei loro sentimenti più degni. Vedo i loro pensieri di fraternità e di carità sociale intoppare ogni sentimento in un ostacolo, arrestarsi quasi impauriti, a dei confini, davanti ai quali l’animo dei socialisti piglia maggior forza per lanciarsi oltre. M’accorgo che l’idea d’un lontano danno della loro classe getta un’ombra sul loro già sacro amore di libertà e di eguaglianza, e li rende avversi, in segreto, a quella diffusione dell’istruzione popolare, che fu già il più caldo dei loro voti. Sono condotti a ogni tratto, per combattere le nostre idee, a negare o a palliare miserie evidenti e colpe imperdonabili; a fare, per non essere tirati a certe concessioni, una scelta guardinga, non generosa nè schietta, fra le ingiustizie sociali contro cui debbono levare la voce. E trovo che nel cercare e proporre dei rimedi, s’ingegnano in ogni modo di lasciar da parte, di finger di non vedere quelle cause, alle quali non posson toccare senza riconoscere le ingiustizie che a loro convien tacere. E nei credenti più sinceri scopro un sentimento religioso pieno di pregiudizi mondani e di accortezze, che si sforza di conciliare le cose più inconciliabili e si rassegna troppo facilmente al concetto della necessità di troppi mali; e nei non credenti, in onta alle loro idee liberali, sorprendo una troppo frequente tentazione di rifugiarsi, per terrore di un avvenire infausto ai loro interessi, tra quelle del passato, che essi combatterono per tutta la vita, e di cercare in una religione in cui non credono, un’alleanza, della quale non potrebbero, e lo sanno, mantenere i patti lealmente. E gli uni e gli altri, finalmente, li vedo sforzarsi di continuo a far tacere il cuore e la ragione, che, confusamente, ma senza tregua, susurrano loro la verità, e a nascondere a noi questo stato d’animo, ciò che stende su tutti un leggiero velo d’ipocrisia, sotto al quale m’appare alquanto alterata la loro antica faccia di galantuomini.
Di queste cose ella non s’avvede, naturalmente, perchè non può raffrontare le persone che la circondano con la gente che ella giudica dal giudizio loro. Ma se ne avvedrebbe, non ne dubito, se quel raffronto potesse fare. E quante idee sue si muterebbero se ella leggesse quei libri e quei giornali di ogni paese, che vede qualche volta ammontati sul mio tavolino e guarda con un senso di ripugnanza!