— Il tuo scrivano, quello che t'ho nominato. —
L'avvocato rimase sopra pensiero.
— Ma il ritratto? — domandò la signora.
— Va, — disse improvvisamente suo marito, — va a domandare ad Amalia quanto tempo fa e in che giorno quel tale gli parlò del biglietto.
La signora andò.
— Il tuo riverito scrivano — tornò a dire dopo un minuto, affacciandosi alla porta — ha fatto cambiare il biglietto uno degli ultimi giorni di marzo.
— Ah! — gridò l'avvocato, — non c'è più dubbio, dunque!
Così dicendo, preso da un sentimento improvviso di pietà e di rimorso, stropicciò colle mani convulse il ritratto, e poi, fissando gli occhi nell'immagine di quella povera madre, le lasciò cader sopra una lagrima e le chiese perdono.
XI.
La mattina seguente, Riccardo usciva di casa per tempo, e si dirigeva verso lo studio dell'Avvocato d'Alberto. Riuscite vane tutte le altre sue speranze di trovare un impiego al povero giovane, egli s'era domandato se non fosse meglio il tentare di farlo riammettere nello studio, procurandogli così, col pane di cui aveva bisogno, una riparazione d'onore, alla quale aveva diritto. — L'avvocato — egli pensava strada facendo — non ha ritrovato il biglietto, perchè, se ciò fosse, Alberto m'assicura che avrebbe riparato all'errore. Si potrebbe dunque fargli credere che è stato ritrovato molto tempo dopo, oggi stesso, da un altro impiegato dello studio, col quale io mi metterei d'accordo per inventare qualche storiella verosimile. Se il biglietto vero è caduto in mano di qualcuno, questi non verrà certo a dirci: — L'ho trovato io, e voi siete impostori; — perchè se non l'ha restituito finora, non potrà più restituirlo. Ma bisogna trovare chi si presti all'inganno. Ma chi si vorrà rifiutare, quando io vada là e dica: — Vi do la mia parola d'onore, tutti i miei amici sono disposti a darvi la loro parola d'onore che questo giovane non può aver rubato? E poi... e poi, se anche la cosa non riesce, sarà sempre bene che l'avvocato sappia che quel disgraziato giovane ha qualcheduno che lo stima e che lo crede innocente.