— In che posso servirla?

Riccardo era un bel pezzo di giovane, bruno e tarchiato, con un par d'occhi che saettavano e quel fare vivo ed aperto del gentiluomo napoletano, che mette in imbarazzo la gravità un po' tozza dei settentrionali. Appena si trovò di fronte allo scrivano (sul quale però non aveva il menomo dubbio), gli fissò in viso, secondo il suo costume, uno sguardo fine e profondo, che lo costrinse a fare un leggerissimo inchino.

— Io sono un amico d'un suo conoscente — disse poi in tuono pieno di cortesia — il signor Alberto P., che fu per qualche tempo scrivano in quest'ufficio.

Lo scrivano s'inchinò di nuovo.

— Son venuto qui — riprese Riccardo — non mandato da lui, ma a sua insaputa, spontaneamente, per impulso di coscienza, a pregar lei di aiutarmi a compiere un dovere.

Lo scrivano fece un atto interrogativo.

— Il signor Alberto, come lei saprà, — proseguì Riccardo — è stato accusato d'aver rubato un biglietto di cento lire sul tavolino del suo principale.

Il giovane mise un sospiro come per dire: — Pur troppo!

— Ebbene — soggiunse con accento risoluto Riccardo — l'accusa è falsa.

Lo scrivano gli fissò in viso uno sguardo turbato; ma non vedendo su quel viso nemmeno l'ombra d'un secondo pensiero, si rassicurò, e fece un cenno rispettoso che voleva dire: — Inclino a crederlo anch'io.