Era una giornata umida e malinconica che pareva promettere una settimana di pioggia. Arrivato in piazza del Duomo, Riccardo vide molta gente affollata intorno al campanile di Giotto, particolarmente ai due cancelli che chiudono lo spazio tra il campanile e la chiesa. Senz'avvicinarsi, domandò a un tale che cosa fosse accaduto.
— S'è buttato giù un uomo dalla cima del campanile, — rispose l'interrogato, con quell'accento forzato di pietà e quel sorriso di compiacenza satanica, che si vede in faccia alla maggior parte dei curiosi, in simili occasioni.
— È morto subito? — domandò Riccardo.
— Si figuri! — rispose l'altro, sorridendo di nuovo — s'è sformato! c'è un lago di sangue! Vada a vedere.
Riccardo tirò via; ma non aveva fatto ancora dieci passi, che tornò indietro in fretta e ridomandò con inquietudine alla persona di prima:
— Chi è quest'uomo che s'è buttato giù?
— Un tal Rivarolo, dicono; un impiegato, un uomo sui quarant'anni; se vedesse come s'è conciato il viso! È una cosa che fa orrore. Io fui dei primi a vederlo. S'avvicini prima che lo coprano.
Riccardo riprese la sua strada.
Dopo pochi minuti arrivò allo studio. Aveva già pensato con chi parlare, e perciò, entrando, domandò addirittura al custode chi fosse l'impiegato più giovane. Il custode gli disse il nome dello scrivano che noi conosciamo, e Riccardo, dandogli un biglietto di visita, lo pregò d'andarlo a annunziare.
Dopo un momento lo scrivano comparve. Era una figura meschina e volgarissima, improntata di quella goffaggine sdolcinata dei giovani di negozio, che sdottorano di mode colle signore. Attillato, come sempre, e sorridente, s'inchinò, fece entrare Riccardo in una stanza, chiuse la porta, e domandò con voce ossequiosa: